#38: Notturno Indiano

image

Producendo un post all’anno raggiungerò le mie anelate 365 notti in altri 327 anni… Non male, devo dire. Ma io sono immortale, quindi chissenefrega!
Bando alle ciance…
Voglio raccontarvi di come i libri e lo scambio culturale uniscano le persone.

Ah, lo sapete ggià?
Allora passiamo subito alla descrizione più articolata del mio pensiero sul libro “notturno indiano” di Tabucchi.

A dispetto della semplicità della forma con cui è scritto il romanzo, la narrazione si presenta e svolge come una speculazione interiore che si rivela pezzo per pezzo, in continuo divenire, nelle sue più incongruenti sfaccettature, scivolando  gentilmente dalla ragione all’idea, intrecciandosi con le corde del sogno che sostengono la passerella oscillante del dialogo, sospeso nel vuoto di quel burrone che è la realtà.  Il concetto chiave è il “viaggio“, non la meta, non la destinazione, ma il viaggiare in sé e per sé, condito dalle anomalie, dagli imprevisti, dalla ricerca di sé negli altri ed in se stessi. I dialoghi proposti talvolta sfociano nel surreale, sono essenziali, leggeri e mai banali. Ogni persona incontrata ha una storia da narrare, un frammento di sé che in qualche modo apre una finestra sull’Universo racchiuso dell’animo, e questo accade in modo analogo nella vita quotidiana quando coloro che per caso attraversano il nostro sentiero e ci offrono un raggio di luce appena accennato, ci regalando una briciola della loro esperienza che diviene in parte anche nostra.
I periodi sono spesso lunghi ed interrotti da virgole, specie nei discorsi, pertanto rendono perfettamente l’idea della incongruenza e sregolatezza del pensiero che scorre fluido dalla mente alle labbra e si concretizza nella parola pronunciata, a volte ammantata di oscuri significati, altre cruda, essenziale, priva di pretese e verità soffuse.
Il lettore è libero di immaginare quello che il narratore omette e sta a lui riempire gli spazi vuoti ed interpretare i piccoli indizi disseminati in maniera del tutto casuale e personale.

In definitiva “Notturno indiano” è in realtà la descrizione di un’illusione, un susseguirsi di attimi sfuggenti e di storie, le une sconnesse dalle altre, ognuna lasciata a metà tra detto e taciuto, ognuna spezzettata ed incompiuta, come a volerci sussurrare che così è la nostra esistenza, così è la vita.

Consiglio la lettura di questo libro?
Se le arie trasognate, romantiche fanno breccia nel vostro cuore, sì.

Mi è piaciuto?
Sì!

Annunci

#37:Lunchbox

The-Lunchbox-2013

 

Lunchbox” è un film del 2013, ambientato in un’India recente, successiva o subitaneamente contemporanea al 1995, data in cui Bombay è divenuta Mumbai, luogo in cui la vicenda prende vita.
I personaggi principali sono tre: Ila, che incarna la tipica madre, moglie e casalinga indiana, ligia al proprio dovere di angelo del focolare, Sajaan, che lavora nell’ufficio contabilità di una importante compagnia, e Shaik, un orfano senza arte né parte che verrà affiancato sul lavoro come apprendista a Sajaan.

La vicenda fa perno su una falla del sistema di consegna del cibo, in particolare quello recapitato agli uffici durante le pause pranzo, che a Mumbai è affidato ai dabbawallah, “fattorini”che si muovono su bici in mezzo all’ intenso traffico cittadino e che sono spesso analfabeti. Nonostante questo piccolo neo, la loro conoscenza complessiva delle strade gli permette di limitare gli sbagli nella distribuzione dei viveri.
Sarà proprio per un errore di consegna che Ila “incontrerà” Sajaan.
Tra loro inizierà uno scambio di piccoli biglietti, attraverso i quali i due si narreranno l’un l’altra le proprie perplessità sulla vita. Il cibo diviene non solo un mezzo per nutrire il corpo, ma soprattutto per sfamare l’anima.

Sajaan durante il momento del pranzo ricerca un’intima solitudine per godere e del pasto e delle parole di Ila, per quanto poche, ma viene spesso interrotto dall’apprendista.
Ad un certo punto i due uomini si ritrovano a pranzare allo stesso tavolo. Il protagonista invita il giovane ad assaggiare le portate ed il ragazzo, favorevolmente colpito dalla bontà del cibo, chiede che venga ordinato anche per lui un pranzo del genere per i giorni a venire, ma Sajaan, mentendo, asserisce che a breve il ristorante che fornisce lui il quotidiano pasto verrà chiuso, perché in India, anche di fronte ad un lavoro svolto ottimamente, non viene riconosciuto “il merito”.
L’ovvia critica al sistema politico Indiano, per quanto all’interno del contesto appaia come una debole lamentela, innesca nello spettatore un senso di disagio e di riconoscimento immediato nei due protagonisti: quante volte al ristorante o al bar o a casa, di fronte ad un piatto caldo, ci si è ritrovati a maledire l’inefficienza dello Stato? Penso che persino ora, da qualche parte, qualcuno stia argomentando in merito.
Inoltre la critica è avvalorata dalle immagini proposte, che risultano quasi uno schiaffo morale e visivo: le strade, le costruzioni e le persone vengono rappresentate nella loro crudezza e verità. Il sudiciume e il caos  urbani si riflettono nella vita quotidiana, anzi ne fanno pienamente parte.

Nonostante i leit motiv di questo film siano in un certo senso la quotidianità, l’amore e l’intimità personale, viene introdotta anche una tematica a me molto cara, che è quella della condizione femminile all’interno della società indiana.
Anche se le figure femminili all’interno della pellicola sono ben presenti, la loro essenza è inscritta in quello stigma sociale che pervade la struttura della società complessa dai suoi albori.
L’opposizione, contrastata dalla rassegnazione riguardo l’archetipo di donna-madre, donna-casalinga e donna-sottomessa  prende voce gradatamente sino a raggiungere il proprio acme in una scena che vede come protagoniste Ila, sua figlia e sua madre di fronte al letto del padre malato.
Ila, accortasi della precaria situazione economica in cui versa la sua famiglia d’origine, si propone di prestare/regalare una certa quantità di soldi per le cure del padre; la madre rifiuta dicendo << Siamo donne, ti sembra bello chiedere continuamente i soldi? >> sottolineando che se il padre malato avesse scoperto tal fatta, l’umiliazione derivata avrebbe in un certo modo macchiato l’onore familiare.

 
Lo scambio di epistole tra Ila e Sajaan iniziato così per caso, prosegue in un fiume discorsivo tra i due sconosciuti protagonisti e si tramuta in un dialogo con il proprio inconscio; le riflessioni sulla vita vissuta conducono ad astrazioni, viaggi più profondi dentro la psiche dell’uomo.
In una scena che mi ha colpita molto, Saajan dice : << Verso sera mentre andavo alla stazione con Shaikh – Shaikh ed io lavoriamo insieme -, mi sono fermato a guardare i quadri di un pittore: sono quadri tutti assolutamente identici, ma se li guardi da vicino, molto da vicino, vedi che sono diversi. Ognuno leggermente diverso dall’altro: qui un’automobile diversa, lì un passeggero sull’autobus diverso, perso nei suoi pensieri, un cane randagio che attraversa la strada, qualunque cosa avesse attratto l’attenzione del pittore quel giorno… e in uno di quei quadri ho visto me stesso! O almeno penso si tratti di me.
Mi sono concesso un risciò.
Le vecchie case dei bambini con cui giocavo da piccolo non ci sono più. E anche la mia vecchia scuola.
Ma alcune cose sono rimaste le stesse: il vecchio ufficio postale c’è ancora e l’ospedale dove sono nato, dove sono morti i miei e mia moglie.
Penso che dimentichiamo le cose quando non abbiamo qualcuno a cui raccontarle
.>>

Mi è piaciuto questo film?
Decisamente!

Lo consiglio?
Se vi piacciono le commedie drammatiche, dategli una chance.

#36: Tre piccole formichine a New York City

Nerdy, essendo un inguaribile appassionato di fumetti/cartoni/film/supereroi/cosplay, ha deciso di non perdersi il New York Comic Con 2015, esordendo con
Ho prenotato un ostello per quattro giorni a New York City,>> con entusiasmo, aggiungendo sottovoce << A ChinaTown,>> concludendo con << e domenica tutti al Comic Con!>>

Ora vi prego di immaginare una Nero che indossa un grembiule zebrato, intenta a gestire i piatti sporchi con la mano destra e la colazione di PiccolaPesteBubbonica con la sinistra, che ascolta il discorso del succitato Nerdy, senza emettere un fiato.
Poi esplode in un << NEW YORK CITY!>> scuotendo le pareti di tutto il condominio e facendo magicamente smettere di parlare la vicina del piano di sotto (vi assicuro che ha sempre un sacco di cose da dire, a qualsiasi ora del giorno e della notte e durante tutti i giorni della settimana. Ho addirittura pensato che stesse registrando se stessa, in una sorta di audioautobiografia. 

Per Christopher Lambert! Prendi fiato tra un “uin” ed un “chun”!).

Condomina logorroica a parte, Nerdy ha pensato a tutto: ha comprato la guida, la mappa della città ed ha strutturato degli itinerari interessanti persino per la nostra almost-teen.

La nostra avventura è iniziata mercoledì scorso e si conclude oggi, mentre ancora siamo sul bus di rientro.
Non voglio farvi un elenco dei pros&cons di viaggiare sul bus, perché diventerebbe una pallosa enumerazione di cose che potete sperimentare da voi una o l’altra volta nella vita.
Per me è sempre un misto tra “viaggio della speranza” e “anche stavolta ho dimenticato la busta di carta” ma, vabbè, ci si adatta!

Qual è la prima impressione quando si arriva a NYC?
Porcomondo, ci siamo persi,” un po’ come Kevin che perde di vista i suoi genitori, smarrendosi nella Grande Mela. Solo che noi non siamo arrivati in modo trionfale, sbarcando da uno di quegli aerei superlusso atterrati al JFK, ma scendendo da un bus poraccio dopo 4 ore di sbatti di qua e di là sinchè non rivedi anche la prima briciola della cena del giorno precedente.
Nonostante fossimo mappamuniti, tutt’attorno a noi c’erano solo muri di cemento e vetro enormi, intimidatori ed irraggiungiubili.
Alle quattro del pomeriggio, con una valigia pesantissima da trainare, abbiamo sfidato il caldo asfissiante ed insolito di questo  Ottobre, raggiungendo la stazione più vicina a noi passando per la via più lunga –e te pareva.
La metro di New York è un intrico di colori, numeri e lettere apparentemente incongruenti: la prima volta non è semplice venirne a capo, soprattutto con la pisciarella e la stanchezza di un intero anno di scuola e lavoro sul groppone.
Ad ogni modo ce l’abbiamo fatta, abbiamo preso un taxi!!
Come da copione, il taxista era arabo, superipertecnologico, parlava al cellulare con qualcuno. Non guidava, semplicemente schivava macchine, pedoni ed ostacoli, io invece ho visto più volte la mia vita passarmi davanti agli occhi.
Alla fine siamo arrivati illesi a Chinatown, o meglio nel Lower east side.

Mi sento di fare un pò di pubblicità all’ostello nel quale abbiamo alloggiato che, per quanto non fosse il migliore di sempre, era abbastanza pulito, abbastanza attrezzato e locato in una posizione favorevole agli spostamenti: si trova a due minuti  a piedi dalle fermate di Bowery e Grand Street, tutta la zona è inoltre piena zeppa di ristoranti aperti anche sino alle 23:00 ed è ad uno schioppo da Little Italy, casomai voleste mangiare un piatto di pasta aglio e olio per la modica cifra di 13 dollari (anche se al Piccolo Bufalo abbiamo speso 71 dollari in tre, prendendo un’insalata, tre primi, un sorbetto ed un dessert).

● Link all’hostel su booking ●

Com’è Chinatown?
Di giorno Chinatown è strapiena di bancarelle di frutta, verdura e pesce fresco con tutta la testa, il che è una vera rarità! Gli occhi sono colpiti da mille colori diversi, insegne in lingua cinese (non so se mandarino o cantonese o…), le orecchie invece dal continuo vociare e contrattare. Per le strade il lezzo di urina e scarti del cibo fa spesso stringere lo stomaco o storcere il naso, ma talvolta si viene investiti dal profumo inebriante dei dolci appena sfornati ed è praticamente impossibile resistervi!
Queste strane bakery hanno dei tavolini e ci si può sedere a degustare queste paste a mille sfoglie, che sono un tripudio di bontà, vaniglia, zucchero, burro, colesterolo… emh, con la possibilità di accompagnarvi una tazza di latte o tè o caffè caldo o un glaciale bubble tea (ewww!)
Ci sono dei market che vendono moltissimi prodotti, etnici e non, in cui vengono sfornati dei buonissimi bun a prezzi imbattibili.
Diciamocelo, Chinatown è superabbordabile. Ma è anche supersporca. Negli angoli delle strade troneggiano cataste di buste d’immondezza il cui percolato è disgustoso e va a comporre rivoltanti rigagnoli oleosi ai margini della strada,  nei quali potersi romanticamente specchiare… Aaaah

La lingua parlata non è l’inglese, ma un miscuglio incomprensibile. Spesso i venditori ti ignorano o sembrano infastiditi dalla tua presenza, poi però capisci che dopo 30 anni di lavoro continuativo, alzandosi alle 4 del mattino, lavorando sino alle X di sera, “shine or rain” (includiamoci anche snow) e senza manco il barlume di un giorno libero, magari abbiano un lieve vorticamento di eliche e tutta sta voglia di sorriderti l’abbiano persa assieme ai buoni propositi di inizio anno cinese.

Chinatown, che ci piaccia o no, merita di essere vista e vissuta

image

Comprare o non comprare il citypass?

Ero partita con l’idea di acquistare un pass per le maggiori attrazioni della città, poi per una serie di eventi fortuiti non l’ho comprato e MENO MALE!
Tralasciando la simpatica parte in cui mi sento male in vacanza con capogiri terribili che ancora mi fanno sentire come se la mia testa fosse una palla con dentro l’acqua e la neve, non siamo stati in grado di visitare nemmeno la metà dei musei e degli edifici che ci eravamo riproposti.
Probabilmente con questo avremmo risparmiato qualche fila o alcuni dollari, ma alla fine per me è stato molto più rilassante decidere dove andare e quando, senza sentirmi vincolata in alcun modo.

Non avrò visto NYC dalla corona della Statua della Libertà, ma ho comunque immortalato il momento a modo mio, fotografando PPB e Nerdy intenti a contemplare la magnificenza del panorama urbano.

● Link alla compagnia ufficiale che si occupa dei transiti da/per Ellis Island e Statua della libertà ●

image

Ci sarebbero innumerevoli cose da dire su questa strana città che raccoglie sotto lo stesso cielo milioni di persone con background a volte tanto simili a volte agli esatti opposti, che ti rapisce, ti abbandona e ti fa sentire piccola come una formichina lontana dal proprio formicaio, ma per ora mi fermo qui, lasciando qualche foto…

image

E voi? Avete visto NYC?

#35: Il riassunto delle puntate precedenti e “il libro della vita e della morte”

È arrivato il tanto agognato Settembre!
Ed è anche arrivato il momento di riappropriarmi del mio blog, ché ho dovuto pagare fior fior di sesterzi per rivederlo in funzione!

Bando alle ciance mattutine di un sabato qualunque di Settembre, impugno la mia immaginaria penna e comincio a descrivere, senza troppi dettagli, quanto successomi negli ultimi tempi!
A dire il vero apparentemente proprio nulla dall’ultima volta, ma dentro me sento un tumulto a volte incontrollabile che parte dalle viscere e spesso si muove attraverso i tubi digerenti, poi risale a solleticare le corde vocali sino a sfociare, in seguito ad un misto di contrazioni muscolari di diaframma, gola e bocca, in sonori vaffanciuffo e porci vari, alati per lo più.
Nel giro di poche settimane ho perso entrambe le nonne, le uniche rimastemi oltretutto visto che i nonni hanno avuto troppa fretta di andare via da questo mondo, e sono stata male a lungo.
Non riuscivo ad accettare, specialmente per la madre di mia madre, di non poterle più vedere e salutare… Ho scritto loro una lettera che forse pubblicherò in seguito. Ancora il senso di lacerazione è devastante per potermene liberare del tutto.

Ma tralasciamo per un po’ questo discorso triste per passare nuovamente a cose frivole e prive di valore: FB.
Ho deciso di disintossicarmene.

Questo stramaledetto social media è in grado di logorare anche le menti più solide e plagiarle, piegandole al proprio volere oscuro e contorto.
Molte delle persone che conosco o che mi gravitano attorno, mio malgrado, vivono in questa sorta di bolla continua la cui superficie iridiscente costituisce un limite sottile, ma evidente, tra sé stessi nella realtà e all’interno della piattaforma sociale più discussa e chiacchierata del secolo.
Secondo il mio punto di vista, stiamo assistendo alla più grande disconnessione umana mai conosciuta, stiamo annegando dentro un mare di pixel e scambi pseudo intellettuali in contesti del tutto inconsistenti.
Ci stiamo facendo controllare volontariamente, dandoci in pasto per intero a qualcosa che, alla lunga, non riusciremo a controllare.
Per lo meno, io non sono in grado di placare il mio incazzo sociale quando sono abbastanza attiva nelle discussioni riguardanti, ad esempio, l’immigrazione o l’alimentazione. Mi incazzo, punto e basta!

Sì, è ovvio che il problema sta a monte e trova sede in questa mia piccola testolina di innocente gatto sornione, ma la fiera che ho dentro, quando esposta all’arma di distrazione di massa rispondente al nome di facebook, riemerge dagli abissi e mi si possiede con violenza.
Fortunatamente, prima di mettere mano alla tastiera, penso quattrocento volte alle parole adatte da snocciolare con il massimo distacco e cortesia, anche nelle occasioni in cui l’unica risposta sarebbe un gioioso “ardi assieme a tutta la stirpe“.

È una questione soggettiva, forse, ma questa mia continua mediazione tra me stessa e la me-stessa-di-fb ha cominciato a stancarmi. Persino i gruppi di cucina stavano cominciando a diventare metaluoghi  di perdizione, angoscia e continui fracassamenti di ovaie.

La nostra società sta divenendo distopica, come già previsto da grandi menti come quella di Orwell e Pasolini, ed a noi poveri inetti non rimane che “guardare” o fare gli opinionisti senza competenza a tempo perso per acchiappare quanti più like da persone sconosciute, che rimpiazzano prontamente il calore delle persone in carne ed ossa. 
La nostra totale incapacità di confronto emozionale e personale ha compromesso uno scambio genuino, spontaneo e lo si evince con emerita tristezza anche dalle foto pubblicate a fiumi sulle “seratone più belle dell’anno” o sulla bocca a culo migliore del mese.

Ma voltiamo pagina e dedichiamoci, appunto, alla fatica letteraria di Deborah Harkness, intitolata “Il libro della Morte e della Vita“.

Categorizzato come un libro fantasy dalle tinte dark, questo romanzo narra la storia di una studiosa di storia della scienza, Diana Bishop, la quale entra in possesso di un manoscritto antico ed incantato. La storia si preannuncia piena di soprese e ci sarebbero tutti gli elementi per un ottimo racconto cupo, misterioso e accattivante… se SOLO non ci fosse una stramaledetta storia d’amore strappapalle a rovinare tutta la vera magia!

Cosa mi è piaciuto:
Innanzitutto le ambientazioni nelle quali hanno luogo le vicende sono molto suggestive: il romanzo è infatti ambientato principalmente in Europa, tra l’Inghilterra e la Francia, luoghi che di per sé trasudano storia, evocano alla mente immagini di lontane battaglie, ballate ed intrighi di corte, rafforzandosi nelle descrizioni dei castelli decadenti che richiamano vagamente l’idea romantica che lega indissolubilmente amore e morte in una danza, prima lieve e poi calzante.

La lettura è scorrevole ed il lessico di facile comprensione.
La narrazione è abbastanza lineare e trova compimento in questo primo libro, chiaramente ideato per avere un seguito.

Cosa NON mi è piaciuto:
Premetto di non aver mai letto Twilight, in compenso ho guardato Buffy per tutta la mia adolescenza.
Se c’é una cosa che mi urta davvero i nervi, quasi come sbattere il mignolo sullo stipite del mobile, è l’amore impossibile tra l’umana ed il vampiro che diventa possibile di colpo, contro tutto e tutti, persino contro qualsiasi logica e buon senso.

Scompattiamo per un secondo questo grande blocco rappresentato dal legame amoroso tra i due.

Matthew è attratto da Diana perché lei è la prescelta, l’unica capace di ottenere il manoscritto senza il minimo sforzo.
Diana più volte lo rifiuta, percependolo come pericoloso, ma lui non demorde ANZI diventa più pressante, presente ed asfissiante, tanto che arriverà al punto di entrarle in casa mentre lei dorme.
Allora, questo a casa mia si chiama essere degli stalker e siccome il libro è indirizzato a giovani adulte (ma leggasi pure adolescenti), il messaggio che passa è totalmente sbagliato, ovvero che quando una donna ti rifiuta in realtá è solo perché vuole fare la preda.
Ragazzi miei cari, NO vuol dire esattamente NO, non mi sembra così difficile da comprendere. Ed anche voi donne e scrittrici del nostro tempo, BASTA con queste minchiate dell’amore nato dallo stupro o più in generale dalla violenza. Capisco che possa capitare, ma è un caso su quanti?!

Diana viene descritta come forte, determinata e capace di badare a sé, ma quando Matthew, il vampiro bello e maledetto, entra in gioco, qualsiasi suo rifiuto, anche e soprattutto se esplicito, viene disciplinato dalla volontá di lui.
Proprio a causa di questa sua forza caratteriale, Diana è un personaggio scomodo, pertanto la scrittrice americana ha ben deciso di dare al vampiro stalker e protettivo, ma allo stesso tempo famelico cacciatore, il ruolo di educatore.

Man mano che il racconto prosegue, Diana diventa nel contempo una supereroina piena di poteri iperperfetti ed allo stesso tempo un piccolo animaletto indifeso di cui tutti DEVONO prendersi cura, la volontà di lei si rivela votata con dovizia all’incontrovertibile risolutezza del vampiro-padre-padrone-stalker.

Potrei andare avanti a distruggere ogni minimo dettaglio di questa storia d’amore, addentrandomi nell’insidioso rapporto suocera-nuora, ma mi astengo perché lo trovo talmente ridicolo che è al limite del pensabile.

Le citazioni storiche sono spesso fumose, inesatte e collocate in maniera casuale nel testo. Una eclatante è quella in cui a Caterina de’ Medici viene affibbiato l’appellativo di “regina italiana”.
NO.
Al massimo è stata regina consorte e poi reggente di Francia, ma l’Italia vedrà la sua prima regina “italiana” nel 1861 e sarà Margherita di Savoia moglie di Umberto I!

Consiglierei questa lettura?
Ni. Se non avete di meglio da leggere, CERCATE ANCORA!

image

#34: Quant’e’ difficile dire “Io sono bella”!

Ma Christopher Lambert! Guarda che buco di cellulite ho qui.”
Perche’ non hai guardato bene quanto mi e’ sceso il culo. Guarda qua!”
Vuoi mettere con questo lardo intramontabile di cui sono munita sul salvagente?! No, veramente.”
Ma che lardo e lardo. Io ho dei very lardominali. Sembro incinta di sei mesi!
Io di nove e quando nascera’ la chiamero’ Pizza

Oggi in classe stavamo parlando di bellezza, uno degli argomenti piu’ controvers ed incredibili del Mondo.
E’ molto difficile parlarne, perche’ e’ talmente vasto da perdercisi dentro senza speranza di uscirne fuori, se non aggrovigliati tremendamente, come un gattino minuscolo che gioca con tanti fili di lana, oppure come Renzi che prova a parlare in inglese e finisce con l’emettere suoni intermittenti e –ssshish.
Ad ogni modo, per focalizzare in maniera piu’ umana questo abisso, del quale sin dall’antica greca si dibatte e ci si prende per I capelli, ci e’ stato un proposto un fantastico link in cui una Modella ci dice:

Ragazzi, l’aspetto non e’ tutto e se ve lo dice una top model dovete crederci!”.

E OK, qualcuno ci crede, ma ci credono un po’ meno le donne, spremute da una realta’ ben diversa da quella che appare nelle riviste, quelle a cui qualche KG di troppo va stretto, perche’ nell’immaginario collettivo bello=magro e non bello=sano!
Quelle a cui il marito dice che tanto sono ciccione e non riusciranno mai a diventare come [nome-Modella-a-caso]. Quelle che “smettila di zampettare di fronte alla TV che sembri un’oca“, quelle che dopo aver sfornato prole si sentono svuotate ed impoverite di tutto. Quelle che quando il capo, o uno stronzo qualsiasi, approfitta di un sorriso per metter loro una mano sul culo, si chiedono “cos’ho fatto di sbagliato?”. Perche’, diciamocelo, certi uomini ritengono che la pacchetta affettuosa sia un “riconoscimento” a qualcosa, di cui non so darvi una sincera spiegazione. Solo bestemmie, al momento,ma torniamo al “quelle che”. Dicevo
Quelle che vogliono migliorarsi sempre e comunque, ma poi si perdono perche’ non esiste un vero perche’ e, se c’e’, e’ troppo profondo o doloroso per poter essere tirato fuori. Non abbiamo mica sempre la pazienza di un tombarolo egizio, noi!
Quelle che “sei bella”  “mi stai prendendo in giro?” quelle che quando si guardano allo specchio si vedono come Nessy, nascoste sotto la placida superficie del Lago di Lockness.

Il nostro corpo non ci andra’ mai bene. Ci sentiamo sempre sbagliate, informi e sgraziate, diamo la colpa alla bilancia, allo stress, al ciclo, alla stagione, alla fame atavica che ci prende dopo ogni pasto. Ci ammazziamo di palestra per diventare come quell’attrice la’. E troppo spesso ci sentiamo sporche e deboli, come quando da bambine venivamo scoperte a mangiare la cioccolata, di cui lasciavamo traccia per casa, appoggiando le nostre manine tutte appiccicose su qualsiasi superficie – meglio se riflettente, certo!
Dietro la nostra costante ricerca di perfezione, si cela la paura, l’imposizione sociale e centaia di altri pesi inutile e medievali che continuiamo ad osannare come dei cretini!
Detto cio’, qualche volta dovremmo ricordarci che belle lo siamo davver facendoci qualche dovuta coccola, portandoci a cena fuori, comprandoci un bel paio di scarpe celesti fluo per andare in palestra, stando con persone che ci stimano e ci sostengono, ma soprattutto smettiamo di vittimizzarci.

#33: Cosa bolle nella pentola (di fagioli)?

blblbl

Blop, blop, blop, blop. Puuuffffssssh!
Blop, blop, blop, blop. Pufffffsssh!

[Ti trovi in una cucina ampia e pulita. C’è un costante sottofondo di mestoli che incontrano padelle, padelle che incontrano fornelli, fornelli che incontrano dita e lingue che incontrano denti e palato per formulare imprecazioni.]

Cosa c’è dentro quella pentola che mescoli da ore?” dice Nerdy alle mie spalle.
Qui dentro? Ci sono i fagioli di tutti gli americani!” rispondo io, alzando le orecchie come un gatto vigile.
Nerdy rimane interdetto e, senza studiarmi oltre, alza le spalle e ritorna al suo pc, favorendo la crescita esponenziale delle sue valigie cerchiate di viola cupo che adornano preziosamente i suoi occhioni da cerbiatto. Anzi da toro. Anzi da mucca. Insomma, quei suoi begli occhietti dolci.

C’erano una volta gli americani
Un popolo unico, unito, indivisibile, sotto la guida di Dio, in un paese dove la giustizia e la libertà sono per e di tutti.

[Due minuti di silenzio.
Perché uno effettivamente non è sufficiente per metabolizzare questa… Emh. Questa affermazione. Sì.]

I figli degli usurpatori degli indiani d’America vorrebbero insegnare al mondo come si vive in un Paese libero, moderno, culturalmente avanzato, lanciandosi nell’impresa di spiegare cosa sia e come si raggiunga la felicità.
Forse per alcuni è davvero difficile credere che, in uno dei paesi più ricchi del mondo, esista un numero così spropositato di persone infelici. Sì, avete letto bene INfelici.
Sembra inconcepibile, ma la realtà dei fatti lo dimostra costantemente ed in ogni salsa: ordinano un panino e vorrebbero che questo fosse già lì, pronto a farsi mangiare dopo un solo secondo dall’averlo pronunciato; chiedono al salumiere 400 g di prosciutto, ma non vogliono aspettare che la carne venga affettata; mettono il cibo dentro il microonde e guardano ogni-dannato-secondo il timer; si siedono sulla sedia della parrucchiera e la incitano a fare più svelta. E guai a VOI se sbagliate nel porvi, anche solo impercettibilmente, deludendo le loro enormi, mastodontiche aspettative nutrite anche verso la più banale delle cose, che sia il dargli l’erroneo dressing per l’insalata o mancare la vocale del loro incomprensibile cognome.
La loro vita si basa sul principio di fast = veloce, che non contempla, né rispetta, il legittimo ciclo degli eventi, la genuina essenza della natura per cui “ogni cosa a suo tempo” ed un “tempo per ogni cosa“.
Essere fast ti fa guadagnare tempo, pertanto stanno sempre coi piedi per aria a rincorrere i secondi che sfuggono via.

Ma come dice Euripide (mica uno così a caso, eh!) “il tempo è breve e chi insegue l’immenso perde l’attimo presente.”
La loro ossessione per il tempo è legata a tantissimi fattori, uno di essi è sicuramente la loro impossibilità a vivere la vita, perché impegnati nello strenuo sforzo di contare i centesimi che guadagnano per comprare spasmodicamente tutto quello che desiderano, masticando dalle sessanta alle ottanta ore settimanali di servizio, presentandosi al lavoro con la febbre, foss’anche l’ebola mutante, per non perdere nemmeno 1 dollaro (e con un dollaro a volte non compri manco le caramelle!).

Un altro concetto chiave della loro esistenza è: tempo = danaro.
Se lo ripetono come un mantra la mattina appena scendono dal letto come zombie e, automaticamente, accendono la tv, mangiando una tazza di cereali colorati (con solo-il-tuo-dio-sa-cosa) di fronte allo schermo, ipnotizzati dalla magnificenza del nulla trasmesso h 24/24, sempre, ogni giorno, anche a Natale.
Il loro vero Dio è il soldo. Lo venerano, lo amano ed ammazzano nel suo nome. Ovunque nel Mondo è così, ma qui assume l’aspetto della malattia, della brama che sfocia quasi nella depravazione.
La loro sete di tempo è congiunta indissolubilmente alla fame di moneta sonante, perché con i quattrini, tanti quattrini, si può avere tutto quello che si vuole, e si possono barattare i sentimenti (interni a sé) per gli oggetti (esterni da sé).

Questa devastante concupiscenza sfora nel “Io voglio“, la vera parola d’ordine, l’imperativo costante che fa diventare l’uomo lupo tra gli altri uomini. Niente è più collettivo, frutto dell’unione e della condivisione, tutto è individuale.

Non gli va mai bene niente! Si lamentano di qualsiasi cosa: del tempo, dei soldi, del governo ladro, della cameriera chiatta, del medico caro, del giornalista zoppo, la casa è brutta, e quello che schifo, e l’altro che indecenza e questo come si fa, ma è mai possibile, ti rendi conto, male ovunque…

EHY EHY, cavolo prendiamo fiato!
Non si può andare sempre in giro con una pentola piena di fagioli che bollono e sono pronti ad esplodere da qui a poco! Per cosa si vive davvero? Per il Sole, forse. O anche per il solo fatto essere testimoni di quanto sia meraviglioso veder nascere un prato verde punteggiato di microscopici fiorellini, dove prima si estendeva a perdita d’occhio un manto di gelida neve! O ancora per abbracciare le persone che ami e, perché no, per mangiare una buona pila di pancakes allo sciroppo d’acero.

L’America è meravigliosa, sono gli americani ad essere sbagliati!

Caffè e lavoro.

Un abbraccio a voi, biscottini di zenzero.

(Nerdy ha chiesto se la cena era pronta, gli ho detto che ho buttato la pentola, con tutti quei fagioli sai che concerti poi! Si cena fuori!)

#32: Altro che 365…

image

Pensavo fosse passata qualche settimana dal mio ultimo post… Altro che 365 notti, qui “si batte la fiacca SoldatA Nero.” (Soldata, sì!)

La verità è che ho dovuto rincorrere il tempo, come Alice col bianconiglio, mettere una pezza al mio inglese, prestarmi come operatrice a tempo determinato, tentare di recuperare la mia decadente forma fisica, stare dietro alle sregolatezze della PPB e riassestare gli acciacchi di Nerdy a colpi di yoga-fai-da-te.
Dopo aver smesso le vesti di Wonder Woman (scusate la modestia), ho realizzato di aver trascurato drammaticamente il mio diario virtuale. Eppure mi ero ripromessa di

Ecco promessa e ripromessa, mannaggia a me.

Nel frattempo, per alleggerire il carico, ho aperto un nuovo diario, stavolta cartaceo e alimentare, dove annotare tutti i miei lauti pasti, le ricette più light e sane, i miei (frequenti) sgarri, il peso, le misure, i battiti cardiaci, l’acqua (seh… acqua…) tracannata, i passi, gli esercizi fisici e gli sforzi mentali per tenere a bada quella bestiolina che è rinchiusa da qualche parte dentro la mia anima e grida, come un’ossessa, testuali parole:

IO. ODIO. LE. REGOLE.

Ed è anche un po’ colpa sua se il mio piccolo, adorabile e verdeggiante giardino virtuale di tanto in tanto s’inaridisce.

Cos’ho fatto in questi mesi nella terra scoperta dal Cristoforone nostro?

1) Ho mangiato.
   Tutte le cose più buone e grasse e lucide conosciute al mondo.

2) Ho estratto un dente del giudizio.
Veramente me l’hanno estratto alla modica cifra di 434 verdoni, ma il risultato è lo stesso…

3) Ho criticato i costi della sanità.
Ma ne ho elogiato la rapidità e l’efficienza.

4) Ho provato a capire come ragionano i nativi.
Non ci sono ancora riuscita. Ed il massimo della mia perplessità è stato raggiunto di fronte ad una maglietta con la scritta “I’m NOT sorry.”
Se questo è il massimo della ribellione che riuscite a manifestare, amici a stelle e strisce, allora
Ma l’importante è crederci! (E loro ci credono duro e puro, siori e siore!)

5) Ho guardato qualche telefilm.
Ma di questo voglio parlare in un altro momento.

6) Ho aperto un account pinterest.
Dice:”E che non ce l’avevi ancora?”
E no! Non ce l’avevo!
Appena capirò come, lo sincronizzerò a questo disgraziato diario!

Ammazza se vola il tempo!

Ad ogni modo ECCOMI, o meglio ri-eccomi, a scrivere nuovamente!

image

#31: Ah chicco, fa ‘mpochetto de freddo!

Eccoli i nostri impavidi eroi!
Nascosti in volto da una celata di lana di pecora a maglie strette, protetti sul corpo da una tuta di pile e vari strati di cotone grosso, sfidano la neve e le raffiche di vento che viaggiano a 100 km/h!
Le scarpe in VERA finta pelle sembrano ormai pezzi di vetro e, ad ogni passo, scricchiolano pericolosamente, minacciando di infrangersi in mille pezzi.
Non appena i due guerrieri bardati da testa a piedi si fermano per un secondo, le gambe rischiano di diventare dirette propaggini del ghiaccio che ricopre l’asfalto.

Nonostante la frenesia a cui tendono gli eredi di Franklin, i nostri encomiabili prodi conducono in maniera eccelsa la battaglia contro il nemico in arrivo e decidono di scagliarvisi addosso, con tutta la loro metallizzata carrozza moderna: un catorcio che se lo vedesse Giulio Cesare ci chiederebbe se vogliamo versarlo e fare a cambio con una biga da combattimento del suo tempo, sostenendo che sarebbe meno demodè.

Le foreste a bordo del trafficato sentiero sembrano provate dalla tormenta. Molti alberi resistono, lottando contro questa forza invisibile che li vorrebbe vedere piegati o, peggio ancora, sradicati dal suolo! Ma loro no! Stanno in piedi, sti poracci.
Tutti tranne due che, all’improvviso e con un agghiacciante grido di dolore, si spezzano e si accasciano poco distanti l’uno dall’altro.
Il cielo, bianco ed immutevole, è minaccioso: nella sua luce di un candore abbacinante nessun uccello libra lieve e spensierato. No!
Gli Yankee, ammantati da scafandri e maschere antiatomiche, irrompono nei supermercati ed intimano a chiunque si frapponga tra loro ed il latte in bottiglia di allontanarsi immediatamente, pena la morte immantinente per colpo d’arma laser.

Nel bel mezzo di questo scenario leggendario, una voce sottile risale da qualche lontano abisso…

“Scusa Nerdy… Non vorrei romperti l’epicità, ma…”
“Eh?”
“Non trovi che faccia un po’, pochino, pochettino… dico, piccolo eh… di freddo?”

Proprio così. Ci comportiamo come dei veri europei disfattisti. Attorno a noi la gente quasi si strappa i capelli per prendere un tozzo di pane al supermercato, mentre noi pascoliamo placidi dentro le corsie con una flemma letale, scegliendo meticolosamente uno ad uno i prodotti da introdurre dentro il carrello e contando calorie, grassi, carboidrati e zuccheri, manco fossimo dei grandi intenditori.

Ok, sarà una notte buia e tempestosa.
E se lo dice il “The Guardian“, io ci credo!

Snow Meme 10

Voglio rendervi partecipi anche di questo.

#30: Rispetto? Si mangia?!

Partiamo dal presupposto che tutti siamo destinati a lasciare questo mondo crudele.
Un dato di fatto, appurato, così è e così ci tocca.

La morte ci ossessiona talmente tanto che qualcuno ha sentito la necessità di aprire pagine come questa, di creare classifiche e premi ironici (tipo il premio Darwin) chiaramente consegnati a gggenteintelligente, capace di autoeliminarsi da questo allegro circo o compromettere la possibilità di riprodursi in modo irreversibile e davvero inconcepibile, ma fattibile, eh!

Confesso che qualche volta mi capita di farmi quattro o cinque risate, leggendo qua e là di come gli esponenti del genere umano ci tengano a confermare la teoria di Einstein sull’idiozia, ma secondo il mio modestissimo ed inutilissimo parere esiste un limite chiamato “decenza”, sconosciuto ai più.

Di recente in Italia ci sono stati vari lutti nel mondo dello spettacolo.
Ecco come vengono annunciate le morti nella mia homepage di FB:

1.”Ehy, adesso non rompete i cogl****i con questo st*** di ****, perché non era un c*** di nessuno.”
[con foto annessa del defunto, logicamente, giusto per non creare inutili equivoci!]

2. “Non ve lo siete cag**** in vita, adesso è un santo. Ma andate affan**** voi e pure lui

3. “Ciao ****, insegna agli angeli a suonare/cantare/ballare/fare l’attore. ANZI, fatti insegnare qualcosa visto che quando eri vivo non valevi proprio niente.

E via di “like“, come se piovesse! Tutti felici, tutti talmente soddisfatti da darsi delle pacche sulle spalle e fare finta che l’autodeterminazione di sé inizi e finisca con i “mi piace” ricevuti o, peggio, con i commenti degli amici-opinionisti, il cui spessore è talmente piatto che rasenta il sottosuolo.

Tutti loro, infatti, conoscono perfettamente la vita del neo-trapassato, dalle passioni ai dolori, poichè hanno partecipato e/o contribuito alla formazione di un percorso, facendo proprie le vittorie guadagnate con fatica, i traguardi raggiunti o anche le cocenti sconfitte. Hanno tenuto la mano di uno di quei parenti in lacrime, sostenendolo nel tragico momento del distacco finale…
Cazzo, ma se parlassero così di VOSTRA MAMMA? o di vostro padre, nonna, sorella, fratello, amico del cuore e del culo?

Questa ipocrisia schifosa mi crea davvero un disagio sconfinato e penso alla pochezza di quanti, di fronte alla tastiera del loro computerino, il cui uso si limita alla pubblicazione di cattiverie gratuite che non servono DAVVERO a nessuno, si sentono dei super-eroi, quelli che non-devono-chiedere-mai, quelli che “ma io dico solo quello che penso“, “ma io dico quello che tutti pensano e che non dicono perché sono ipocriti“.

AH, ma davvero?! E non vi prendete ALMENO un minuto per pensare a come non urtare il prossimo? Ma no, voi siete quelli troppo toghi, quelli che “la verità prima di tutto”, ma IO prima ancora della verità e soprattutto davanti a tutti quanti voi messi insieme.
I capofila delle teste lucide, insomma.

Poi sono gli stessi idioti che quando muore il loro idolo dell’underground si sprecano in piagnistei patetici, erigendo altari fatti di fuffa e aria fritta e stilando un epitaffio degno di Leopardi. Però voialtri, a cui non arriva la profondità del mito alternativo che è stato un pilastro degli anni X, perché era uno sperimentatore estremo, un grande, un vero intellettuale, uno per cui vale la pena di spendere due o tre parole DOPO che è morto, VOI (ripeto!) non avete diritto di ideare una dedica, di esprimere un pensiero positivo nei confronti di uno (chiunque esso sia) che per voi ha contato qualcosa perché magari ha accompagnato momenti della vostra vita, componendone la colonna sonora, per esempio, perché finireste subito con l’essere bersagli sensibili dei capofila che vi bombarderebbero (sui propri profili privati) di insulti indiretti (e se voi chiedeste “Ma era per me?”, vi sentireste rispondere “MA QUANDO MAI! MA SCHERZI?!“. No, non sto scherzando, idiota.).

Ecco, tutto questo ha a che fare col rispetto.
Una parola che vuol dire tutto e tutto il suo contrario. Tutti VOGLIONO rispetto, pretendono di spalare montagne di schifezze addosso a chiunque, in nome del “rispetto” (ovvero, tu devi rispettarmi, io però posso fare quello che mi pare con te, coi tuoi sentimenti, con la tua inutile e miserrima vita).
Ma cos’è questo “rispetto“?
Forse è rispettoso tacere, qualche volta, e piantarla di comportarsi da veri duri dal cuore di titanio.