#52: Il dono di Re Mida

L’allegra comitiva del lutto, ormai consolidata nel suo peregrinare tra un cimitero e l’altro, passando per vari gradi di parentela, sembra non volersi sciogliere presto.

Ormai il nero, quella della notte che indosso come un lutto vittoriano, ha tinteggiato le pareti del mio tunnel. La luce c’è, ma non si vede!

Ancora una volta sono seduta sul sedile posteriore, campi e case che scorrono fuori, susseguendosi ad una velocità irregolare.

Sono nauseata. Ho lo stomaco che si rivolta. Vorrei solo dormire e svegliarmi tra vent’anni, quando ormai tutti i moti del mio cuore non saranno che un ricordo sbiadito.

E mi sento come Re Mida, con la differenza che lui tramutava tutto in oro, ed io, al contrario, distruggo tutto quel che le mie dita dannate incontrano. Per prima me stessa. Poi gli altri. Poi i rapporti, le relazioni, gli oggetti e i momenti.

Questa sofferenza è una valigia che non ho più voglia di trasportare, portarmi dietro. Ho le braccia stanche ed il cuore affranto. Può bastare così, davvero, deve bastare così.

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#51: Il principio di una vita tranquilla

C’è una collina, nel mio paese, che si affaccia sul mare; un serpente di asfalto divide la spiaggia rocciosa dai campi e prosegue, giungendo ad un sentiero sterrato, sino alla scogliera. Da qui si può godere del silenzio e degli aliti di vento, talvolta è persino possibile scomparire nella linea blu dell’orizzonte, dove cielo e acqua si sposano e confondono, unendo le proprie anime, una riflesso dell’altra, nella loro infinita disuguaglianza.

Le mani fresche incontrano l’oro delle spighe asciutte, mentre le suole affondano nel manto umido, ancora irrorato di rugiada notturna, intrappolata tra i fili d’erba in germoglio.

Cammino, penso, penso e cammino.

L’occhio si perde nei colori intensi del panorama, un ritaglio di paradiso chiamato casa. Malgrado non mi tenga più legata a sé, né l’anelito sia quello di permanervi fino alla fine del mio tempo, la terra che calpesto nasconde, nel suo buio fecondo, le mie radici più profonde, la propaggine familiare, il bulbo culturale, morale ed etico, qualcosa che nemmeno la distanza può sterpare, almeno non del tutto.

Il profumo pungente della macchia – rosmarino, mirto, elicriso, lentisco, ginepro – si amalgama con la brezza salmastra, madida e densa, il verde diventa indaco, arrotondandosi nel cerchio irregolare del magenta brillante delle bacche aspre, stemperandosi nel bianco dei fiori che volgono le loro corolle verso i raggi caldi ad oriente, terra del mattino.

A nord il Golfo abbraccia il Mediterraneo e, poco sopra, scalo visivamente la linea ondulata dei monti che adombra parte della città, poi, ancor più vicino, in questa prospettiva, il brillare eterno delle torce della SARAS, le fiamme rosse e vive che guizzano feroci verso l’aria.

Questa stradina l’ho percorsa di notte, su una macchina che non era la mia, i fanali e la polvere, il tuo sorriso, a cui ho volontariamente rinunciato, ricorda una falce di luna, barbaglio nella volta delle mie distruzioni. La pelle fresca, il pozzo fondo delle iridi appannate dal cristallo, la linea perfetta di mento, collo e clavicola, i capelli folti e scuri, dentro cui inabissare le dita, la leggerezza delle battute impastate all’ironia cinica, una lama di bisturi e nel contempo la dolcezza colata del miele.

Non posso andare avanti così, ottenebrata dalla notte del mio reame di paura. Però devo. E per farlo cammino nella mia isola.

È da poco che sono tornata, ma già penso di dover scappare.

Di cosa pensa e fa la gente, i miei compaesani che ridono di me, in barba alle mie disgrazie recenti, m’interessa poco più di niente. Non capiscono che dietro a gesti avventati, incerti e spesso incomprensibili, si cela un’anima fragile, ferita, ma in grado di sollevare un mondo sulle spalle.

L’apparenza è solo un mantello che ci rende invisibili. Ed è così che voglio essere, impercettibile, instaurando il divario necessario che mi consenta di essere integra, comportandomi come l’olio che rimane sul pelo dell’acqua, senza mai mescolarvisi, forse disgregandosi in mille ed una goccia, se scosso, ma rimanendo comunque uguale a se stesso.

#50: La vita dopo la morte di papà

L’obiettivo di quest’anno era quello di scrivere una lettera al mese, affrancarla e spedirla o consegnarla a mano, infilarla sotto la porta di casa, lasciarla lì, per caso. Parlare di cose leggere, a mezzo di inchiostro, colori e carta, raccontando pezzi di me, ma soprattutto cercando di trasmettere il mio amore, visto che è facile dimenticarsi di rimarcare che non sia scontata la presenza, l’affetto, la volontà di includere altri esseri umani nella nostra crew di volo. Un gesto simbolico di gratitudine, un piccolo pegno d’amore, senza aspettative, senza troppi pensieri, senza voler nulla in cambio.

Questa è la seconda del mese dove indirizzo i miei pensieri scritti a te.

Immagino ti chiederai com’è la vita senza te, se sia facile fare i conti con la stanza vuota, con la musica che sempre, sempre, non fa che guidarmi morbidamente verso il tuo ricordo, con i tuoi cappelli che siedono sul comodino e sembrano innamorati al porto, in attesa che la nave attracchi e riporti a casa l’amato.

Lo sai, combatto ogni giorno per non scivolare, piedi e bacino, dentro il buco nero vibrante del cavernoso dolore che tiene in pugno gli organi cavi, senza alcuna pietà. Eppure sorrido. Mi circondo di persone amorevoli, dolci, che accolgono a cuore aperto il mio vibrare dissonante e lo tramutano in un arpeggio armonioso.

Sorrido, guardo avanti. E sono spaventata papà. Ho paura che il mio corpo covi la stessa brutta malattia.

Mi siedo spesso, da sola, sul letto, ed aspetto, nemmeno so io cosa.

Non mi ricordo più la tua voce, il timbro, la modulazione. Ho paura di dimenticare le linee del tuo viso. Eppure mi sforzo di aprire le labbra e mostrare il mio lato più sereno. Non ricordo più le tue mani, la loro forma armoniosa, prima che il male le rattrappisse. Sembra sia passato un secolo da quando impugnavi le bacchette o abbassavi con gentilezza i tasti del piano, dondolando la testa o chiudendo gli occhi, senza però far toccare perfettamente tra loro le ciglia, assumendo quell’espressione propria di chi è in estasi…

Sto dialogando con questa entità senza nome, senza tempo, impegnandomi a capire se davvero tutto abbia un senso.

Avrei voluto dirti di più, e cerco segno di te nel vento, nel mare, in tutto quel che vedo.

Chissà dove sei, però, davvero. Aspetto sempre di vederti tornare, quasi che gli ultimi 10 mesi non fossero esistiti e tutta quella sofferenza fosse, per incanto, scomparsa.

Eppure, sorrido. Guardo avanti. E mi ritrovo sul ciglio dei miei pensieri, incapace di scovare il fulcro di questa strana, dura lezione senza senso.

#49: Dammi tre parole: cibo, amore, aspetto fisico.

Ho sempre avuto un rapporto conflittuale con 3 cose:
A. Cibo
B. Amore
C. Il mio corpo
in ordine totalmente casuale.

A. Cibo:
Piacere immediato.
Soddisfazione istantanea della voglia di dolce, salato, agrodolce, piccante.
Voglio provare tutto quello che posso, senza privarmi della goduria lussuriosa del mangiare.
In contrapposizione, odio masticare, una rottura INFINITA.
Le pietanze che metto in tavola sono legate ad odori, sapori e sensazioni, ai ricordi della mia infanzia e dell’adolescenza, benché nel passaggio tra le due età abbia sviluppato una serie di disordini alimentari che mi hanno accompagnata come Fido sino all’attuale senilità.
Quando mangio, tutto svanisce. Dolore, paura, felicità, tristezza, amore. Tutto viene cancellato con prestezza dalla beatitudine indotta durante l’atto del far scivolare in gola le pillole del divino. Nutrienti, venite a me!

B. Amore:
Scenario: identificazione dell’amore con coppia infelice, possibilmente impalcata di corna, con deviazioni morbose (liti, fughe, lotte libere corpo a corpo, drammi perpetui, silenzi, palizzate, vassalli, valvassori, valvassini e, perché no, dai, servi della gleba)
Risoluzione 1 (adolescenza inoltrata; 16-20+):
– Anni di nihil, annientamento, dolore, morire, dormire e nulla più.
– Romanticismo sgorgante combinato ad un completo appoggiarsi all’altro.
– Crocerossa italiana. Ti salverò io!
– Lacrime e amarezza.
– Bisogno di approvazione da parte del partner.
– Idea di metà.
– Confusione sessuale. Ma se mi piace una donna allora sono lesbica? Disperazione sociale parte II.
Risoluzione 2 (giovane adulta; 20+-30):
– Sfiducia verso il genere umano.
– Appoggio-stampella ancora ben presente.
– Riscoperta della stabilità, con risalita faticosa in stile arrampicata libera, senza funi, solo pietra e polpastrelli sudati a 2000 metri d’altezza, col vuoto che ti fa l’occhiolino sornione.
– Amore =/= Dolore.
– Che figo, anche io so ridere, chiccazzo l’avrebbe mai detto?
– Se fossi bisessuale non sarebbe un problema. Fine della disperazione sociale.
Risoluzione 3 (adulta attempata, con sogni ormai appesi al chiodo):
Let it be
Ciò che deve accadere, accade. (Quindi passando dal pop dei Beatles, ai CSI, con sfumature preoccupanti di Osho – per gli amici Shosho, che in sardo significa, erh, vagina)
Incasellamento delle varie componenti dello scambio amoroso – con inclinazione a vite separate, case divise e letti PURE.
– Nessun senso di competizione con altre figure femminili. Amo le donne, perché sono bellissime!
– Senso di integrità.

C. il mio corpo:
Ho passato gli anni della giovinezza a lagnarmi di fronte allo specchio. Quanto sono brutta, grassa, schifo, puh.
Millenni di diete buttate al cesso. Magra, grassa, atletica, grassa, magra, tisica, grassa. Pendolo di Focault spostati, che le mie oscillazioni sono così veloci che sarebbero in grado di spostare l’inclinazione dell’asse terrestre, NOW.

Nell’ultimo anno ho ricevuto una serie di messaggi contrastanti inerenti il mio aspetto fisico:
– Sei bella così
– Sei in carne, ma stai bene così
– Secondo me devi scendere di peso
– Effettivamente sei ingrassata un sacco
– La 44? Ma davvero? Vesti una taglia così tanto grande?
– Bel viso, ma grossa.
– Non si salva nemmeno il viso
– Ma mangi troppo? Cosa? A che ora? E bevi? E fumi? E dici parolacce?

Esiste un modo indolore per accettare l’immagine riflessa nello specchio?

Qui ci vuole la fata Madrina.
La aspetto mentre mi rammendo il cencio di fronte ad una fumante tazza di caffé.
Senza zucchero.
(Ma altrettanto peccaminoso)

#48: Dei molti demoni (le parole che non ti ho detto)

drumset

Ricordo quando ti parlavo della mia voglia di girare il mondo.
Eravamo tu ed io, seduti a tavola dopo pranzo.
Sopra il piano di vetro ancora i piatti, i rimasugli di cibo, il bicchiere macchiato di vino sul fondo davanti a te e quello pieno d’acqua tra le mie dita.
C’era la TV accesa, a volume moderato, ma non ci curavamo molto di quanto veniva trasmesso, perché in realtà stavamo già viaggiando, senza nemmeno muovere un muscolo. Lo sai anche tu che questa è una bugia, però, perché entrambi respiravamo. Non sapevamo, o forse non ci interessava ricordare, che anche solo per riempire i polmoni d’ossigeno occorrono delle fasce muscolari toniche e funzionanti, per far vibrare le corde vocali serve che l’aria le solletichi quanto basta perché il suono si tramuti in parole, per mandare giù il vino lingua, laringe e faringe si devono accordare come gli strumenti di un’orchestra.

Le ipnotiche righe di luce del pomeriggio, ombre delle tapparelle a mezz’asta, disegnavano i nostri piedi scalzi, nelle loro fattezze uguali. Io metto una gamba dietro la tua, guarda quando sono a fianco, il mio sinistro ed il tuo destro, sembrano quelli della stessa persona! 

I libri accatastati, tra scaffali e pavimento. Storia, simbolismo, religione, sociologia e molto, moltissimo altro.
Ma perché hai regalato tutti quei dischi? E le cassette? Non abbiamo abbastanza film da guardare o più probabilmente ci servirebbe un’altra vita per riuscire a vederli tutti.

Non siamo esseri umani convenzionali; o forse lo siamo e ci siamo erroneamente convinti, per una presunzione luciferina, di essere speciali?
E’ solo il potere dell’arte, anzi dell’amore per essa, che ci fa sentire diversi, estranei.

Siamo esclusivi, perché anche quando sorridiamo io ricordo te, c’è la tua traccia di malinconia che segna il mio sguardo che, inevitabilmente, rassomiglia al tuo. Sei in me e nelle espressioni che mi accompagnano quotidianamente, ma ciò non credo possa bastare.
La tua risata riempie l’aria, mi dicevi sempre. E ti giuro, avrei riso di più se solo avessi immaginato, se per un istante soltanto avessi visto cosa ci avrebbe riservato il nostro futuro.

Ho dato importanza a così tante cose effimere, persone da salvare, chimere da inseguire; ho vissuto questa vita tampinando sogni evanescenti: per questo ti sei tanto arrabbiato quando ho lasciato la nostra casa? Perché ti ho abbandonato e tu hai sempre avuto una paura atavica della separazione, tanto da farmi una colpa della mia stessa assenza, ma chi non ha timore di restare solo sul cuor della terra?

Non abbiamo tappezzato il nostro cammino con petali di fiori profumati; quando la rabbia, la disperazione e la frustrazione ci accecavano eravamo in grado di attaccarci senza pietà, mani e unghie sfoderate, sputare fiele con lingue di serpente, squarciarci il petto e costringerci al silenzio per giorni. Ma poi, in punta di piedi, tornavamo l’uno dall’altra ad accarezzare le ferite e darci tregua, certo fino al prossimo litigio.
Ma l’amore senza una lite manca di sale, così dicevi ed io ci credevo davvero.

Non siamo stati facili, né tantomeno scontati.
Ma ci siamo amati tanto, troppo, to the bones.

A me manca il tuo coraggio. Le note che hanno scortato i giorni trascorsi assieme. La mano che stringeva il mento e asciugava le lacrime.
Alla fine il fazzoletto l’ho usato per tamponare il tuo dolore, che cadeva incolore staccandosi dalla rima degli occhi.
Papà, sono qui, respira col naso. Non devi avere paura.
Le dita irrigidite, fredde, bianche di malattia, di nervi saldati al corpo ma privi di corrente elettrica, inservibili. L’ossigeno che non basta più. Il neon blu dell’ospedale. L’odore insalubre della corsia.

Oggi la barba, domani però ti lavo la schiena, ok? Ci vediamo domani, pa’.

E’ così difficile dirti addio.

#47: Metà

Essendo donna, sin dalla nascita mi hanno appioppato lo stigma dell’essere stata generata direttamente dalla costola di un essere umano di sesso maschile.

Avrei potuto capire da un pezzo di cuore, da un arto, da un muscolo… No. Da una costola. Un osso. Perché non da una vertebra? Datemi il pezzo che mi spetta, per tutti gli Dei.

Crescendo e sperimentando il perturbamento adolescenziale dell’incontro tra nuvole cariche di ormoni pulsanti, l’idea della metà della mela, trasmessa durante faticose ore di filosofia al liceo, ha cominciato a frullarmi vorticosamente nel cervello, mandando in pappa il mio senso di integrità ed individualità.

Ricordo al gentile pubblico che la mia pubescenza si colloca sul finire degli anni 90′ e prosegue a cavallo col nuovo millennio, costellata da esempi televisivi altamente formativi, quali Beverly Hills 90210, American Beauty, Romeo+Juliet e -rullo di tamburi- Titanic. Just saying…

Ebbene, da lì in poi mi sono impiegata e spesa nella ricerca scientifica di un amore che corrispondesse esattamente alla mia concezione di “metà”, inizialmente con pochissime pretese, legate a caratteristiche fisiche – alto, capello nero, occhio chiaro o scuro come la notte- e intellettuali – abilità di comprensione del testo, italiano fluente- che si sono infoltite col passare del tempo, affinandosi e divenendo sempre più specifiche, settoriali.

Nel corso degli anni le aspettative, fortilizi di sabbia esposti alla prima schiuma della marea, sono crollate di misero getto.

Il lavoro, dunque, si è affacciato sulla mia vita di giovane adulta di belle speranze ed anche lì, nonostante la tanto seducente e millantata parità dei sessi, finivo sempre per essere subalterna a uomini senza nervo.

Metà, di fatto, era la fantasia che potevo utilizzare nel problem solving, metà era la valorizzazione del mio operato, metà sempre, anche qualora l’idea fosse efficace.

Il tratteggio del piano trasversale era definitivo: siccome dall’addome in giù il mio sistema riproduttivo termina con buchi anziché protuberanze, allora…

Allora vali metà.

E di nuovo l’amore, gli uomini dentro la mia vita, le camminate sulla spiaggia, i tramonti, le mezze parole pronunciate a fior di labbra, il calore dei corpi che, metà per ciascuno, si fondono alla ricerca di quell’unicità promessa ed a lungo anelata, ma fondamentalmente mai trovata. E io sono te, e tutto ciò che vedo sono io, per dirla alla pinkfloydese, con mille ambasciatori del mattino che arrivano danzando a bordo di scintillanti raggi solari ed io, sempre io, senza filtro 50+ contro gli UV, oltre alle ustioni, ho riportato le cicatrici per lustri.

Perché, si sa, quando la tua metà si rivela essere un violento, un maniaco, un traditore o semplicemente esula dal tuo esatto concetto di partner, ti piomba addosso una delusione, un vuoto incolmabile, per cui via, ciurma all’arrembaggio, ‘ché la nave sta salpando verso altri lidi, anch’essi famosissimi per la loro recisione netta in due, divisi, mezzi, in attesa della venuta mistica di qualche altro pioniere incompleto come loro.

(Così sia, ab aeterno)

Sarebbe stato tutto più semplice se gli Dei non avessero fulminato quei dannati ermafroditi bicefali e li avessero lasciati nella loro forma primigenia, perfetta ed integrale!

Ora, superata la soglia dei trenta, con fatica ercolina, sono giunta ad una conclusione: nessuno (nessuno!) ha una metà. Tutto quello che creiamo, svolgiamo, dirigiamo, pensiamo e realizziamo è frutto, sì, dell’educazione, istruzione, ambiente e biglietto -vincente o meno- della lotteria genetica, ma la sua gestione ed interiorizzazione è un complesso elaborato che si dipana direttamente in noi, sgorgando dalla parte più profonda di noi, la nostra vera identità, che mezza non è.

La spinta verso l’amore è naturale anch’essa; si può amare accettando il fatto di non dover completare l’altro, semplicemente standogli accanto senza la pretesa di incastrare perfettamente questa metà con quella metà, proprio perché non vi è NESSUNA metà da far combaciare.

Siamo mele intere, perfette e perfettibili, non irripetibili, non uniche e destinate a qualcuno. Siamo promessi sposi di noi stessi, prima di poter esserlo per qualcun altro.

E dopo questo bel mattone di fuffa candita, è l’ora del pijiama.

Nero.

Coi gatti stampati sopra .

#46: Riguardo alle malattie mentali

Esco di casa in pijiama per andare a recuperare il kindle dall’abitacolo della mia autovettura, accompagnata da un inconfondibile sottofondo meccanico, il rombo sordo dei motori industriali che, instancabili, macinano olio, day-in-and-day-out, rompendo il silenzio di questa notte di tormenti.
Le finestre si spengono sulla via principale del paese, il che mi evoca lesto un umore atrabiliare, “così tra questa immensità s’annega il pensier mio“…
E il naufragar, onestamente, è dolce come un sorso di acido cloridrico a freddo – quello che ti manda all’ospedale perché eri convinto fosse acqua.

Per chi ha la testa incasinata come me è difficile fermarsi e valutare.
Inspirare ed espirare.
Ricordarsi di non essere sopra un treno che va a 300 km/h, ma di muoversi a piedi, con delle fantastiche Vans, la cui tela s’adorna d’una morigerata fantasia raffigurante una castigatissima Princess Peach contornata di stelline psicotrope dell’invincibilità – e Mario bestemmia contro quel lestofante di suo fratello Luigi che, nonostante in tutta la saga sia stato solo una spettrale comparsa, riesce pure a sottrargli la donna dei suoi sogni, lasciandolo a bocca asciutta, per non dire altro.

La testa incasinata, argomentavo, non aiuta nelle scelte quotidiane, né a lungo termine, né estemporanee; ogni decisione diventa un’impresa epocale che grava sul cuore, peggio dell’anello del potere che Frodo è costretto a sobbarcarsi, smazzandosi tutta la strada che, dalla Contea Baggins, conduce dritta dritta al Monte Fato. A piedi. Senza scarpe. Con Gollum che gli sfrangia le pudenda ogni tre per due. E Sauron che con il suo occhio vulvico gli strizza il cuore e la mente anche a distanza di centinaia di migliaia di miglia. E mettiamoci in mezzo anche la storia d’amore scassaminchia tra Arwen e Grampasso. E gli Hurukai. E tutto il carrozzone di Elfi, Maghi e personaggi insopportabili, Tom Bombadil in prima linea.

Nell’immaginario comune la persona affetta da disturbi o disordini mentali si tramuta magicamente in un mostro privo di ogni capacità di discernimento razionale, incapace, inaffidabile. In realtà esistono una moltitudine di patologie che comprendono ANCHE tali specificità – mostri a parte – ma il più delle volte si tratta di casi limite.

Quando i profani sentono parlare di “instabilità“, ti vedono già girare tra i corridoi imbiancati di un reparto Psichiatrico, con indosso una bella camiciola candida, munita di eleganti cinghie e lacci regolabili, one size fits all.

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Eppure non è esattamente così che funziona.
L’instabilità affonda le sue robuste radici nel terreno fertile dell’infanzia, quando mamma e/o papà non riconoscono le nostre esigenze primarie: amore, validazione emotiva, considerazione positiva. La discrepanza tra la percezione individuale e quella genitoriale comporta un’incoerenza di fondo che può sfociare, anche in età adulta, in devianze, dipendenze, alterazioni psicologiche di lieve, media e grave entità.
C’è chi si accorge di avere un problema, chi invece lo cova inconsapevolmente, chi vuole smettere di soffrire ma non sa da dove cominciare, chi decide di rivolgersi ad uno specialista.

Io faccio parte dell’ultima schiera, ovvero quelli che hanno riempito il sacco sin sopra l’orlo con sofferenza e rabbia, tanto da essere costretti ad appellarsi alla mano salvifica di uno che di cervelli ne capisca effettivamente qualcosa.

I veri pazzi, sussurra qualcuno, affermano di non esserlo.
C’è una buona speranza, dunque, che nel mio cammino verso il Monte Fato riesca anche io ad incontrare un saggio come Gandalf, in grado di indicarmi la via e che io stessa, con il solo tripode delle mie forze, riesca infine a gettare tra le fauci infernali tutto il nero che mi fa annaspare.

anello del potere

(ma quanto è figo l’anello del potere, eh? Dopo quelle due o trenta gocce, poi, ancora deppiù)

#45: Altro giro, altra corsa

Con la musica nelle orecchie imbocco il solito gate, indossando delle sobrie scarpe cromate che riflettono di luce propria, mentre attorno a me una marea di ragazzini tedeschi dell’età di PPB – che ora dovrei chiamare PAB, ovvero Piccola Adolescente Bubbonica, il che calzerebbe alla perfezione con la costellazione ormonale cutanea in germinazione, segno distintivo del suo passaggio da bocciolo ancor chiuso a fiore acerbo- che tornano, tra sandaletti e cozze di piede allevate accuratamente sin dalla nascita, in patria con gran ricarico di grana padano ed endorfine smollate a secchiate da Sole, vento, vino e trallallà (si spera).

Ma dicevo, mi piazzo sul sedile e per ammazzare il tempo, una volta preso quota dopo il decollo, decido di concedermi una tazza di prelibato caffè finto-americano, dal retrogusto di terra fresca di Hiroshima del secolo scorso, e di leggere qualche riga di un libro di Agatha Christie, che male mai ha fatto, il cui pezzo forte è decisamente Poirot che risolve a mezzo di sofisticatissime tecniche di indagine (aka: occhiometro) qualsiasi caso gli passi sotto il nasone; è proprio un gran figaccione supersmart che se la suona e se la canta in totale solitudine, sollazzandosi del suo medesimo acume sferzante.

Di nuovo sull’aereo, rimembravo, a cambiare Stato e non cielo, a mestare con più impegno il brodo dei pensieri ed altre solite menate da descrivere romanticamente, come semper accidit quando, dopo 19 ore sveglia, gli arcobaleni di unicorni si sostituiscono al mio solidissimo raziocinio.

Di. Nuovo. A. Cercare. Qualcosa. Che. Non. So. Cos’è. (ched’è)

Il mio legame con l’aereo è intriso di quella dicotomia catulliana di Odi et Amo, dove tutto è molto bello e profondo, ma mette alla prova l’elasticità dei miei nervi.

Forse dovrei chiamare questo dualismo con il suo vero nome: bipolarismo.

Anyways.

L’aereo arriva in fretta – o forse ho solo l’impressione che sia così, dato che mi addormento, ormai puntuale come i treni di quando-c’era-lui, ogni santissima volta – e vengo immediatamente abbordata da un organizzatore di eventi culturali, vestito da hip-hip-hurrà che Patty Smith in confronto sembrerebbe una principiante nel genere, con accento alla Manuel Agnelli della poratchitudine, irrompendo, dal nulla cosmico più profondo, al caldo interrogativo di “smezziamo un taxi?” – il pubblico da casa ha suggerito di rispondere “No,” col 99,9% dei voti ed io non ho davvero potuto sottrarmi alla sua cortese raccomandazione, senza contare l’intervento prontissimo della back-voice nella mia mente che sibilava di non accettare caramelle dagli sconosciuti, figurati un fifty-fifty di condivisione auto.

Declino cortese il gradito invito e tento di defilarmi, ma nulla. Sorbisco con interesse moderato, quasi da encefalogramma piatto, tutta una serie di argomentazioni che ora mi sfuggono, un peccato non poterle riproporre come avviene con la lasagna del pranzo di domenica.

A salvare la nostra beniamina, giunge da un punto indistinto ad ovest (?) un un losco figuro barba-munito che, con estrema noncuranza, estrae l’arma segretissima di distruzione di massa, la fatality che nessun uomo vorrebbe mai provare sulla propria pelle, quella che farebbe dilatare il tempo e sublimare lo spazio: l’abbraccio coeur-á-coeur.

Flaviano, l’uomo dei drappi floreali e del peace-and-cultural (?), diviene un pallido spettro che svanisce al primo raggio di luce irradiato all’alba.

Ed in effetti il cielo sopra la città degli Orsi è baciato dal Sole.

Da questo punto in avanti la storia assume una piega ed una forma ben diverse da quel che mi aspettavo. Sebbene mi verrebbe da citare in eterno questo trittico di giornate come “l’umiliazione di Canossa“, ma solo per l’uso sostanzioso di ginocchia supplici e per similitudine della durata in giorni della stessa, mi limiterò invece a ricordarlo così com’è ovvero una corsa rampante nel bel mezzo del cammin di nostra vita, con selva oscura annessa e gironi d’inferno abbastanza succulenti, quanto dannatamente pericolosi.

Cosa ho imparato, dunque?

1. Al cuor non si comanda, ma alla forchetta anche meno;

2. Quei 2/4kg o li perdo o non diverrò mai più un essere vaj-munito appetibile;

3. Esistono muscoli del corpo che non sapevo di avere, ma forse anche pareti;

4. Non sono l’unico esemplare di umano a non saper vomitare;

5. Ci sono persone che, nel loro buio, hanno più luce da dare di quanto possano anche solo lontanamente immaginare;

6. È ora che torni in psichiatria 2, con Carla che mi chiede soave “esattamente, che emozioni hai provato? Credi di poter sopravvivere senza annegare nel lexotan?”

7. Berlino è bellissima ed ogni volta un suo freak mi si deposita dritto dritto dentro l’heart.

Sono le 7, caffè?

#44: Life comes full circle

full circle

I’ve no idea where to start, but…

Sono tornata da cinque mesi nella Terra delle banane e se inizialmente il tepore del Sole, la vicinanza coi parenti ed il legame con gli amici sembrasse rinfrancare il mio animo avvilito, ora mi sembra di vivere in una sorta di Terra di Mezzo, dove tutti sono ipertesi verso se stessi, che sebbene non ti vedano dall’alba dei tempi l’unica cosa che sanno dirti è “sei ingrassata, sei invecchiata“, inframezzando tali giudizi – che ogni donna ama follemente ricevere – da incisi egoriferiti, autoreferenziali e egoistici “io ho fatto, io ho detto, io ho mangiato, io ho visto, io ho viaggiato“. Come on guys, gimme a break!

Devo dirlo, me ne sono andata dall’Italia sbattendo la porta: non vedevo l’ora di liberarmi di quel *  lavoro, di quella * famiglia, di quelle * persone, di quel * paese, di quel * di tutto (sostituire l’asterisco con imprecazioni randomiche e succulente).
L’Atlantide dei poveri era per me una “palla del male”, così come lo erano i suoi abitanti di mentalità pressapoco ravvicinata a quella dell’australopithecus afarensis, che di opponibile aveva solo il pollice.

Tre anni all’estero sono praticamente sublimati.
Ho fatto poche foto, letto pochi libri, visto poche città, scritto poche parole.

Ma con la stessa fretta di quando ho preso l’aereo per arrivarci, lì nella terra degli Yankees, sono infine andata via.
Ho lasciato il New England con la sensazione di avere lo stomaco vuoto: non ero sazia a sufficienza delle meraviglie del Nuovo Mondo.

Life comes full circle, direbbe la mia saggia amica T.

Scappi da una cosa e questa ti insegue. No. Matter. What.

Sull’aereo di ritorno ho viaggiato a fianco a Nerdy, che ora fa parte della mia vita in modo alternativo, e la PPB in fase adolescenziale, quindi incazzata abbestia per la dannata scelta presa dall’avventata madre (cioè io), che di Nero, in quel dato momento, non aveva soltanto il nomignolo.

Ho deciso di andare via? Ni.
Diciamo che il destino si è frapposto tra me ed i documenti che mi avrebbero permesso di stare definitivamente lontana dall’Italia e, perché no, “godermi” tutto il mandato del biondone on charge… Eeerh… Ma sopratutto di quelli che gli succederanno (se lui non farà un colpo di stato prima, s’intende, autoproclamandosi Imperatore d’Occidente, come nelle migliori trame d’epoca Romana).

Durante questo tempo ho preso molti aerei, nella speranza di dimenticare le brutture e acquisire nuovi pezzi da inserire nel puzzle che è la mia imprevedibile vita.
Ho tentato di toccare nuove anime, di riempire ogni mia cellula della bellezza emanata da altri esseri senzienti, ma, at the end of the day, sono qui da sola a fissare lo schermo, cercando di dare un significato a quanto sto vivendo, chiedendomi perché talvolta i ricordi brucino come sigarette spente sulla pelle nuda, aspettando risposte che non arriveranno, almeno non ora.

Life comes full circle, direi alla me stessa di quattro anni fa, che pensava di sfuggire a se stessa solo cambiando continente.

Bagno con la lingua l’indice e volto pagina, per l’ennesima volta, dando inizio ad un nuovo capitolo.
(… eh no, mi inzacchero solo metaforicamente le dita di saliva. I miei libri sono INTONSI… Hanno solo delle simpatiche orecchiette da gatto, un aspetto vissuto!)