#60: Lakshmi, l’innocenza perduta

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Lakshmi è un film biografico del 2014, scritto e diretto a Nagesh Kukunoor.

L’intento di questa pellicola è di traslatare sul grande schermo le aberranti azioni invisibili di esseri umani senza scrupoli, attraverso immagini forti, a volte spietate, ma necessarie al fine di far affiorare sulla superficie dell’Oceano dell’omertà una realtà che è dura a morire, ossia il traffico di bambine e giovani donne e la loro introduzione forzata nel mercato illegale della prostituzione.

E’ necessario comprendere che l’essere femminile e di conseguenza il suo ruolo sociale, specialmente in un contesto patriarcale e fallocrate come quello indiano, è sottostimato, marginale, di molto inferiore a quello elitario maschile e che sebbene le caste siano state abolite attorno agli anni Cinquanta del Novecento, la loro proiezione incide sul vissuto quotidiano comunitario.
La donna, riassumendo, è vista come una proprietà esclusiva dell’uomo: in tenera età del padre, del fratello, dello zio, poi, una volta raggiunta l’età della fertilità – sorvolando per un attimo l’annosa questione delle spose bambine – del marito, del cognato e del suocero.

N.b. i matrimoni sono spesso frutto di combinazioni tra famiglie, un modo “indolore” per sfuggire alla povertà estrema e per liberare i genitori delle ragazze dall’onere di sostentarle economicamente.

 

In India la povertà è una piaga innegabile e negli agglomerati rurali la miseria è tangibile: è già tanto avere un tappetino di canne sul quale dormire, figuriamoci avere un tetto che ripari da vento, pioggia e sole. Molte famiglie vivono la loro esistenza all’aria aperta, senza sapere se per pranzo ci sarà un pugno di riso a sfamarli o un velo a coprire le membra.

E’ proprio in questo scorcio bucolico che prende vita la storia di Lakshmi, un’adolescente senza identità, la cui unica colpa è quella di essere nata povera e di non godere di tutela alcuna, né da parte della famiglia, né da parte delle autorità.
Dopo un viaggio su un mezzo fatiscente in compagnia di altre ragazze, Lakshmi approda in un brothel, dal quale tenterà ripetutamente la fuga, appellandosi persino alla polizia locale, che, per tutta risposta, la riporterà dritta nell’inferno dal quale cerca di scappare.
Per una serie di eventi fortuiti, la giovane si ritroverà a fronteggiare i suoi oppressori in un’aula di tribunale, vincendo la causa e creando un importante precedente giuridico che dona speranza a tutte le vittime innocenti della tratta umana e del connesso traffico sessuale.

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Il film si divide in due parti, una più romanzata, dove gli atti carnali non vengono mostrati in modo sfacciato, l’altra caratterizzata da tinte meno rosee, con scene cruente ed esplicite che raggiungono rapidamente lo spettatore e hanno l’effetto sgradevole di una doccia fredda.

La protagonista non manca di carisma, nonostante la giovane età, e rappresenta l’esatta purezza dei suoi anni, tra sorrisi e tenerezza, opposti in modo brutale alle spregevoli umiliazioni che la mettono in ginocchio, non penetrando tuttavia la vigorosa determinazione, ma temprando, di volta in volta, il suo ammirabile spirito guerriero.

Perché guardare Lakshmi?
Quando si parla di femminismo, si fa spesso riferimento a quella cerchia di donne chiuse nel loro guscio, probabilmente lesbiche, come se l’orientamento sessuale facesse in qualche modo la differenza, fallofobiche, impregnate di pregiudizi e incapaci di proteggere altri esseri come loro, se non a determinate condizioni.
In realtà questo movimento culturale e intellettuale si pone l’obiettivo di garantire la parità dei diritti per TUTTI GLI ESSERI VIVENTI, prescindendo l’età, il genere, l’etnia, la posizione lavorativa e l’estrazione sociale.
Nel 2018 si rende ancora NECESSARIO parlare di disparità tra sessi, di lotta agli abusi e all’indifferenza di contorno, di coesione collettiva e “Lakshmi” lo fa, a modo suo, mettendoci di fronte alle brutture del Mondo nel quale viviamo. Pensiamo che l’India sia tanto lontana da noi, perché i suoi modelli ci sembrano arcaici e caduti in disuso.

Siamo davvero sicuri che sia così?

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#59: Di lagne e miagolii

Si sa che sono un gatto nero, lunatico, frettoloso, pieno di sogni nel cassetto e di cassetti chiusi dentro un armadio quattro stagioni; che ho mille difetti, che viaggio alla velocità della luce, con la testa e con le emozioni, che troppo spesso voglio ottenere a tutti i costi qualcosa di inafferrabile e che quando finalmente arrivo alla meta, non sono soddisfatta, perdo interesse, mi metto alla ricerca di una scossa ancora più forte di quella precedente.

Non ho più voglia di giustificarmi, di inseguire gli aquiloni, di ricamare splendidi arazzi per compiacere chi mi sta intorno. Aka, faccio quello che mi pare, anche se questo costa la sofferenza di qualcuno e quando sarò io a dovermi leccare di gran premura le ferite, piangerò e mi dispererò, ma dopotutto mi rialzerò sulle mie gambe, le stesse che mi fanno male, cullate da una costellazione di ernie che manco Matusalemme coi suoi 969 anni di marcia su questa terra.

E sì, questo mondo mi è sempre andato stretto; stretta l’attesa, i confini, i rapporti d’amicizia, le relazioni, i conflitti, i confronti, le associazioni, gli amici di amici, le critiche furtive fatte all’angolo della strada, la pochezza, la leggerezza, i compromessi, la sanità che non funziona e il governo ladro. E i marò (?)

Non ho più la pretesa di comprendere le persone, di cercare di venire incontro a chi erige muri, chi non è chiaro con se stesso e poi con me, perché già ho problemi a decifrare i vaneggiamenti del mio animo, figurarsi se ho tempo di invischiarmi in altri, ancora più inconsistenti e imprevedibili.

Sono stanca di chi ti dà la mano, ma solo allo scopo di ottenere carne; che poi di questa carne felina, esattamente, cosa ve ne fate? Ci giocate un po’ e poi, piazzata la bandiera, slidate al prossimo gatto? Ci sta, ma fatelo, vi consiglio, con un po’ di stile.

E mi dispiace se sono troppo diretta e se quel che dico fa storcere il naso, ma in fondo nemmeno di questo mi interessa granché, ho sempre preferito la qualità alla quantità – e l’intelligenza alla miseria intellettuale-, oltre a non riuscire, manco per errore a inserirmi nei gruppi. Ma sono figlia unica, quindi la solitudine è una mia grande alleata, anche se spesso tende a darmi ragione quando servirebbe un secondo parere…

Mi piace ancora leggere, anche se lo faccio a fatica, godere del calore delle coperte d’inverno, del fresco all’ombra di un albero in estate, camminare a piedi scalzi sulla sabbia, ammazzarmi di tramonti, perché sì, sono romantica, ma non sono le solite cinque lettere dell’amore a darmi pace.

Preferisco un giudizio diretto e schietto, al vociare da retrobottega, anche se è difficile che un legame duri per sempre, anche se al cento per cento sincero, perché di eterno c’è solo ciò che ci aspetta in seguito all’autostop con Caronte.

E i complimenti, be’, piacciono a tutti i gatti, specie se costruttivi e possibilmente avulsi dal concetto di bellezza in sé e per sé.

Quindi… Quindi niente, solo una lagna di un felino che passeggia verso la sua notte. Alla ricerca della prossima mano a cui fare le fusa.

#58:

Da quasi due mesi non vado in terapia.

Non riesco ad elaborare i miei sentimenti lucidamente, in una sequela di domande che finiscono dritte in un pozzo senza fondo e dentro cui non si specchia la luna.

La tenebra si sta espandendo e il senso di annientamento galoppa senza sosta.

Ci siamo. Di nuovo.

I cavilli, le questioni irrisolte, il nodo alla gola, l’incapacità di nutrirmi della bellezza, la solitudine che batte sulle tempie, il tunnel interminabile che attraverso con la paura angosciante di non vederne mai la fine.

E sto male. Di nuovo.

È iniziato tutto in sordina, una piccola filatura nel vetro, invisibile quasi, dico davvero. Ogni volta che ci passavo il dito sopra, mi sembrava un pochino più profonda e frastagliata, allungata verso l’esterno, ma l’ho ignorata, continuando a vivere la mia “vita”, giustificando l’amarezza, la tristezza e la sofferenza perenne con la perdita di papà.

Ho frequentato persone, dopo mesi di solitudine, perché avevo bisogno di soddisfare i miei impulsi. Mi sono concessa e data in pasto per attenuare il tumulto, la disperazione che mi flagella. Ho fatto del male, anche quando non volevo e ora ne sto facendo a me stessa, coltivando piccole piantine relazionali destinate a morire.

Non sono serena. E per cercare equilibrio ho succhiato parole e respiri dalle bocche degli altri, volontariamente, forse, o solo nel triviale tentativo di stabilizzarmi, cosa peraltro affatto riuscita.

Cosa mi rimane è il vuoto cosmico leopardiano, che mi divora, mi fa a brandelli. Mi sfianca.

Ho introdotto persone tra le mie gambe e le ho nascoste dietro i veli impalpabili della mia anima, ma ne ho ricavato solo altro dolore, cieco e sordo.

A poco a poco sto smettendo di comunicare, calando il bel sipario porpora e limitando gli altri al di là di esso. Non c’è più nulla da guardare. Mi sento arida come il deserto ed è meglio che i miei granelli stiano lì, immobili.

Sono incapace di amare e di farmi amare.

Ho solo una notte sterminata dentro.

#57: La morte non è niente (quasi novanta giorni senza te)

La morte non è niente. Sono solamente passato dall’altra parte: è come fossi nascosto nella stanza accanto. Io sono sempre io e tu sei sempre tu.
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Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora. Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste.

Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme. Prega, sorridi, pensami!

Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza. La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza.

Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Rassicurati, va tutto bene. Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata.
Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami: il tuo sorriso è la mia pace.
H. S. Holland

Nessuno prenderà mai il tuo posto nel mio cuore. Non so nemmeno più come chiamare il vuoto che hai lasciato in me. Non mi capacito ancora della tua non-presenza. Come posso chiamarla assenza, se tra i pensieri e i gesti ci sei sempre tu?

È vero che quando qualcuno viene a mancare ti rendi conto davvero di quanto grande fosse l’amore, l’affetto, la stima, di quanto inestinguibile fosse il legame che stringeva, forte come la catena che sostiene saldamente l’ancora. Ognuno di quegli anelli di metallo è un insegnamento, un ricordo, una debolezza (tua o mia, indistintamente).

Non c’è sentimentalismo in tutto ciò, non quanto ne avresti messo tu. Sei l’unico uomo che ho amato e odiato dal profondo del mio animo. Sono talmente impregnata del dolore, imbevuta di tristezza e sperduta, senza bussola, che non riesco a capire più dove sia il mio bene o il mio male.

Avevo ancora bisogno di te, come la bambina egoista che sono. Avevo ancora bisogno di te, e non ci sei più…

Mi mancherai per sempre.

Sono quasi novanta giorni e l’alba precedente è meno dolorosa di quella successiva.

A volte nemmeno mi importa più dell’alternarsi di Sole e Luna.

La casa è vuota. Il cuore pure.

#56: Il Diario di una futura OSS (di parole d’incoraggiamento e altre amenità)

Avevo scritto un pezzo lunghissimo, ma il demonio ha deciso di cancellarlo senza darmi preavviso, per cui mi devo ingegnare a digitarlo per la seconda volta, stravolgendolo del tutto.

Partiamo dalla descrizione dell’uomo avvolto dalle tenebre, 35enne di un paese limitrofo al mio, cominciando dal suo aspetto fisico: alto come me, quindi basso 160 cm, più o meno, capello biondo sistemato alla Wolverine, occhio scuro, faccina dolce, simpatica, un po’ da roditore. Caratterialmente è uno scrigno chiuso ad una mandata, ha picchi di acume cinico proprio di chi è stato perculato tutta una vita e quando sorride lascia trasparire quella dolcezza nostalgica, il bisogno del ritrovarsi con persone simili. Ce ne fossero… È mio collega di tirocinio e siamo capitati nello stesso inferno disorganizzato e improbabile che è il nuovo reparto di assegnazione.

Mi segue in scia, passando per l’ascensore della biancheria sporca, e impara le nuove regole per diventare un fantasma dentro il grande stabile ospedaliero.

Ho girato per ore tutti i corridoi, al fine di trovare buchi dove potermi infilare e sfuggire rapidamente all’afa insopportabile che ti imperla l’ascella, facendola commuovere.

Tolte queste innocenti nefandezze, lui ed io potremmo diventare un’ottima squadra, anche per quanto riguarda il lavoro manuale. Di fronte ai pazienti, infatti, l’uomo delle tenebre diventa un pezzo di cuore molle ed è grazie a questa sua qualità, a questa sua mutevole sensibilità, che pazienti e parenti si prodigano in complimenti e parole incoraggianti. “Ce ne fossero di più persone come voi!“, “Siete angeli; io sono vecchia e non riesco a farlo da sola. Che Dio vi benedica” (su quest’ultima battuta ho sentito delle lingue roventi fiammeggiare sotto i piedi, ma va be’…), “Speriamo che vi assumano presto” (eh!!!)…

Non ho altro nella vita, oltre la PPB, che mi renda tanto felice, quanto il tirocinio. Esco dalle porte scorrevoli e sento di aver fatto la differenza per qualcuno e vicendevolmente questo qualcuno ha colorato la mia giornata, insegnato qualcosa e forse reso una persona migliore.

#55: Isolamento

Luna crescente. Finalmente tra le coltri leggere del mio letto; cerco di dormire ed ho ancora gli occhi sbarrati come un rapace – una stria, per l’esattezza.

Erano almeno dieci anni che non vedevo le lucciole – quelle vere – svolazzare oltre il canneto. Il Golfo è uno spettacolo di notte, una distesa inquieta di mare e luci elettriche, in contrasto col degrado netto di questi palazzi.

Rimugino sullo scivolare dei giorni, l’andamento fluido ed incessante scandito dal ticchettio ritmico delle lancette dell’orologio che ho al polso.

La mia stanza è stata coperta dal lenzuolo della notte, non altrettanto i miei sfavillanti pensieri, simili ad una old sparky che fa schizzare scintille quando le si trasmette la scarica elettrica fatale.

Forse il mio cervello sta friggendo sotto il caschetto imbevuto d’acqua: lo sento ribollire, a momenti alterni.

È un continuo dondolare tra i riflessi mentali, ora lucidi, ora appannati, una camminata a zig-zag nella terra di nessuno, mentre la cerca dell’uscita da questo bunker antiatomico è diventata quasi accecante, tanta è la furia di tirare il fiato e vedere un raggio di Sole.

Quando subisci un lutto così profondo, le persone attorno sembrano non capire per nulla quale lacerazione ti affligga. Sei un appestato, ai loro occhi, una persona di poco valore. Ti giudicano per gli abiti, per il sorriso divertito, per la chiacchiera facile, gli abbracci ad un amico. Poco conta che tu sia morto dentro, che la piega ridente delle labbra sia solo un modo per schermare lo strazio, confinare e arginare l’onda nera che straripa oltre la diga del tuo cuore. Conta solo l’apparenza; essere invincibili, forti – una forza in realtà flebile ed incerta, che fatica a sorreggersi, il buffetto incoraggiante che spinge il bambino a compiere un altro passo.

Hai visto? Sembra che tutto sia superato. Guarda come si diverte… Ah, esce con troppe persone. Da sola così, con quello che le è successo…

Cosa dovrei fare? Seppellirmi viva e morire anche io? Dimostrare, a chi poi, tutto il baratro irreparabile che mi assorbe senza concedermi un armistizio?

Non mi sono mai integrata nei gruppi, il mio talento è profondere antipatia, quando va bene, oppure indifferenza, quando va meglio. Ma mi rendo conto che il problema sia mio, in quanto “travisabile”, spesso invisibile o emersa solo in parte, simile ad un’isola i cui tunnel sotterranei sono labirintici e sconnessi.

Il 99% delle parole che dico rappresentano appena l’1% di quanto in realtà penso. Non mi capisco e forse non capisco nemmeno gli esseri umani che mi fanno da specchio.

È tutto un tumulto di diverbi, alterchi, conati di vomito, insulti, velati o manifesti, additamenti, incomprensioni. Non sono fatta per le relazioni umane, ‘ché già da principio portano con sé lo stigma avvilente del fallimento.

Difenditi da sola. E lo sto facendo papà, ma contro chi devo combattere, se il mio peggior nemico sono io stessa?

Emano vibrazioni inintellegibili.

Tutto quel che ne deriva è un voluto isolamento.

Silenzio, solitudine e raccoglimento.

Il mondo rallenta, così fa il respiro, la pompa di arterie e vene, il fervore del pensiero.

È così bella la notte, starei per sempre a contemplarla.

#54: Diario di una futura OSS (che continua ad assentarsi e rischia di perdere capra e cavoli)

Hai presente la ramificazione dei corridoi di un ospedale? È un dedalo incomprensibile di aree che si rapportano tra loro tramite richieste scritte, nomi di patologie e comorbilità annesse, ascensori interni d’acciaio, parenti scazzati e pazienti (spesso anche loro scazzati) igienizzati a colpi di catino e garzetta.

In mezzo a Luminari della scienza medica, Sottoposti con felpatissime papille gustative, abituati a saggiare deiezioni liquide pur di avere quel momento di prestigio caduco, si vedono pascolare anche schiere di tirocinanti confusi, sballottati da una parte all’altra, senza referenti. Perché, si sa, con la razionalizzazione delle risorse sanitarie -aka dimezzamento del cash, sfoltimento della forza lavoro, risparmio su interventi, riduzione ricoveri e smantellamento del welfare- il pe(r)culio sarà pure ingente, ma la qualità… Diciamo solo che non è il caso di parlare di standard qualitativi, oggi.

Nel frattempo il gatto nero, in tutta la sua proverbiale fortuna, si è spostato, trafelato, da uno all’altro reparto – solo di un andito, prima porta a sinistra.

Stesso piano, stesse regole empiriche, stessa consistenza del pavimento sotto gli zoccoli di plastica, ma dimensione completamente diversa. E non come Matrix, piuttosto come Stargate, solo che anziché essere catapultati in un mondo fantasy a casaccio, si sprofonda nella più totale disperazione.

C’è M., una dottoressa piuttosto affermata, che a seguito di un ictus ha perso parzialmente la capacità di esprimersi e gioca col cibo, poi solleva il capo rasato, fissa i tuoi occhi e si perde, come se dentro l’iride scorgesse qualche immagine lontana, intangibile.

Ci sono A. e F., giovanissimi, che a seguito di incidenti, che non posso ben descrivere, migliorano molto lentamente le abilità fisiche e cognitive.

Ogni giorno la moglie del primo si arma di santa pazienza e sorriso magnetico, entra in reparto velocemente e raggiunge la sedia a rotelle del marito, fermo di fronte alla Tv della sala da pranzo. Lo accarezza, posa baci sparsi sulla pelle del viso, sulle mani, sulle palpebre che si abbassano a celare l’azzurro acqua dei suoi occhi attenti e allo stesso tempo rallentati da una non meglio stabilita compromissione neurologica. Ti immagini cosa significhi interfacciarsi con tuo marito trentenne, doverlo imboccare tutti i giorni, occuparti dei figli che hai messo al mondo con lui, accettare che con tutta probabilità non si riprenderà al 100% (e forse neanche al 60%), senza che tu possa fare qualcosa perché tutto torni semplicemente come era prima? Quanta forza ci vuole per sopportare il peso di un pugno allo stomaco che ti stordisce e ti lascia lì, ai margini, sopraffatto dall’imprevedibilità cosmica? Tanta, troppa quando si è da poco superato un quarto di secolo di vita ed i progetti, caduti come un castello di carte, sono ancora eccessivamente freschi per essere accantonati. Eppure si lotta, non si molla il pezzo nemmeno di un millimetro.

La palestra del reparto pullula di specialisti che con fatica mobilizzano gli arti plegici, coadiuvano i pazienti nella lunga e dolorosa ripresa verso parametri da manuale. C’è chi non li raggiungerà mai più, quei valori, quei numeri di perfezione, chi invece taglia il traguardo dopo anni di faticoso impegno.

Un combattimento estenuante che porta con sé quesiti probabilmente irrisolvibili, non solo per chi vive il dramma, ma anche per chi osserva e cerca di offrire le proprie mani a chi non le può più usare.

È l’ora del caffé, pausa?

#53: Il diario di una futura OSS (?)

Dopo aver raccolto qualche maceria, aver riflettuto sulle questioni importantissime della mia vita ed essermi disperata più e più volte, dando una leccata piena, ma concisa, al nero delle mie notti, mi rimetto in corsia – nel vero senso della parola – ritrovando la mia verve, che avevo temuto, con avvilito spirito, di aver perso.

La data odierna segna il mio terzo giorno come tirocinante OSS – titolo che avrei dovuto già possedere e sventolare di gran classe come una nobildonna della dinastia Tang, dato il mio bagaglio lavorativo piuttosto ricco e rivolto verso il settore socio-sanitario, ma, come ormai mi sento ripetere da chiunque, meglio tardi che mai. E mai sia, appunto, che mi lasci sfuggire l’ennesima porticina socchiusa, l’ultimo vagone dell’ultimo treno passato all’ultimo minuto.

Beh, forse non è proprio l’ultimo, ma figuriamoci per un attimo che lo sia, data la mia spericolata vita da gatto nero in tangenziale (a mezzanotte, con novilunio, sia mai che ci sia un barbaglio di luce)…

Di seguito racconterò, se di racconto si può parlare, le mie avventure in reparto, raccogliendo con la pazienza di una formichina tutti gli episodi più goderecci del nuovo viaggio di studio pratico che mi si staglia dinnanzi.

Il primo giorno di assestamento è stato una passeggiatina di salute: sei ore di rifacimento letti, in pratica, al fianco di una futura superOSS: sebbene non sia dotata di mantello e mascherina, come altri pallosissimi supereroi, è una che si arrischia, indossando un enorme naso rosso, nel pericolosissimo mondo dei reparti pediatrici ed alleggerisce la degenza dei piccoli a colpi di palloncini colorati e spensieratezza.

Da subito il diktat dei nostri superiori è stato di indossare sovraccamici, cuffiette e guanti.

Allora, siamo nell’isola dei puffi, è Luglio, 34 °C all’ombra, tasso di umidità 120%, percepito 180°C – quindi mezz’ora di cottura e sfornare lentamente, altrimenti ci si affloscia tutto il centro-, aria condizionata quasi inesistente.

Il. Sovraccamice. Verde.

Pensando che si tratti di un innocuo D.P.I., lo indosso con gran solerzia, non badando poi tanto a quegli sguardi scoglionati che i colleghi si scambiano vicendevolmente. Eppure dopo un minuto ho la netta sensazione di comprendere cosa si nasconda dietro quello svalangamento testicolare: il camice verde ha il potere di far sbrinare anche i ghiacci perenni, può renderti lucido come una cotenna di maiale colata di burro, ti disidrata che manco una passeggiata nel Gobi a ferragosto trascinando una stufa a legna sulla schiena. Accesa, ovviamente.

Finisco il giro e con somma soddisfazione mi accorgo di aver perso due kilogram… ah no, non ho perso nulla, fuorché tutti i sali minerali fino a quel momento presenti nel mio corpo.

All’una abbandono tutti ed il mio unico pensiero sono le bottigliette d’acqua ghiacciata riposte dentro il frigo di casa.

Il secondo giorno è iniziato con un resoconto totale degli accozzati (raccomandati, come direbbero sull’italica terraferma) che lavorano in ospedale solo perché buon sangue non solo non mente, ma ti imbocca il lavoro col cucchiaio, facendo l’aeroplanino.

Tralasciando tali miserie, di cui mi curo tanto quanto farei con una pianta, e aggiungo, per meglio esplicare, che il mio pollice di verde non ha nemmeno lo smalto sull’unghia, una volta ultimato il giro letti (igiene personale, cambio effetti letterecci, san(t)ificazione unità dei pazienti), la carrozza fumante dei pasti è giunta a noi ed in men che non si dica mi ritrovo con un cucchiaio in mano, un bavaglino ed un paziente con Alzheimer che è convintissimo di stare su una barca!

<<Allora vedi, questo è un gabbiano, quello un colombo>> mentre indica verso la porta del bagno.

<<Toh, una vacca a due teste, non vedi come sta pascolando?>> certo che la vedo la vacca, con questo sovraccamicino verde credo sarei in grado anche di poter vedere qualche apparizione divina, figurarsi un bovino bicefalo, facilissimo no?

Il terzo giorno è resusc… AEMH… il terzo giorno abbiamo un supervisore OSS di cui credo di essermi innamorata, ma non ne sono certa. Ci da piena autonomia, finalmente la SuperOSS-to-be dal piglio clownesco riesce a somministrare i farmaci sottocute, io invece posso accingermi a fare l’igiene personale del paziente da sola.

Verso l’ora di pranzo arriva una ragazza gravemente ustionata, bendata dal torace ai piedi. Subito la accogliamo, l’OSS di turno le pone tutte le domande di rito e solo dopo aver completato il check-in, il quesito che tutti noi speravamo venisse pronunciato si palesa, magnifico, in tutta la sua risolutezza: <<Ma come hai fatto ad ustionarti così?>>. Domandare è lecito, rispondere è cortesia: <<Al mare, la persona che doveva svegliarmi dopo un’oretta ha deciso di lasciarmi dormire dalle 10 alle 17.>>

<<Ma chi è questa persona?>>

<<Mia suocera.>>

Morale della favola, le suocere, anche quelle migliori, non riuscendo nel loro intento di mandarti per direttissima al cospetto dell’Onnipotente, sognano sempre di mandarti almeno all’ospedale.

#52: Il dono di Re Mida

L’allegra comitiva del lutto, ormai consolidata nel suo peregrinare tra un cimitero e l’altro, passando per vari gradi di parentela, sembra non volersi sciogliere presto.

Ormai il nero, quella della notte che indosso come un lutto vittoriano, ha tinteggiato le pareti del mio tunnel. La luce c’è, ma non si vede!

Ancora una volta sono seduta sul sedile posteriore, campi e case che scorrono fuori, susseguendosi ad una velocità irregolare.

Sono nauseata. Ho lo stomaco che si rivolta. Vorrei solo dormire e svegliarmi tra vent’anni, quando ormai tutti i moti del mio cuore non saranno che un ricordo sbiadito.

E mi sento come Re Mida, con la differenza che lui tramutava tutto in oro, ed io, al contrario, distruggo tutto quel che le mie dita dannate incontrano. Per prima me stessa. Poi gli altri. Poi i rapporti, le relazioni, gli oggetti e i momenti.

Questa sofferenza è una valigia che non ho più voglia di trasportare, portarmi dietro. Ho le braccia stanche ed il cuore affranto. Può bastare così, davvero, deve bastare così.