#43: Il diario di una donna ansiosa

L’ansia è come una mano nera che ti soffoca, opprimendo il petto, mozzando il respiro, scoperchiando il tombino delle tue paure recondite, incuneandosi in qualsiasi anfratto del tuo essere, fino ad una completa paralisi.

Ecco, paralizzata è come mi sento.
Vorrei solo piangere tutte le lacrime che mi sono rimaste e farla finita ora e subito, ma con quale coraggio?
Mi guardo allo specchio e nei miei occhi riesco a scorgere un lago infinito di angoscia. E’ buio e non c’è nemmeno una falce di luna ad illuminare il mio cielo.

I mostri stanno risalendo il pozzo, aggrappandosi alle asperità delle pareti. Li sento grattare con un unghie sordide l’esofago, al ritmo delle pulsazioni cardiache che aumentano ed echeggiano in modo eccessivo dentro le orecchie.

Punti interrogativi costellano il panorama corvino dei miei pensieri e sembrano croci bianche, epitaffi senza voce, con un carico troppo opprimente da consentire loro d’ottenere una risposta.
Passeggio nel mezzo e difficilmente riesco ad orientarmi dentro l’enorme caos che mi attanaglia.
“Come stai?”, il vuoto.

Allora, per scongiurare la follia, mi appello alla parte sana di me stessa, quella spensierata e felice, in grado di ironizzare anche sulla più bieca delle situazioni, ma deve essersi presa una lunga vacanza dalla sua gemella cattiva che, strisciando sibilante, si è seduta sul trono e con lo scettro nero dileggia quel poco che rimane della stabilità su cui a lungo ho lavorato.

“Tu non sei mai stata felice”. E hai ragione, non lo sono mai stata.
“Hai sempre cercato quel che non avevi, senza mai guardare alla bellezza delle cose essenziali di ogni giorno”. Mea culpa, mea maxima culpa.

La vita è così, imprevedibile e selvaggia. Un giorno ti porge un piccolo raggio di sole, poi, alla stessa velocità con cui ha donato, ti toglie il pavimento da sotto i tacchi.

E cosa puoi fare, se non precipitare?

#42: Kitchen Confidential di Anthony Bourdain


Questo libro, questo libro… Questo libro mi ha annoiata a morte, ad eccezione di qualche simpatico aneddoto lasciato qui e là, così per puro caso. 

Non vedevo l’ora di terminarlo e non per vedere dove andasse a finire, piuttosto per l’esigenza impellente di passare a qualcosa di bello, coinvolgente.

Anthony Bourdain è un cuoco-scrittore americano, che nel suo Kitchen Confidential tenta di rappresentare il mondo della gastronomia come un enorme vascello di pirati brutti, cattivi, sporchi e tossici in modo completamente esaltato ed affettato. Le cucine vengono dipinte come inferni danzanti (il che rispecchia il vero), capitanati da folli Ammiragli coi denti marci e con la fiatella di whiskey che impesta l’aria sin dalle prime luci dell’alba.

Vi è un impasto totale di stupefacenti, alcol, mafia, scopate sui luoghi di lavoro – meglio se sopra materiale deperibile-, sozzura e ciarpame. 

Non essendo uno scrittore, si avventura in una catena inutile di dettagli e sorvola invece su impressioni/ragionamenti non evidenti che abbisognerebbero di delucidazioni.

In un totale e confortevole onanismo si bulla di quanto la sua carriera sia stata dura, a tratti schifosa e di quanto sia dovuto divenire spietato e senza cuore, ma con un cuore. Sì, esattamente, il libro è trapunto di contraddizioni, smentite e noiosi salti temporali,  del tipo “quella volta al campo della banda…“.

Chiuso il libro la sensazione è stata quella del dolorosissimo postpartum, oltreché di LIBERAZIONE totale. 

Non posso dire che il frasario e i vocaboli altisonanti utilizzati non siano talvolta in completa dissonanza con il gergo, ma questa, almeno, è stata una sorpresa piuttosto piacevole.

Lo avessi letto a vent’anni forse l’avrei apprezzato, ma oggi lo trovo pretenzioso e ostentato. 

La frase più stupida che abbia letto riguardava il fatto che un cuoco che macella un’anatra ascoltando i Sex Pistol mostri alla sua brigata la propria posizione di potere e autorità… Cioè, solo perché i Sex Pistols erano dei tossici – e tu pure-, altri esseri umani, tuoi sottoposti, dovrebbero sentirsi intimoriti dalla tua mannaia che batte al ritmo delle loro canzoni sopra il cadavere di un pennuto di cinque kg? Che pateticità, amici.

Giusto un appunto: non ho nulla contro i Sex Pistol ed i i tossicodipendenti, ma contro gli stereotipi che questo libro vuole far passare per simpatici e decorativi, quando in realtà mettono in risalto soltanto il mare di cliché nel quale l’autore sguazza bellamente.

Mi è piaciuto? Su goodreads gli ho dato due stelle, essendo generosa, ma la realtà dei fatti è che non mi ha entusiasmata.

Lo consiglio? Nì. Sicuramente per gli amanti del settore culinario, per chi comprende i termini tecnici senza doverli cercare su wikipedia o sulla Treccani, questo libro potrebbe essere una chicca da aggiungere a ben più celebri romanzi sul cibo e sulla ristorazione.
Peace out!

 

#41: Sibilla Aleramo e “Una donna”

In questa giornata uggiosa e fredda di Gennaio ho deciso di dedicarmi alla “recensione” di un libro che, se non avessi fatto parte del book club Pasionaria, non credo avrei mai letto.

È stato però una piacevole sorpresa, per cui è bene parlarne.

Premetto che negli anni mi è capitato di essere stata chiamata “femminista” in modo dispregiativo da più di un uomo, specialmente in ambito scolastico.

E sì, perché mai una donna ha ardito tanto nei miei confronti (a parte chiamarmi puttana alle spalle, ma quello lo fanno anche gli uomini).

Non ho mai sentito di appartere al gruppo femminista per vari motivi, primo fra tutti il loro modo, spesso aggressivo, di trattare col resto del mondo.

Poi un giorno mi sono detta che forse se sono tanto incazzate, ‘ste donne, un motivo valido lo avranno pure. Andando a ritroso nella storia spiccano pochissimi nomi femminili a differenza degli stuoli di medici, pensatori e filosofi  che saturano il panorama culturale.  Non credo, anche guardando molte di quelle che conosco, che le donne di allora fossero meno intelligenti di quanto non lo siano quelle che vivono in tempi moderni, o che mancassero di qualche qualità fisica o cognitiva tale da inficiare la validità del loro pensiero critico. Più semplicemente, l’accesso agli ambienti scientifici, filosofici e culturali veniva loro precluso per ragioni di stampo sessista.

Nella scala sociale la donna era collocata un gradino sotto l’uomo, perché ritenuta inferiore, debole e inadatta ai ruoli di potere.

La società occidentale ha sempre delegato alla famiglia carichi onerosi, come l’allevamento e l’educazione primaria dei figli, affidando distintamente la responsabilità della prole alla madre e quella del mantenimento economico al padre.

L’uomo, grazie al salario, era “libero” ovvero aveva la possibilità di spendere il danaro come meglio credeva, a volte in modo egoistico, altre per le necessità della famiglia. Alla donna talvolta veniva concesso di amministrare le entrate, ma in più di un caso non lavorava ed era quindi dipendente dal marito; le sue necessità venivano scavalcate da altre priorità, spesso legate al benessere dei figli.

In una società in cui l’uomo è “forte” e la donna ha un valore infimo, le violenze a qualsiasi rappresaglia o dissenso manifestato tra le quattro mura domestiche sono all’ordine del giorno.

Ed eccoci arrivare al dunque: “Una donna”. Questo libro viene considerato uno dei capisaldi della letteratura femminista, poiché descrive, talvolta con caratteri irreali e idealistici, avvolti in spirali di anacronismo, l’intera vita di una donna, Modesta, che di modesto non ha nulla. 

La trama si svolge in un vortice di eventi, dipinta sopra un magnifico sfondo siciliano Novecentesco, secolo ricco di avvenimenti che sconvolgeranno la storia mondiale e la storia delle donne italiane.

I temi principali sono la libera sessualità,  l’amore, la prole, l’indipendenza, il lavoro intellettuale femminile e l’eterno dilemma di Eva contro Eva.

Senz’altro da leggere e da “sognare”.

#41: Sibilla Aleramo e “Una donna”

In questa giornata uggiosa e fredda di Gennaio ho deciso di dedicarmi alla “recensione” di un libro che, se non avessi fatto parte del book club Pasionaria, non credo avrei mai letto.

È stato però una piacevole sorpresa, per cui è bene parlarne.

Premetto che negli anni mi è capitato di essere stata chiamata “femminista” in modo dispregiativo da più di un uomo, specialmente in ambito scolastico.

E sì, perché mai una donna ha ardito tanto nei miei confronti (a parte chiamarmi puttana alle spalle, ma quello lo fanno anche gli uomini).

Non ho mai sentito di appartere al gruppo femminista per vari motivi, primo fra tutti il loro modo, spesso aggressivo, di trattare col resto del mondo.

Poi un giorno mi sono detta che forse se sono tanto incazzate, ‘ste donne, un motivo valido lo avranno pure. Andando a ritroso nella storia spiccano pochissimi nomi femminili a differenza degli stuoli di medici, pensatori e filosofi  che saturano il panorama culturale.  Non credo, anche guardando molte di quelle che conosco, che le donne di allora fossero meno intelligenti di quanto non lo siano quelle che vivono in tempi moderni, o che mancassero di qualche qualità fisica o cognitiva tale da inficiare la validità del loro pensiero critico. Più semplicemente, l’accesso agli ambienti scientifici, filosofici e culturali veniva loro precluso per ragioni di stampo sessista.

Nella scala sociale la donna era collocata un gradino sotto l’uomo, perché ritenuta inferiore, debole e inadatta ai ruoli di potere.

La società occidentale ha sempre delegato alla famiglia carichi onerosi, come l’allevamento e l’educazione primaria dei figli, affidando distintamente la responsabilità della prole alla madre e quella del mantenimento economico al padre.

L’uomo, grazie al salario, era “libero” ovvero aveva la possibilità di spendere il danaro come meglio credeva, a volte in modo egoistico, altre per le necessità della famiglia. Alla donna talvolta veniva concesso di amministrare le entrate, ma in più di un caso non lavorava ed era quindi dipendente dal marito; le sue necessità venivano scavalcate da altre priorità, spesso legate al benessere dei figli.

In una società in cui l’uomo è “forte” e la donna ha un valore infimo, le violenze a qualsiasi rappresaglia o dissenso manifestato tra le quattro mura domestiche sono all’ordine del giorno.

Ed eccoci arrivare al dunque: “Una donna”. Questo libro viene considerato uno dei capisaldi della letteratura femminista, poiché descrive, talvolta con caratteri irreali e idealistici, avvolti in spirali di anacronismo, l’intera vita di una donna, Modesta, che di modesto non ha nulla. 

La trama si svolge in un vortice di eventi, dipinta sopra un magnifico sfondo siciliano Novecentesco, secolo ricco di avvenimenti che sconvolgeranno la storia mondiale e la storia delle donne italiane.

I temi principali sono la libera sessualità,  l’amore, la prole, l’indipendenza, il lavoro intellettuale femminile e l’eterno dilemma di Eva contro Eva.

Senz’altro da leggere e da “sognare”.

#40: Avevano spento anche la luna – Recensione Libro

Oi, Nottambuli!
Non che legga un libro all’anno, però ci manca poco.
Mi sembrava sempre di non avere abbastanza tempo, abbastanza voglia, abbastanza ispirazione, abbastanza… AH! Tutte scuse, confortevoli, invitanti, profumate SCUSE.

no-excuses

Leggere fa bene, come mangiare! Cibo per l’anima!

Mi sono improvvisamente resa conto di aver letto un sacco di libri interessanti e di non averne parlato con nessuno, a parte Nerdy che, diciamocelo, trova il mondo di carta ed inchiostro davvero poco affascinante.
La sottoscritta, però, è ghiotta di castelli cartacei, contornati da merlature di lettere e racconti che sussurrano storie fantastiche, porte istantanee per mondi lontani o vicini, scorci poetici e crudi di vita d’altri. Cosa c’è di più bello di un libro (scritto bene, eh!)?
Va be’, la cioccolata calda che l’accompagna, il camino dentro cui la legna ardente scoppietta allegramente e la neve che contorna il davanzale esterno della finestra… E proprio parlando di neve mi sovviene il libro di Ruta Sepetys, “Avevano spento anche la luna”. Sfortunatamente non posseggo il tomo, ma ho la versione ebookesca, che posso trasportare con me ovunque, grazie al kindle (ah, benedetta invenzione).

“Avevano spento anche la luna” è ambientato negli anni Quaranta del Novecento, in Lituania, terra oppressa dalla morsa sovietica e che verrà, in seguito, invasa dai nazisti.
Il regime stalinista fu capace di instaurare un clima di terrore ed asservimento della popolazione alla macchina statale aberrante e priva di compassione verso l’essere umano.
Se già da almeno un decennio la Russia dovette confrontarsi e piegarsi alle dure metodologie che il Partito utilizzava impunemente per guadagnarsi il rispetto e la cieca obbedienze, come l’eliminazione di elementi scomodi, spesso eruditi e intellettuali o personaggi di spicco che, ad esempio, ricoprivano posizioni di potere – alte cariche militari, politiche – in Lituania, Lettonia ed Estonia, sebbene vivessero in un condizioni tutt’altro che allegre, non avevano ancora subito alcun mazzolamento pubblico, ma forse, ipotesi più probabile, le sparizioni erano iniziate in sordina, senza clamore e la gente poteva solo sussurrare i propri dubbi, le proprie inconfessabili incertezze sullo spadroneggiare cavalcante dei russi.

Il racconto inizia all’interno dell’appartamento della famiglia Vilkas: Lina, giovane artista lituana, viene deportata assieme a sua madre, Elena, e suo fratello, Jonas, a seguito dell’irruzione notturna dell’NKVD (che poi diverrà KGB). Il padre di famiglia, Kostas, rettore universitario a Kaunas, viene separato dalla famiglia prima dell’inizio della storia, ma la sua presenza permeerà tutta la lettura, e la suggestione del ricordo paterno si rafforzerà in seguito alll’incontro lampo avvenuto durante il viaggio sul treno-bestiame, diretto verso la “cooperativa agricola” comunista. L’uomo, seppur tumefatto, riuscirà ad infondere nell’animo ribelle della figlia quindicenne il coraggio necessario per affrontare la terribile avventura nei campi di lavoro russi.
Molti dei personaggi che compaiono all’inizio del racconto andranno man mano scomparendo, perdendosi drammaticamente nello scorrere rapido delle pagine. Momenti del presente e ricordi del passato si animano, in un oscillare rapido, sullo stesso piano narrativo, in un arazzo doloroso che sovrappone il tepore della casa lituana con la durezza del paesaggio della Russia asiatica, sui gelidi Altai, ed in seguito della Siberia, a Laptev nel Mar Glaciale Artico, dove il Sole tramonta per giorni ed il freddo è capace di solidificare il fiato e fiaccare il corpo del più stoico dei lavoratori.
Le emozioni crude e controverse, come l’odio, il rancore, la paura, la pietà e la compassione vengono descritte con naturale delicatezza dalla giovane Lina, stretta nei suoi sottili cenci, fragile nel fisico ma forte e determinata nel perseguire l’unico obiettivo della sua incredibile e dissestata vita: tornare a casa sua, in Lituania.
L’amore, una parentesi dolorosa e commovente, s’intreccia con semplice autenticità al filo narrativo.

Lo stile piano, disadorno, con dialoghi semplici ed immagini efficaci, consente da subito un’immersione completa nella trama. L’altalena tra passato e presente, così come la narrazione in prima persona, ci consente di inabissarci nell’intimo della protagonista, con l’opportunità di identificarcisi con facilità.

Mi è piaciuto? Sì!
A chi lo consiglio? A tutti coloro che non hanno mai letto nulla sui gulag, sull’agghiacciante realtà del regime stalinista e sui drammi della deportazione nell’est europa.

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#39: la maledizione

Vorrei non essere nata con la maledizione di poter sentire anche quello che non viene pronunciato, di poter percepire quando non piaccio a qualcuno nonostante i miei sforzi di  agire in modo carino, mettendoci dentro tutta la mia energia e buona volontà.

Vorrei non essere nata con la maledizione di essere al posto giusto ma al momento sbagliato, di non essere mai abbastanza -mai abbastanza isolana, mai abbastanza italiana, mai abbastanza all’altezza, mai abbastanza simpatica, comprensiva, compiacente, interessante.

E’ la storia della mia vita che si ripete all’infinito. E’ la maledizione che si avvera e si rigenera, nutrendo se stessa, nei secoli dei secoli (amen).

Mi sembra di essere scivolata dentro un buco nero senza fine e senza senso che, giorno per giorno, strappa un pezzo della mia anima e lo fa scomparire in un baratro oscuro ed inaccessibile.

Mi sento persa dentro questa valanga di delusioni, lacrime, dispiaceri e rabbia.
Rabbia di non essere accettata dalle persone che vorrei vicino, rabbia di non essere amata come credo ogni essere umano in questo mondo voglia e meriti, rabbia di venire esclusa, di non aver abbastanza coraggio per cambiare una volta e per tutte le ingiustizie che ho subito e che, in modo silente, continuo a subire.

Non ho chiesto quel che mi sta capitando, non lo volevo e non lo voglio. E mi fa male.

Chi non è mai stato lontano dal proprio Paese, dai propri affetti, chi non ha mai dovuto confrontarsi con persone a cui non interessa sapere, né – figurarsi- comprendere, quanto sia difficile vivere a mille miglia dal tepore famigliare, chi è chiuso dentro i suoi schemi mentali, ricamati di gelosia, avidità,  menefreghismo, altezzosità e maree di capricci, pensa solo ed esclusivamente a sé, senza andare oltre la punta del proprio naso nemmeno di un piccolo, insignificante millimetro.

In mezzo al mio petto sento solo un gran vuoto, anche se accanto a me ho le due persone che amo di più al mondo.
E’ come se la foresta rigogliosa dei miei propositi stia lasciando spazio ad un deserto roccioso, arido e misero come non è mai stato prima d’ora.

La vita mi sta dando una lezione indimenticabile.

Davvero, indimenticabile.

#38: Notturno Indiano

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Producendo un post all’anno raggiungerò le mie anelate 365 notti in altri 327 anni… Non male, devo dire. Ma io sono immortale, quindi chissenefrega!
Bando alle ciance…
Voglio raccontarvi di come i libri e lo scambio culturale uniscano le persone.

Ah, lo sapete ggià?
Allora passiamo subito alla descrizione più articolata del mio pensiero sul libro “notturno indiano” di Tabucchi.

A dispetto della semplicità della forma con cui è scritto il romanzo, la narrazione si presenta e svolge come una speculazione interiore che si rivela pezzo per pezzo, in continuo divenire, nelle sue più incongruenti sfaccettature, scivolando  gentilmente dalla ragione all’idea, intrecciandosi con le corde del sogno che sostengono la passerella oscillante del dialogo, sospeso nel vuoto di quel burrone che è la realtà.  Il concetto chiave è il “viaggio“, non la meta, non la destinazione, ma il viaggiare in sé e per sé, condito dalle anomalie, dagli imprevisti, dalla ricerca di sé negli altri ed in se stessi. I dialoghi proposti talvolta sfociano nel surreale, sono essenziali, leggeri e mai banali. Ogni persona incontrata ha una storia da narrare, un frammento di sé che in qualche modo apre una finestra sull’Universo racchiuso dell’animo, e questo accade in modo analogo nella vita quotidiana quando coloro che per caso attraversano il nostro sentiero e ci offrono un raggio di luce appena accennato, ci regalando una briciola della loro esperienza che diviene in parte anche nostra.
I periodi sono spesso lunghi ed interrotti da virgole, specie nei discorsi, pertanto rendono perfettamente l’idea della incongruenza e sregolatezza del pensiero che scorre fluido dalla mente alle labbra e si concretizza nella parola pronunciata, a volte ammantata di oscuri significati, altre cruda, essenziale, priva di pretese e verità soffuse.
Il lettore è libero di immaginare quello che il narratore omette e sta a lui riempire gli spazi vuoti ed interpretare i piccoli indizi disseminati in maniera del tutto casuale e personale.

In definitiva “Notturno indiano” è in realtà la descrizione di un’illusione, un susseguirsi di attimi sfuggenti e di storie, le une sconnesse dalle altre, ognuna lasciata a metà tra detto e taciuto, ognuna spezzettata ed incompiuta, come a volerci sussurrare che così è la nostra esistenza, così è la vita.

Consiglio la lettura di questo libro?
Se le arie trasognate, romantiche fanno breccia nel vostro cuore, sì.

Mi è piaciuto?
Sì!

#37:Lunchbox

The-Lunchbox-2013

 

Lunchbox” è un film del 2013, ambientato in un’India recente, successiva o subitaneamente contemporanea al 1995, data in cui Bombay è divenuta Mumbai, luogo in cui la vicenda prende vita.
I personaggi principali sono tre: Ila, che incarna la tipica madre, moglie e casalinga indiana, ligia al proprio dovere di angelo del focolare, Sajaan, che lavora nell’ufficio contabilità di una importante compagnia, e Shaik, un orfano senza arte né parte che verrà affiancato sul lavoro come apprendista a Sajaan.

La vicenda fa perno su una falla del sistema di consegna del cibo, in particolare quello recapitato agli uffici durante le pause pranzo, che a Mumbai è affidato ai dabbawallah, “fattorini”che si muovono su bici in mezzo all’ intenso traffico cittadino e che sono spesso analfabeti. Nonostante questo piccolo neo, la loro conoscenza complessiva delle strade gli permette di limitare gli sbagli nella distribuzione dei viveri.
Sarà proprio per un errore di consegna che Ila “incontrerà” Sajaan.
Tra loro inizierà uno scambio di piccoli biglietti, attraverso i quali i due si narreranno l’un l’altra le proprie perplessità sulla vita. Il cibo diviene non solo un mezzo per nutrire il corpo, ma soprattutto per sfamare l’anima.

Sajaan durante il momento del pranzo ricerca un’intima solitudine per godere e del pasto e delle parole di Ila, per quanto poche, ma viene spesso interrotto dall’apprendista.
Ad un certo punto i due uomini si ritrovano a pranzare allo stesso tavolo. Il protagonista invita il giovane ad assaggiare le portate ed il ragazzo, favorevolmente colpito dalla bontà del cibo, chiede che venga ordinato anche per lui un pranzo del genere per i giorni a venire, ma Sajaan, mentendo, asserisce che a breve il ristorante che fornisce lui il quotidiano pasto verrà chiuso, perché in India, anche di fronte ad un lavoro svolto ottimamente, non viene riconosciuto “il merito”.
L’ovvia critica al sistema politico Indiano, per quanto all’interno del contesto appaia come una debole lamentela, innesca nello spettatore un senso di disagio e di riconoscimento immediato nei due protagonisti: quante volte al ristorante o al bar o a casa, di fronte ad un piatto caldo, ci si è ritrovati a maledire l’inefficienza dello Stato? Penso che persino ora, da qualche parte, qualcuno stia argomentando in merito.
Inoltre la critica è avvalorata dalle immagini proposte, che risultano quasi uno schiaffo morale e visivo: le strade, le costruzioni e le persone vengono rappresentate nella loro crudezza e verità. Il sudiciume e il caos  urbani si riflettono nella vita quotidiana, anzi ne fanno pienamente parte.

Nonostante i leit motiv di questo film siano in un certo senso la quotidianità, l’amore e l’intimità personale, viene introdotta anche una tematica a me molto cara, che è quella della condizione femminile all’interno della società indiana.
Anche se le figure femminili all’interno della pellicola sono ben presenti, la loro essenza è inscritta in quello stigma sociale che pervade la struttura della società complessa dai suoi albori.
L’opposizione, contrastata dalla rassegnazione riguardo l’archetipo di donna-madre, donna-casalinga e donna-sottomessa  prende voce gradatamente sino a raggiungere il proprio acme in una scena che vede come protagoniste Ila, sua figlia e sua madre di fronte al letto del padre malato.
Ila, accortasi della precaria situazione economica in cui versa la sua famiglia d’origine, si propone di prestare/regalare una certa quantità di soldi per le cure del padre; la madre rifiuta dicendo << Siamo donne, ti sembra bello chiedere continuamente i soldi? >> sottolineando che se il padre malato avesse scoperto tal fatta, l’umiliazione derivata avrebbe in un certo modo macchiato l’onore familiare.

 
Lo scambio di epistole tra Ila e Sajaan iniziato così per caso, prosegue in un fiume discorsivo tra i due sconosciuti protagonisti e si tramuta in un dialogo con il proprio inconscio; le riflessioni sulla vita vissuta conducono ad astrazioni, viaggi più profondi dentro la psiche dell’uomo.
In una scena che mi ha colpita molto, Saajan dice : << Verso sera mentre andavo alla stazione con Shaikh – Shaikh ed io lavoriamo insieme -, mi sono fermato a guardare i quadri di un pittore: sono quadri tutti assolutamente identici, ma se li guardi da vicino, molto da vicino, vedi che sono diversi. Ognuno leggermente diverso dall’altro: qui un’automobile diversa, lì un passeggero sull’autobus diverso, perso nei suoi pensieri, un cane randagio che attraversa la strada, qualunque cosa avesse attratto l’attenzione del pittore quel giorno… e in uno di quei quadri ho visto me stesso! O almeno penso si tratti di me.
Mi sono concesso un risciò.
Le vecchie case dei bambini con cui giocavo da piccolo non ci sono più. E anche la mia vecchia scuola.
Ma alcune cose sono rimaste le stesse: il vecchio ufficio postale c’è ancora e l’ospedale dove sono nato, dove sono morti i miei e mia moglie.
Penso che dimentichiamo le cose quando non abbiamo qualcuno a cui raccontarle
.>>

Mi è piaciuto questo film?
Decisamente!

Lo consiglio?
Se vi piacciono le commedie drammatiche, dategli una chance.

#36: Tre piccole formichine a New York City

Nerdy, essendo un inguaribile appassionato di fumetti/cartoni/film/supereroi/cosplay, ha deciso di non perdersi il New York Comic Con 2015, esordendo con
Ho prenotato un ostello per quattro giorni a New York City,>> con entusiasmo, aggiungendo sottovoce << A ChinaTown,>> concludendo con << e domenica tutti al Comic Con!>>

Ora vi prego di immaginare una Nero che indossa un grembiule zebrato, intenta a gestire i piatti sporchi con la mano destra e la colazione di PiccolaPesteBubbonica con la sinistra, che ascolta il discorso del succitato Nerdy, senza emettere un fiato.
Poi esplode in un << NEW YORK CITY!>> scuotendo le pareti di tutto il condominio e facendo magicamente smettere di parlare la vicina del piano di sotto (vi assicuro che ha sempre un sacco di cose da dire, a qualsiasi ora del giorno e della notte e durante tutti i giorni della settimana. Ho addirittura pensato che stesse registrando se stessa, in una sorta di audioautobiografia. 

Per Christopher Lambert! Prendi fiato tra un “uin” ed un “chun”!).

Condomina logorroica a parte, Nerdy ha pensato a tutto: ha comprato la guida, la mappa della città ed ha strutturato degli itinerari interessanti persino per la nostra almost-teen.

La nostra avventura è iniziata mercoledì scorso e si conclude oggi, mentre ancora siamo sul bus di rientro.
Non voglio farvi un elenco dei pros&cons di viaggiare sul bus, perché diventerebbe una pallosa enumerazione di cose che potete sperimentare da voi una o l’altra volta nella vita.
Per me è sempre un misto tra “viaggio della speranza” e “anche stavolta ho dimenticato la busta di carta” ma, vabbè, ci si adatta!

Qual è la prima impressione quando si arriva a NYC?
Porcomondo, ci siamo persi,” un po’ come Kevin che perde di vista i suoi genitori, smarrendosi nella Grande Mela. Solo che noi non siamo arrivati in modo trionfale, sbarcando da uno di quegli aerei superlusso atterrati al JFK, ma scendendo da un bus poraccio dopo 4 ore di sbatti di qua e di là sinchè non rivedi anche la prima briciola della cena del giorno precedente.
Nonostante fossimo mappamuniti, tutt’attorno a noi c’erano solo muri di cemento e vetro enormi, intimidatori ed irraggiungiubili.
Alle quattro del pomeriggio, con una valigia pesantissima da trainare, abbiamo sfidato il caldo asfissiante ed insolito di questo  Ottobre, raggiungendo la stazione più vicina a noi passando per la via più lunga –e te pareva.
La metro di New York è un intrico di colori, numeri e lettere apparentemente incongruenti: la prima volta non è semplice venirne a capo, soprattutto con la pisciarella e la stanchezza di un intero anno di scuola e lavoro sul groppone.
Ad ogni modo ce l’abbiamo fatta, abbiamo preso un taxi!!
Come da copione, il taxista era arabo, superipertecnologico, parlava al cellulare con qualcuno. Non guidava, semplicemente schivava macchine, pedoni ed ostacoli, io invece ho visto più volte la mia vita passarmi davanti agli occhi.
Alla fine siamo arrivati illesi a Chinatown, o meglio nel Lower east side.

Mi sento di fare un pò di pubblicità all’ostello nel quale abbiamo alloggiato che, per quanto non fosse il migliore di sempre, era abbastanza pulito, abbastanza attrezzato e locato in una posizione favorevole agli spostamenti: si trova a due minuti  a piedi dalle fermate di Bowery e Grand Street, tutta la zona è inoltre piena zeppa di ristoranti aperti anche sino alle 23:00 ed è ad uno schioppo da Little Italy, casomai voleste mangiare un piatto di pasta aglio e olio per la modica cifra di 13 dollari (anche se al Piccolo Bufalo abbiamo speso 71 dollari in tre, prendendo un’insalata, tre primi, un sorbetto ed un dessert).

● Link all’hostel su booking ●

Com’è Chinatown?
Di giorno Chinatown è strapiena di bancarelle di frutta, verdura e pesce fresco con tutta la testa, il che è una vera rarità! Gli occhi sono colpiti da mille colori diversi, insegne in lingua cinese (non so se mandarino o cantonese o…), le orecchie invece dal continuo vociare e contrattare. Per le strade il lezzo di urina e scarti del cibo fa spesso stringere lo stomaco o storcere il naso, ma talvolta si viene investiti dal profumo inebriante dei dolci appena sfornati ed è praticamente impossibile resistervi!
Queste strane bakery hanno dei tavolini e ci si può sedere a degustare queste paste a mille sfoglie, che sono un tripudio di bontà, vaniglia, zucchero, burro, colesterolo… emh, con la possibilità di accompagnarvi una tazza di latte o tè o caffè caldo o un glaciale bubble tea (ewww!)
Ci sono dei market che vendono moltissimi prodotti, etnici e non, in cui vengono sfornati dei buonissimi bun a prezzi imbattibili.
Diciamocelo, Chinatown è superabbordabile. Ma è anche supersporca. Negli angoli delle strade troneggiano cataste di buste d’immondezza il cui percolato è disgustoso e va a comporre rivoltanti rigagnoli oleosi ai margini della strada,  nei quali potersi romanticamente specchiare… Aaaah

La lingua parlata non è l’inglese, ma un miscuglio incomprensibile. Spesso i venditori ti ignorano o sembrano infastiditi dalla tua presenza, poi però capisci che dopo 30 anni di lavoro continuativo, alzandosi alle 4 del mattino, lavorando sino alle X di sera, “shine or rain” (includiamoci anche snow) e senza manco il barlume di un giorno libero, magari abbiano un lieve vorticamento di eliche e tutta sta voglia di sorriderti l’abbiano persa assieme ai buoni propositi di inizio anno cinese.

Chinatown, che ci piaccia o no, merita di essere vista e vissuta

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Comprare o non comprare il citypass?

Ero partita con l’idea di acquistare un pass per le maggiori attrazioni della città, poi per una serie di eventi fortuiti non l’ho comprato e MENO MALE!
Tralasciando la simpatica parte in cui mi sento male in vacanza con capogiri terribili che ancora mi fanno sentire come se la mia testa fosse una palla con dentro l’acqua e la neve, non siamo stati in grado di visitare nemmeno la metà dei musei e degli edifici che ci eravamo riproposti.
Probabilmente con questo avremmo risparmiato qualche fila o alcuni dollari, ma alla fine per me è stato molto più rilassante decidere dove andare e quando, senza sentirmi vincolata in alcun modo.

Non avrò visto NYC dalla corona della Statua della Libertà, ma ho comunque immortalato il momento a modo mio, fotografando PPB e Nerdy intenti a contemplare la magnificenza del panorama urbano.

● Link alla compagnia ufficiale che si occupa dei transiti da/per Ellis Island e Statua della libertà ●

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Ci sarebbero innumerevoli cose da dire su questa strana città che raccoglie sotto lo stesso cielo milioni di persone con background a volte tanto simili a volte agli esatti opposti, che ti rapisce, ti abbandona e ti fa sentire piccola come una formichina lontana dal proprio formicaio, ma per ora mi fermo qui, lasciando qualche foto…

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E voi? Avete visto NYC?