#62: Ho visto un bel cappello.

È grandiosa Cracovia sotto i raggi del Sole. Davvero bella e fredda. Ciascun angolo è imbevuto di cocente storia, un saggio pregno di scissione, umiliazione, squarciamento e ripresa, a più tappe, in diverse ere. È un mosaico composto da tasselli giustapposti dalle mani di sapienti architetti, un vero e proprio monile splendente.

Trotterellando per le vie della città ho visto milioni di negozi graziosi, tutti ben arredati, pieni di chincaglierie dai prezzi modici, poi, proprio giunta al termine della mia settimana di vacanza, ho visto un cappello.

Era grigio, in cima a una piccola pila di cappelli altrettanto ben curati. Mi sembrava un lobbia con le tese lievemente arricciate, una fascia scura che avvolgeva la cupola, un bel modello elegante.

Alla vista di quel copricapo, ho sentito il cuore sussultare, e mi ci sarei voluta fiondare sopra, per comprartelo. Ma non l’ho fatto, in primo luogo per non sembrare una pericolosissima malavitosa in cerca di copertura – perché si sa, uno che indossa un cappello, una maschera o un mantello, specialmente sul far della sera, cambia identità immantinente e non viene riconosciuto manco dalla mamma che l’ha generato-, e come secondo, ma non meno importante, fattore, non mi sono ancora allenata per partecipare a giochi senza frontiere, ma immagino mi potrebbe capitare la stessa sorte toccata al Galles (che non vinceva manco la medaglia di rame “amici di Claudio Lippi”).

Ma dicevo, il cappello, il negozio!
Una porta con luce di un metro e dinnanzi a essa un muro di gente. Immaginami sbracciare in mezzo alla folla, facendomi largo tipo buttafuori del JKO e smadonnando di fronte a qualsiasi ostacolo, piccolo o grande… No, no, no. Mi sarebbe caduta la tiara principesca infusami, con gran solerzia, alla nascita.

Era davvero bello, quel cappello, mi è rimasto proprio qui, dove non sale e non scende, un ascensore bloccato a metà tra gola e stomaco. Come quando apro l’armadio e di cappelli ne vedo ancora tanti, buttati alla rinfusa. E non trovo il coraggio per toccarli, spostarli o regalarli. Ogni cappello si lega a un evento, congela quell’attimo, un saluto tra le lacrime, un altro tra le risate, un Natale rovinato, un altro ben riuscito.

C’è da dire che di cappelli ne fanno tanti, ma di uomini come te pochi, pochissimi.

La prossima volta che vedrò un cappello e ti penserò, cucirò lui un ricordo di quella città e te lo regalerò, così condividerai con me un frammento di bellezza del mondo che gira e vive.

Anche senza comprarlo.

Anche se tu non sei più qui.

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