#54: Diario di una futura OSS (che continua ad assentarsi e rischia di perdere capra e cavoli)

Hai presente la ramificazione dei corridoi di un ospedale? È un dedalo incomprensibile di aree che si rapportano tra loro tramite richieste scritte, nomi di patologie e comorbilità annesse, ascensori interni d’acciaio, parenti scazzati e pazienti (spesso anche loro scazzati) igienizzati a colpi di catino e garzetta.

In mezzo a Luminari della scienza medica, Sottoposti con felpatissime papille gustative, abituati a saggiare deiezioni liquide pur di avere quel momento di prestigio caduco, si vedono pascolare anche schiere di tirocinanti confusi, sballottati da una parte all’altra, senza referenti. Perché, si sa, con la razionalizzazione delle risorse sanitarie -aka dimezzamento del cash, sfoltimento della forza lavoro, risparmio su interventi, riduzione ricoveri e smantellamento del welfare- il pe(r)culio sarà pure ingente, ma la qualità… Diciamo solo che non è il caso di parlare di standard qualitativi, oggi.

Nel frattempo il gatto nero, in tutta la sua proverbiale fortuna, si è spostato, trafelato, da uno all’altro reparto – solo di un andito, prima porta a sinistra.

Stesso piano, stesse regole empiriche, stessa consistenza del pavimento sotto gli zoccoli di plastica, ma dimensione completamente diversa. E non come Matrix, piuttosto come Stargate, solo che anziché essere catapultati in un mondo fantasy a casaccio, si sprofonda nella più totale disperazione.

C’è M., una dottoressa piuttosto affermata, che a seguito di un ictus ha perso parzialmente la capacità di esprimersi e gioca col cibo, poi solleva il capo rasato, fissa i tuoi occhi e si perde, come se dentro l’iride scorgesse qualche immagine lontana, intangibile.

Ci sono A. e F., giovanissimi, che a seguito di incidenti, che non posso ben descrivere, migliorano molto lentamente le abilità fisiche e cognitive.

Ogni giorno la moglie del primo si arma di santa pazienza e sorriso magnetico, entra in reparto velocemente e raggiunge la sedia a rotelle del marito, fermo di fronte alla Tv della sala da pranzo. Lo accarezza, posa baci sparsi sulla pelle del viso, sulle mani, sulle palpebre che si abbassano a celare l’azzurro acqua dei suoi occhi attenti e allo stesso tempo rallentati da una non meglio stabilita compromissione neurologica. Ti immagini cosa significhi interfacciarsi con tuo marito trentenne, doverlo imboccare tutti i giorni, occuparti dei figli che hai messo al mondo con lui, accettare che con tutta probabilità non si riprenderà al 100% (e forse neanche al 60%), senza che tu possa fare qualcosa perché tutto torni semplicemente come era prima? Quanta forza ci vuole per sopportare il peso di un pugno allo stomaco che ti stordisce e ti lascia lì, ai margini, sopraffatto dall’imprevedibilità cosmica? Tanta, troppa quando si è da poco superato un quarto di secolo di vita ed i progetti, caduti come un castello di carte, sono ancora eccessivamente freschi per essere accantonati. Eppure si lotta, non si molla il pezzo nemmeno di un millimetro.

La palestra del reparto pullula di specialisti che con fatica mobilizzano gli arti plegici, coadiuvano i pazienti nella lunga e dolorosa ripresa verso parametri da manuale. C’è chi non li raggiungerà mai più, quei valori, quei numeri di perfezione, chi invece taglia il traguardo dopo anni di faticoso impegno.

Un combattimento estenuante che porta con sé quesiti probabilmente irrisolvibili, non solo per chi vive il dramma, ma anche per chi osserva e cerca di offrire le proprie mani a chi non le può più usare.

È l’ora del caffé, pausa?

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#53: Il diario di una futura OSS (?)

Dopo aver raccolto qualche maceria, aver riflettuto sulle questioni importantissime della mia vita ed essermi disperata più e più volte, dando una leccata piena, ma concisa, al nero delle mie notti, mi rimetto in corsia – nel vero senso della parola – ritrovando la mia verve, che avevo temuto, con avvilito spirito, di aver perso.

La data odierna segna il mio terzo giorno come tirocinante OSS – titolo che avrei dovuto già possedere e sventolare di gran classe come una nobildonna della dinastia Tang, dato il mio bagaglio lavorativo piuttosto ricco e rivolto verso il settore socio-sanitario, ma, come ormai mi sento ripetere da chiunque, meglio tardi che mai. E mai sia, appunto, che mi lasci sfuggire l’ennesima porticina socchiusa, l’ultimo vagone dell’ultimo treno passato all’ultimo minuto.

Beh, forse non è proprio l’ultimo, ma figuriamoci per un attimo che lo sia, data la mia spericolata vita da gatto nero in tangenziale (a mezzanotte, con novilunio, sia mai che ci sia un barbaglio di luce)…

Di seguito racconterò, se di racconto si può parlare, le mie avventure in reparto, raccogliendo con la pazienza di una formichina tutti gli episodi più goderecci del nuovo viaggio di studio pratico che mi si staglia dinnanzi.

Il primo giorno di assestamento è stato una passeggiatina di salute: sei ore di rifacimento letti, in pratica, al fianco di una futura superOSS: sebbene non sia dotata di mantello e mascherina, come altri pallosissimi supereroi, è una che si arrischia, indossando un enorme naso rosso, nel pericolosissimo mondo dei reparti pediatrici ed alleggerisce la degenza dei piccoli a colpi di palloncini colorati e spensieratezza.

Da subito il diktat dei nostri superiori è stato di indossare sovraccamici, cuffiette e guanti.

Allora, siamo nell’isola dei puffi, è Luglio, 34 °C all’ombra, tasso di umidità 120%, percepito 180°C – quindi mezz’ora di cottura e sfornare lentamente, altrimenti ci si affloscia tutto il centro-, aria condizionata quasi inesistente.

Il. Sovraccamice. Verde.

Pensando che si tratti di un innocuo D.P.I., lo indosso con gran solerzia, non badando poi tanto a quegli sguardi scoglionati che i colleghi si scambiano vicendevolmente. Eppure dopo un minuto ho la netta sensazione di comprendere cosa si nasconda dietro quello svalangamento testicolare: il camice verde ha il potere di far sbrinare anche i ghiacci perenni, può renderti lucido come una cotenna di maiale colata di burro, ti disidrata che manco una passeggiata nel Gobi a ferragosto trascinando una stufa a legna sulla schiena. Accesa, ovviamente.

Finisco il giro e con somma soddisfazione mi accorgo di aver perso due kilogram… ah no, non ho perso nulla, fuorché tutti i sali minerali fino a quel momento presenti nel mio corpo.

All’una abbandono tutti ed il mio unico pensiero sono le bottigliette d’acqua ghiacciata riposte dentro il frigo di casa.

Il secondo giorno è iniziato con un resoconto totale degli accozzati (raccomandati, come direbbero sull’italica terraferma) che lavorano in ospedale solo perché buon sangue non solo non mente, ma ti imbocca il lavoro col cucchiaio, facendo l’aeroplanino.

Tralasciando tali miserie, di cui mi curo tanto quanto farei con una pianta, e aggiungo, per meglio esplicare, che il mio pollice di verde non ha nemmeno lo smalto sull’unghia, una volta ultimato il giro letti (igiene personale, cambio effetti letterecci, san(t)ificazione unità dei pazienti), la carrozza fumante dei pasti è giunta a noi ed in men che non si dica mi ritrovo con un cucchiaio in mano, un bavaglino ed un paziente con Alzheimer che è convintissimo di stare su una barca!

<<Allora vedi, questo è un gabbiano, quello un colombo>> mentre indica verso la porta del bagno.

<<Toh, una vacca a due teste, non vedi come sta pascolando?>> certo che la vedo la vacca, con questo sovraccamicino verde credo sarei in grado anche di poter vedere qualche apparizione divina, figurarsi un bovino bicefalo, facilissimo no?

Il terzo giorno è resusc… AEMH… il terzo giorno abbiamo un supervisore OSS di cui credo di essermi innamorata, ma non ne sono certa. Ci da piena autonomia, finalmente la SuperOSS-to-be dal piglio clownesco riesce a somministrare i farmaci sottocute, io invece posso accingermi a fare l’igiene personale del paziente da sola.

Verso l’ora di pranzo arriva una ragazza gravemente ustionata, bendata dal torace ai piedi. Subito la accogliamo, l’OSS di turno le pone tutte le domande di rito e solo dopo aver completato il check-in, il quesito che tutti noi speravamo venisse pronunciato si palesa, magnifico, in tutta la sua risolutezza: <<Ma come hai fatto ad ustionarti così?>>. Domandare è lecito, rispondere è cortesia: <<Al mare, la persona che doveva svegliarmi dopo un’oretta ha deciso di lasciarmi dormire dalle 10 alle 17.>>

<<Ma chi è questa persona?>>

<<Mia suocera.>>

Morale della favola, le suocere, anche quelle migliori, non riuscendo nel loro intento di mandarti per direttissima al cospetto dell’Onnipotente, sognano sempre di mandarti almeno all’ospedale.

#52: Il dono di Re Mida

L’allegra comitiva del lutto, ormai consolidata nel suo peregrinare tra un cimitero e l’altro, passando per vari gradi di parentela, sembra non volersi sciogliere presto.

Ormai il nero, quella della notte che indosso come un lutto vittoriano, ha tinteggiato le pareti del mio tunnel. La luce c’è, ma non si vede!

Ancora una volta sono seduta sul sedile posteriore, campi e case che scorrono fuori, susseguendosi ad una velocità irregolare.

Sono nauseata. Ho lo stomaco che si rivolta. Vorrei solo dormire e svegliarmi tra vent’anni, quando ormai tutti i moti del mio cuore non saranno che un ricordo sbiadito.

E mi sento come Re Mida, con la differenza che lui tramutava tutto in oro, ed io, al contrario, distruggo tutto quel che le mie dita dannate incontrano. Per prima me stessa. Poi gli altri. Poi i rapporti, le relazioni, gli oggetti e i momenti.

Questa sofferenza è una valigia che non ho più voglia di trasportare, portarmi dietro. Ho le braccia stanche ed il cuore affranto. Può bastare così, davvero, deve bastare così.

#51: Il principio di una vita tranquilla

C’è una collina, nel mio paese, che si affaccia sul mare; un serpente di asfalto divide la spiaggia rocciosa dai campi e prosegue, giungendo ad un sentiero sterrato, sino alla scogliera. Da qui si può godere del silenzio e degli aliti di vento, talvolta è persino possibile scomparire nella linea blu dell’orizzonte, dove cielo e acqua si sposano e confondono, unendo le proprie anime, una riflesso dell’altra, nella loro infinita disuguaglianza.

Le mani fresche incontrano l’oro delle spighe asciutte, mentre le suole affondano nel manto umido, ancora irrorato di rugiada notturna, intrappolata tra i fili d’erba in germoglio.

Cammino, penso, penso e cammino.

L’occhio si perde nei colori intensi del panorama, un ritaglio di paradiso chiamato casa. Malgrado non mi tenga più legata a sé, né l’anelito sia quello di permanervi fino alla fine del mio tempo, la terra che calpesto nasconde, nel suo buio fecondo, le mie radici più profonde, la propaggine familiare, il bulbo culturale, morale ed etico, qualcosa che nemmeno la distanza può sterpare, almeno non del tutto.

Il profumo pungente della macchia – rosmarino, mirto, elicriso, lentisco, ginepro – si amalgama con la brezza salmastra, madida e densa, il verde diventa indaco, arrotondandosi nel cerchio irregolare del magenta brillante delle bacche aspre, stemperandosi nel bianco dei fiori che volgono le loro corolle verso i raggi caldi ad oriente, terra del mattino.

A nord il Golfo abbraccia il Mediterraneo e, poco sopra, scalo visivamente la linea ondulata dei monti che adombra parte della città, poi, ancor più vicino, in questa prospettiva, il brillare eterno delle torce della SARAS, le fiamme rosse e vive che guizzano feroci verso l’aria.

Questa stradina l’ho percorsa di notte, su una macchina che non era la mia, i fanali e la polvere, il tuo sorriso, a cui ho volontariamente rinunciato, ricorda una falce di luna, barbaglio nella volta delle mie distruzioni. La pelle fresca, il pozzo fondo delle iridi appannate dal cristallo, la linea perfetta di mento, collo e clavicola, i capelli folti e scuri, dentro cui inabissare le dita, la leggerezza delle battute impastate all’ironia cinica, una lama di bisturi e nel contempo la dolcezza colata del miele.

Non posso andare avanti così, ottenebrata dalla notte del mio reame di paura. Però devo. E per farlo cammino nella mia isola.

È da poco che sono tornata, ma già penso di dover scappare.

Di cosa pensa e fa la gente, i miei compaesani che ridono di me, in barba alle mie disgrazie recenti, m’interessa poco più di niente. Non capiscono che dietro a gesti avventati, incerti e spesso incomprensibili, si cela un’anima fragile, ferita, ma in grado di sollevare un mondo sulle spalle.

L’apparenza è solo un mantello che ci rende invisibili. Ed è così che voglio essere, impercettibile, instaurando il divario necessario che mi consenta di essere integra, comportandomi come l’olio che rimane sul pelo dell’acqua, senza mai mescolarvisi, forse disgregandosi in mille ed una goccia, se scosso, ma rimanendo comunque uguale a se stesso.

#50: La vita dopo la morte di papà

L’obiettivo di quest’anno era quello di scrivere una lettera al mese, affrancarla e spedirla o consegnarla a mano, infilarla sotto la porta di casa, lasciarla lì, per caso. Parlare di cose leggere, a mezzo di inchiostro, colori e carta, raccontando pezzi di me, ma soprattutto cercando di trasmettere il mio amore, visto che è facile dimenticarsi di rimarcare che non sia scontata la presenza, l’affetto, la volontà di includere altri esseri umani nella nostra crew di volo. Un gesto simbolico di gratitudine, un piccolo pegno d’amore, senza aspettative, senza troppi pensieri, senza voler nulla in cambio.

Questa è la seconda del mese dove indirizzo i miei pensieri scritti a te.

Immagino ti chiederai com’è la vita senza te, se sia facile fare i conti con la stanza vuota, con la musica che sempre, sempre, non fa che guidarmi morbidamente verso il tuo ricordo, con i tuoi cappelli che siedono sul comodino e sembrano innamorati al porto, in attesa che la nave attracchi e riporti a casa l’amato.

Lo sai, combatto ogni giorno per non scivolare, piedi e bacino, dentro il buco nero vibrante del cavernoso dolore che tiene in pugno gli organi cavi, senza alcuna pietà. Eppure sorrido. Mi circondo di persone amorevoli, dolci, che accolgono a cuore aperto il mio vibrare dissonante e lo tramutano in un arpeggio armonioso.

Sorrido, guardo avanti. E sono spaventata papà. Ho paura che il mio corpo covi la stessa brutta malattia.

Mi siedo spesso, da sola, sul letto, ed aspetto, nemmeno so io cosa.

Non mi ricordo più la tua voce, il timbro, la modulazione. Ho paura di dimenticare le linee del tuo viso. Eppure mi sforzo di aprire le labbra e mostrare il mio lato più sereno. Non ricordo più le tue mani, la loro forma armoniosa, prima che il male le rattrappisse. Sembra sia passato un secolo da quando impugnavi le bacchette o abbassavi con gentilezza i tasti del piano, dondolando la testa o chiudendo gli occhi, senza però far toccare perfettamente tra loro le ciglia, assumendo quell’espressione propria di chi è in estasi…

Sto dialogando con questa entità senza nome, senza tempo, impegnandomi a capire se davvero tutto abbia un senso.

Avrei voluto dirti di più, e cerco segno di te nel vento, nel mare, in tutto quel che vedo.

Chissà dove sei, però, davvero. Aspetto sempre di vederti tornare, quasi che gli ultimi 10 mesi non fossero esistiti e tutta quella sofferenza fosse, per incanto, scomparsa.

Eppure, sorrido. Guardo avanti. E mi ritrovo sul ciglio dei miei pensieri, incapace di scovare il fulcro di questa strana, dura lezione senza senso.

#49: Dammi tre parole: cibo, amore, aspetto fisico.

Ho sempre avuto un rapporto conflittuale con 3 cose:
A. Cibo
B. Amore
C. Il mio corpo
in ordine totalmente casuale.

A. Cibo:
Piacere immediato.
Soddisfazione istantanea della voglia di dolce, salato, agrodolce, piccante.
Voglio provare tutto quello che posso, senza privarmi della goduria lussuriosa del mangiare.
In contrapposizione, odio masticare, una rottura INFINITA.
Le pietanze che metto in tavola sono legate ad odori, sapori e sensazioni, ai ricordi della mia infanzia e dell’adolescenza, benché nel passaggio tra le due età abbia sviluppato una serie di disordini alimentari che mi hanno accompagnata come Fido sino all’attuale senilità.
Quando mangio, tutto svanisce. Dolore, paura, felicità, tristezza, amore. Tutto viene cancellato con prestezza dalla beatitudine indotta durante l’atto del far scivolare in gola le pillole del divino. Nutrienti, venite a me!

B. Amore:
Scenario: identificazione dell’amore con coppia infelice, possibilmente impalcata di corna, con deviazioni morbose (liti, fughe, lotte libere corpo a corpo, drammi perpetui, silenzi, palizzate, vassalli, valvassori, valvassini e, perché no, dai, servi della gleba)
Risoluzione 1 (adolescenza inoltrata; 16-20+):
– Anni di nihil, annientamento, dolore, morire, dormire e nulla più.
– Romanticismo sgorgante combinato ad un completo appoggiarsi all’altro.
– Crocerossa italiana. Ti salverò io!
– Lacrime e amarezza.
– Bisogno di approvazione da parte del partner.
– Idea di metà.
– Confusione sessuale. Ma se mi piace una donna allora sono lesbica? Disperazione sociale parte II.
Risoluzione 2 (giovane adulta; 20+-30):
– Sfiducia verso il genere umano.
– Appoggio-stampella ancora ben presente.
– Riscoperta della stabilità, con risalita faticosa in stile arrampicata libera, senza funi, solo pietra e polpastrelli sudati a 2000 metri d’altezza, col vuoto che ti fa l’occhiolino sornione.
– Amore =/= Dolore.
– Che figo, anche io so ridere, chiccazzo l’avrebbe mai detto?
– Se fossi bisessuale non sarebbe un problema. Fine della disperazione sociale.
Risoluzione 3 (adulta attempata, con sogni ormai appesi al chiodo):
Let it be
Ciò che deve accadere, accade. (Quindi passando dal pop dei Beatles, ai CSI, con sfumature preoccupanti di Osho – per gli amici Shosho, che in sardo significa, erh, vagina)
Incasellamento delle varie componenti dello scambio amoroso – con inclinazione a vite separate, case divise e letti PURE.
– Nessun senso di competizione con altre figure femminili. Amo le donne, perché sono bellissime!
– Senso di integrità.

C. il mio corpo:
Ho passato gli anni della giovinezza a lagnarmi di fronte allo specchio. Quanto sono brutta, grassa, schifo, puh.
Millenni di diete buttate al cesso. Magra, grassa, atletica, grassa, magra, tisica, grassa. Pendolo di Focault spostati, che le mie oscillazioni sono così veloci che sarebbero in grado di spostare l’inclinazione dell’asse terrestre, NOW.

Nell’ultimo anno ho ricevuto una serie di messaggi contrastanti inerenti il mio aspetto fisico:
– Sei bella così
– Sei in carne, ma stai bene così
– Secondo me devi scendere di peso
– Effettivamente sei ingrassata un sacco
– La 44? Ma davvero? Vesti una taglia così tanto grande?
– Bel viso, ma grossa.
– Non si salva nemmeno il viso
– Ma mangi troppo? Cosa? A che ora? E bevi? E fumi? E dici parolacce?

Esiste un modo indolore per accettare l’immagine riflessa nello specchio?

Qui ci vuole la fata Madrina.
La aspetto mentre mi rammendo il cencio di fronte ad una fumante tazza di caffé.
Senza zucchero.
(Ma altrettanto peccaminoso)

#48: Dei molti demoni (le parole che non ti ho detto)

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Ricordo quando ti parlavo della mia voglia di girare il mondo.
Eravamo tu ed io, seduti a tavola dopo pranzo.
Sopra il piano di vetro ancora i piatti, i rimasugli di cibo, il bicchiere macchiato di vino sul fondo davanti a te e quello pieno d’acqua tra le mie dita.
C’era la TV accesa, a volume moderato, ma non ci curavamo molto di quanto veniva trasmesso, perché in realtà stavamo già viaggiando, senza nemmeno muovere un muscolo. Lo sai anche tu che questa è una bugia, però, perché entrambi respiravamo. Non sapevamo, o forse non ci interessava ricordare, che anche solo per riempire i polmoni d’ossigeno occorrono delle fasce muscolari toniche e funzionanti, per far vibrare le corde vocali serve che l’aria le solletichi quanto basta perché il suono si tramuti in parole, per mandare giù il vino lingua, laringe e faringe si devono accordare come gli strumenti di un’orchestra.

Le ipnotiche righe di luce del pomeriggio, ombre delle tapparelle a mezz’asta, disegnavano i nostri piedi scalzi, nelle loro fattezze uguali. Io metto una gamba dietro la tua, guarda quando sono a fianco, il mio sinistro ed il tuo destro, sembrano quelli della stessa persona! 

I libri accatastati, tra scaffali e pavimento. Storia, simbolismo, religione, sociologia e molto, moltissimo altro.
Ma perché hai regalato tutti quei dischi? E le cassette? Non abbiamo abbastanza film da guardare o più probabilmente ci servirebbe un’altra vita per riuscire a vederli tutti.

Non siamo esseri umani convenzionali; o forse lo siamo e ci siamo erroneamente convinti, per una presunzione luciferina, di essere speciali?
E’ solo il potere dell’arte, anzi dell’amore per essa, che ci fa sentire diversi, estranei.

Siamo esclusivi, perché anche quando sorridiamo io ricordo te, c’è la tua traccia di malinconia che segna il mio sguardo che, inevitabilmente, rassomiglia al tuo. Sei in me e nelle espressioni che mi accompagnano quotidianamente, ma ciò non credo possa bastare.
La tua risata riempie l’aria, mi dicevi sempre. E ti giuro, avrei riso di più se solo avessi immaginato, se per un istante soltanto avessi visto cosa ci avrebbe riservato il nostro futuro.

Ho dato importanza a così tante cose effimere, persone da salvare, chimere da inseguire; ho vissuto questa vita tampinando sogni evanescenti: per questo ti sei tanto arrabbiato quando ho lasciato la nostra casa? Perché ti ho abbandonato e tu hai sempre avuto una paura atavica della separazione, tanto da farmi una colpa della mia stessa assenza, ma chi non ha timore di restare solo sul cuor della terra?

Non abbiamo tappezzato il nostro cammino con petali di fiori profumati; quando la rabbia, la disperazione e la frustrazione ci accecavano eravamo in grado di attaccarci senza pietà, mani e unghie sfoderate, sputare fiele con lingue di serpente, squarciarci il petto e costringerci al silenzio per giorni. Ma poi, in punta di piedi, tornavamo l’uno dall’altra ad accarezzare le ferite e darci tregua, certo fino al prossimo litigio.
Ma l’amore senza una lite manca di sale, così dicevi ed io ci credevo davvero.

Non siamo stati facili, né tantomeno scontati.
Ma ci siamo amati tanto, troppo, to the bones.

A me manca il tuo coraggio. Le note che hanno scortato i giorni trascorsi assieme. La mano che stringeva il mento e asciugava le lacrime.
Alla fine il fazzoletto l’ho usato per tamponare il tuo dolore, che cadeva incolore staccandosi dalla rima degli occhi.
Papà, sono qui, respira col naso. Non devi avere paura.
Le dita irrigidite, fredde, bianche di malattia, di nervi saldati al corpo ma privi di corrente elettrica, inservibili. L’ossigeno che non basta più. Il neon blu dell’ospedale. L’odore insalubre della corsia.

Oggi la barba, domani però ti lavo la schiena, ok? Ci vediamo domani, pa’.

E’ così difficile dirti addio.

#47: Metà

Essendo donna, sin dalla nascita mi hanno appioppato lo stigma dell’essere stata generata direttamente dalla costola di un essere umano di sesso maschile.

Avrei potuto capire da un pezzo di cuore, da un arto, da un muscolo… No. Da una costola. Un osso. Perché non da una vertebra? Datemi il pezzo che mi spetta, per tutti gli Dei.

Crescendo e sperimentando il perturbamento adolescenziale dell’incontro tra nuvole cariche di ormoni pulsanti, l’idea della metà della mela, trasmessa durante faticose ore di filosofia al liceo, ha cominciato a frullarmi vorticosamente nel cervello, mandando in pappa il mio senso di integrità ed individualità.

Ricordo al gentile pubblico che la mia pubescenza si colloca sul finire degli anni 90′ e prosegue a cavallo col nuovo millennio, costellata da esempi televisivi altamente formativi, quali Beverly Hills 90210, American Beauty, Romeo+Juliet e -rullo di tamburi- Titanic. Just saying…

Ebbene, da lì in poi mi sono impiegata e spesa nella ricerca scientifica di un amore che corrispondesse esattamente alla mia concezione di “metà”, inizialmente con pochissime pretese, legate a caratteristiche fisiche – alto, capello nero, occhio chiaro o scuro come la notte- e intellettuali – abilità di comprensione del testo, italiano fluente- che si sono infoltite col passare del tempo, affinandosi e divenendo sempre più specifiche, settoriali.

Nel corso degli anni le aspettative, fortilizi di sabbia esposti alla prima schiuma della marea, sono crollate di misero getto.

Il lavoro, dunque, si è affacciato sulla mia vita di giovane adulta di belle speranze ed anche lì, nonostante la tanto seducente e millantata parità dei sessi, finivo sempre per essere subalterna a uomini senza nervo.

Metà, di fatto, era la fantasia che potevo utilizzare nel problem solving, metà era la valorizzazione del mio operato, metà sempre, anche qualora l’idea fosse efficace.

Il tratteggio del piano trasversale era definitivo: siccome dall’addome in giù il mio sistema riproduttivo termina con buchi anziché protuberanze, allora…

Allora vali metà.

E di nuovo l’amore, gli uomini dentro la mia vita, le camminate sulla spiaggia, i tramonti, le mezze parole pronunciate a fior di labbra, il calore dei corpi che, metà per ciascuno, si fondono alla ricerca di quell’unicità promessa ed a lungo anelata, ma fondamentalmente mai trovata. E io sono te, e tutto ciò che vedo sono io, per dirla alla pinkfloydese, con mille ambasciatori del mattino che arrivano danzando a bordo di scintillanti raggi solari ed io, sempre io, senza filtro 50+ contro gli UV, oltre alle ustioni, ho riportato le cicatrici per lustri.

Perché, si sa, quando la tua metà si rivela essere un violento, un maniaco, un traditore o semplicemente esula dal tuo esatto concetto di partner, ti piomba addosso una delusione, un vuoto incolmabile, per cui via, ciurma all’arrembaggio, ‘ché la nave sta salpando verso altri lidi, anch’essi famosissimi per la loro recisione netta in due, divisi, mezzi, in attesa della venuta mistica di qualche altro pioniere incompleto come loro.

(Così sia, ab aeterno)

Sarebbe stato tutto più semplice se gli Dei non avessero fulminato quei dannati ermafroditi bicefali e li avessero lasciati nella loro forma primigenia, perfetta ed integrale!

Ora, superata la soglia dei trenta, con fatica ercolina, sono giunta ad una conclusione: nessuno (nessuno!) ha una metà. Tutto quello che creiamo, svolgiamo, dirigiamo, pensiamo e realizziamo è frutto, sì, dell’educazione, istruzione, ambiente e biglietto -vincente o meno- della lotteria genetica, ma la sua gestione ed interiorizzazione è un complesso elaborato che si dipana direttamente in noi, sgorgando dalla parte più profonda di noi, la nostra vera identità, che mezza non è.

La spinta verso l’amore è naturale anch’essa; si può amare accettando il fatto di non dover completare l’altro, semplicemente standogli accanto senza la pretesa di incastrare perfettamente questa metà con quella metà, proprio perché non vi è NESSUNA metà da far combaciare.

Siamo mele intere, perfette e perfettibili, non irripetibili, non uniche e destinate a qualcuno. Siamo promessi sposi di noi stessi, prima di poter esserlo per qualcun altro.

E dopo questo bel mattone di fuffa candita, è l’ora del pijiama.

Nero.

Coi gatti stampati sopra .

#46: Riguardo alle malattie mentali

Esco di casa in pijiama per andare a recuperare il kindle dall’abitacolo della mia autovettura, accompagnata da un inconfondibile sottofondo meccanico, il rombo sordo dei motori industriali che, instancabili, macinano olio, day-in-and-day-out, rompendo il silenzio di questa notte di tormenti.
Le finestre si spengono sulla via principale del paese, il che mi evoca lesto un umore atrabiliare, “così tra questa immensità s’annega il pensier mio“…
E il naufragar, onestamente, è dolce come un sorso di acido cloridrico a freddo – quello che ti manda all’ospedale perché eri convinto fosse acqua.

Per chi ha la testa incasinata come me è difficile fermarsi e valutare.
Inspirare ed espirare.
Ricordarsi di non essere sopra un treno che va a 300 km/h, ma di muoversi a piedi, con delle fantastiche Vans, la cui tela s’adorna d’una morigerata fantasia raffigurante una castigatissima Princess Peach contornata di stelline psicotrope dell’invincibilità – e Mario bestemmia contro quel lestofante di suo fratello Luigi che, nonostante in tutta la saga sia stato solo una spettrale comparsa, riesce pure a sottrargli la donna dei suoi sogni, lasciandolo a bocca asciutta, per non dire altro.

La testa incasinata, argomentavo, non aiuta nelle scelte quotidiane, né a lungo termine, né estemporanee; ogni decisione diventa un’impresa epocale che grava sul cuore, peggio dell’anello del potere che Frodo è costretto a sobbarcarsi, smazzandosi tutta la strada che, dalla Contea Baggins, conduce dritta dritta al Monte Fato. A piedi. Senza scarpe. Con Gollum che gli sfrangia le pudenda ogni tre per due. E Sauron che con il suo occhio vulvico gli strizza il cuore e la mente anche a distanza di centinaia di migliaia di miglia. E mettiamoci in mezzo anche la storia d’amore scassaminchia tra Arwen e Grampasso. E gli Hurukai. E tutto il carrozzone di Elfi, Maghi e personaggi insopportabili, Tom Bombadil in prima linea.

Nell’immaginario comune la persona affetta da disturbi o disordini mentali si tramuta magicamente in un mostro privo di ogni capacità di discernimento razionale, incapace, inaffidabile. In realtà esistono una moltitudine di patologie che comprendono ANCHE tali specificità – mostri a parte – ma il più delle volte si tratta di casi limite.

Quando i profani sentono parlare di “instabilità“, ti vedono già girare tra i corridoi imbiancati di un reparto Psichiatrico, con indosso una bella camiciola candida, munita di eleganti cinghie e lacci regolabili, one size fits all.

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Eppure non è esattamente così che funziona.
L’instabilità affonda le sue robuste radici nel terreno fertile dell’infanzia, quando mamma e/o papà non riconoscono le nostre esigenze primarie: amore, validazione emotiva, considerazione positiva. La discrepanza tra la percezione individuale e quella genitoriale comporta un’incoerenza di fondo che può sfociare, anche in età adulta, in devianze, dipendenze, alterazioni psicologiche di lieve, media e grave entità.
C’è chi si accorge di avere un problema, chi invece lo cova inconsapevolmente, chi vuole smettere di soffrire ma non sa da dove cominciare, chi decide di rivolgersi ad uno specialista.

Io faccio parte dell’ultima schiera, ovvero quelli che hanno riempito il sacco sin sopra l’orlo con sofferenza e rabbia, tanto da essere costretti ad appellarsi alla mano salvifica di uno che di cervelli ne capisca effettivamente qualcosa.

I veri pazzi, sussurra qualcuno, affermano di non esserlo.
C’è una buona speranza, dunque, che nel mio cammino verso il Monte Fato riesca anche io ad incontrare un saggio come Gandalf, in grado di indicarmi la via e che io stessa, con il solo tripode delle mie forze, riesca infine a gettare tra le fauci infernali tutto il nero che mi fa annaspare.

anello del potere

(ma quanto è figo l’anello del potere, eh? Dopo quelle due o trenta gocce, poi, ancora deppiù)