#57: La morte non è niente (quasi novanta giorni senza te)

La morte non è niente. Sono solamente passato dall’altra parte: è come fossi nascosto nella stanza accanto. Io sono sempre io e tu sei sempre tu.
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Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora. Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste.

Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme. Prega, sorridi, pensami!

Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza. La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza.

Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Rassicurati, va tutto bene. Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata.
Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami: il tuo sorriso è la mia pace.
H. S. Holland

Nessuno prenderà mai il tuo posto nel mio cuore. Non so nemmeno più come chiamare il vuoto che hai lasciato in me. Non mi capacito ancora della tua non-presenza. Come posso chiamarla assenza, se tra i pensieri e i gesti ci sei sempre tu?

È vero che quando qualcuno viene a mancare ti rendi conto davvero di quanto grande fosse l’amore, l’affetto, la stima, di quanto inestinguibile fosse il legame che stringeva, forte come la catena che sostiene saldamente l’ancora. Ognuno di quegli anelli di metallo è un insegnamento, un ricordo, una debolezza (tua o mia, indistintamente).

Non c’è sentimentalismo in tutto ciò, non quanto ne avresti messo tu. Sei l’unico uomo che ho amato e odiato dal profondo del mio animo. Sono talmente impregnata del dolore, imbevuta di tristezza e sperduta, senza bussola, che non riesco a capire più dove sia il mio bene o il mio male.

Avevo ancora bisogno di te, come la bambina egoista che sono. Avevo ancora bisogno di te, e non ci sei più…

Mi mancherai per sempre.

Sono quasi novanta giorni e l’alba precedente è meno dolorosa di quella successiva.

A volte nemmeno mi importa più dell’alternarsi di Sole e Luna.

La casa è vuota. Il cuore pure.

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#56: Il Diario di una futura OSS (di parole d’incoraggiamento e altre amenità)

Avevo scritto un pezzo lunghissimo, ma il demonio ha deciso di cancellarlo senza darmi preavviso, per cui mi devo ingegnare a digitarlo per la seconda volta, stravolgendolo del tutto.

Partiamo dalla descrizione dell’uomo avvolto dalle tenebre, 35enne di un paese limitrofo al mio, cominciando dal suo aspetto fisico: alto come me, quindi basso 160 cm, più o meno, capello biondo sistemato alla Wolverine, occhio scuro, faccina dolce, simpatica, un po’ da roditore. Caratterialmente è uno scrigno chiuso ad una mandata, ha picchi di acume cinico proprio di chi è stato perculato tutta una vita e quando sorride lascia trasparire quella dolcezza nostalgica, il bisogno del ritrovarsi con persone simili. Ce ne fossero… È mio collega di tirocinio e siamo capitati nello stesso inferno disorganizzato e improbabile che è il nuovo reparto di assegnazione.

Mi segue in scia, passando per l’ascensore della biancheria sporca, e impara le nuove regole per diventare un fantasma dentro il grande stabile ospedaliero.

Ho girato per ore tutti i corridoi, al fine di trovare buchi dove potermi infilare e sfuggire rapidamente all’afa insopportabile che ti imperla l’ascella, facendola commuovere.

Tolte queste innocenti nefandezze, lui ed io potremmo diventare un’ottima squadra, anche per quanto riguarda il lavoro manuale. Di fronte ai pazienti, infatti, l’uomo delle tenebre diventa un pezzo di cuore molle ed è grazie a questa sua qualità, a questa sua mutevole sensibilità, che pazienti e parenti si prodigano in complimenti e parole incoraggianti. “Ce ne fossero di più persone come voi!“, “Siete angeli; io sono vecchia e non riesco a farlo da sola. Che Dio vi benedica” (su quest’ultima battuta ho sentito delle lingue roventi fiammeggiare sotto i piedi, ma va be’…), “Speriamo che vi assumano presto” (eh!!!)…

Non ho altro nella vita, oltre la PPB, che mi renda tanto felice, quanto il tirocinio. Esco dalle porte scorrevoli e sento di aver fatto la differenza per qualcuno e vicendevolmente questo qualcuno ha colorato la mia giornata, insegnato qualcosa e forse reso una persona migliore.

#55: Isolamento

Luna crescente. Finalmente tra le coltri leggere del mio letto; cerco di dormire ed ho ancora gli occhi sbarrati come un rapace – una stria, per l’esattezza.

Erano almeno dieci anni che non vedevo le lucciole – quelle vere – svolazzare oltre il canneto. Il Golfo è uno spettacolo di notte, una distesa inquieta di mare e luci elettriche, in contrasto col degrado netto di questi palazzi.

Rimugino sullo scivolare dei giorni, l’andamento fluido ed incessante scandito dal ticchettio ritmico delle lancette dell’orologio che ho al polso.

La mia stanza è stata coperta dal lenzuolo della notte, non altrettanto i miei sfavillanti pensieri, simili ad una old sparky che fa schizzare scintille quando le si trasmette la scarica elettrica fatale.

Forse il mio cervello sta friggendo sotto il caschetto imbevuto d’acqua: lo sento ribollire, a momenti alterni.

È un continuo dondolare tra i riflessi mentali, ora lucidi, ora appannati, una camminata a zig-zag nella terra di nessuno, mentre la cerca dell’uscita da questo bunker antiatomico è diventata quasi accecante, tanta è la furia di tirare il fiato e vedere un raggio di Sole.

Quando subisci un lutto così profondo, le persone attorno sembrano non capire per nulla quale lacerazione ti affligga. Sei un appestato, ai loro occhi, una persona di poco valore. Ti giudicano per gli abiti, per il sorriso divertito, per la chiacchiera facile, gli abbracci ad un amico. Poco conta che tu sia morto dentro, che la piega ridente delle labbra sia solo un modo per schermare lo strazio, confinare e arginare l’onda nera che straripa oltre la diga del tuo cuore. Conta solo l’apparenza; essere invincibili, forti – una forza in realtà flebile ed incerta, che fatica a sorreggersi, il buffetto incoraggiante che spinge il bambino a compiere un altro passo.

Hai visto? Sembra che tutto sia superato. Guarda come si diverte… Ah, esce con troppe persone. Da sola così, con quello che le è successo…

Cosa dovrei fare? Seppellirmi viva e morire anche io? Dimostrare, a chi poi, tutto il baratro irreparabile che mi assorbe senza concedermi un armistizio?

Non mi sono mai integrata nei gruppi, il mio talento è profondere antipatia, quando va bene, oppure indifferenza, quando va meglio. Ma mi rendo conto che il problema sia mio, in quanto “travisabile”, spesso invisibile o emersa solo in parte, simile ad un’isola i cui tunnel sotterranei sono labirintici e sconnessi.

Il 99% delle parole che dico rappresentano appena l’1% di quanto in realtà penso. Non mi capisco e forse non capisco nemmeno gli esseri umani che mi fanno da specchio.

È tutto un tumulto di diverbi, alterchi, conati di vomito, insulti, velati o manifesti, additamenti, incomprensioni. Non sono fatta per le relazioni umane, ‘ché già da principio portano con sé lo stigma avvilente del fallimento.

Difenditi da sola. E lo sto facendo papà, ma contro chi devo combattere, se il mio peggior nemico sono io stessa?

Emano vibrazioni inintellegibili.

Tutto quel che ne deriva è un voluto isolamento.

Silenzio, solitudine e raccoglimento.

Il mondo rallenta, così fa il respiro, la pompa di arterie e vene, il fervore del pensiero.

È così bella la notte, starei per sempre a contemplarla.

#54: Diario di una futura OSS (che continua ad assentarsi e rischia di perdere capra e cavoli)

Hai presente la ramificazione dei corridoi di un ospedale? È un dedalo incomprensibile di aree che si rapportano tra loro tramite richieste scritte, nomi di patologie e comorbilità annesse, ascensori interni d’acciaio, parenti scazzati e pazienti (spesso anche loro scazzati) igienizzati a colpi di catino e garzetta.

In mezzo a Luminari della scienza medica, Sottoposti con felpatissime papille gustative, abituati a saggiare deiezioni liquide pur di avere quel momento di prestigio caduco, si vedono pascolare anche schiere di tirocinanti confusi, sballottati da una parte all’altra, senza referenti. Perché, si sa, con la razionalizzazione delle risorse sanitarie -aka dimezzamento del cash, sfoltimento della forza lavoro, risparmio su interventi, riduzione ricoveri e smantellamento del welfare- il pe(r)culio sarà pure ingente, ma la qualità… Diciamo solo che non è il caso di parlare di standard qualitativi, oggi.

Nel frattempo il gatto nero, in tutta la sua proverbiale fortuna, si è spostato, trafelato, da uno all’altro reparto – solo di un andito, prima porta a sinistra.

Stesso piano, stesse regole empiriche, stessa consistenza del pavimento sotto gli zoccoli di plastica, ma dimensione completamente diversa. E non come Matrix, piuttosto come Stargate, solo che anziché essere catapultati in un mondo fantasy a casaccio, si sprofonda nella più totale disperazione.

C’è M., una dottoressa piuttosto affermata, che a seguito di un ictus ha perso parzialmente la capacità di esprimersi e gioca col cibo, poi solleva il capo rasato, fissa i tuoi occhi e si perde, come se dentro l’iride scorgesse qualche immagine lontana, intangibile.

Ci sono A. e F., giovanissimi, che a seguito di incidenti, che non posso ben descrivere, migliorano molto lentamente le abilità fisiche e cognitive.

Ogni giorno la moglie del primo si arma di santa pazienza e sorriso magnetico, entra in reparto velocemente e raggiunge la sedia a rotelle del marito, fermo di fronte alla Tv della sala da pranzo. Lo accarezza, posa baci sparsi sulla pelle del viso, sulle mani, sulle palpebre che si abbassano a celare l’azzurro acqua dei suoi occhi attenti e allo stesso tempo rallentati da una non meglio stabilita compromissione neurologica. Ti immagini cosa significhi interfacciarsi con tuo marito trentenne, doverlo imboccare tutti i giorni, occuparti dei figli che hai messo al mondo con lui, accettare che con tutta probabilità non si riprenderà al 100% (e forse neanche al 60%), senza che tu possa fare qualcosa perché tutto torni semplicemente come era prima? Quanta forza ci vuole per sopportare il peso di un pugno allo stomaco che ti stordisce e ti lascia lì, ai margini, sopraffatto dall’imprevedibilità cosmica? Tanta, troppa quando si è da poco superato un quarto di secolo di vita ed i progetti, caduti come un castello di carte, sono ancora eccessivamente freschi per essere accantonati. Eppure si lotta, non si molla il pezzo nemmeno di un millimetro.

La palestra del reparto pullula di specialisti che con fatica mobilizzano gli arti plegici, coadiuvano i pazienti nella lunga e dolorosa ripresa verso parametri da manuale. C’è chi non li raggiungerà mai più, quei valori, quei numeri di perfezione, chi invece taglia il traguardo dopo anni di faticoso impegno.

Un combattimento estenuante che porta con sé quesiti probabilmente irrisolvibili, non solo per chi vive il dramma, ma anche per chi osserva e cerca di offrire le proprie mani a chi non le può più usare.

È l’ora del caffé, pausa?

#53: Il diario di una futura OSS (?)

Dopo aver raccolto qualche maceria, aver riflettuto sulle questioni importantissime della mia vita ed essermi disperata più e più volte, dando una leccata piena, ma concisa, al nero delle mie notti, mi rimetto in corsia – nel vero senso della parola – ritrovando la mia verve, che avevo temuto, con avvilito spirito, di aver perso.

La data odierna segna il mio terzo giorno come tirocinante OSS – titolo che avrei dovuto già possedere e sventolare di gran classe come una nobildonna della dinastia Tang, dato il mio bagaglio lavorativo piuttosto ricco e rivolto verso il settore socio-sanitario, ma, come ormai mi sento ripetere da chiunque, meglio tardi che mai. E mai sia, appunto, che mi lasci sfuggire l’ennesima porticina socchiusa, l’ultimo vagone dell’ultimo treno passato all’ultimo minuto.

Beh, forse non è proprio l’ultimo, ma figuriamoci per un attimo che lo sia, data la mia spericolata vita da gatto nero in tangenziale (a mezzanotte, con novilunio, sia mai che ci sia un barbaglio di luce)…

Di seguito racconterò, se di racconto si può parlare, le mie avventure in reparto, raccogliendo con la pazienza di una formichina tutti gli episodi più goderecci del nuovo viaggio di studio pratico che mi si staglia dinnanzi.

Il primo giorno di assestamento è stato una passeggiatina di salute: sei ore di rifacimento letti, in pratica, al fianco di una futura superOSS: sebbene non sia dotata di mantello e mascherina, come altri pallosissimi supereroi, è una che si arrischia, indossando un enorme naso rosso, nel pericolosissimo mondo dei reparti pediatrici ed alleggerisce la degenza dei piccoli a colpi di palloncini colorati e spensieratezza.

Da subito il diktat dei nostri superiori è stato di indossare sovraccamici, cuffiette e guanti.

Allora, siamo nell’isola dei puffi, è Luglio, 34 °C all’ombra, tasso di umidità 120%, percepito 180°C – quindi mezz’ora di cottura e sfornare lentamente, altrimenti ci si affloscia tutto il centro-, aria condizionata quasi inesistente.

Il. Sovraccamice. Verde.

Pensando che si tratti di un innocuo D.P.I., lo indosso con gran solerzia, non badando poi tanto a quegli sguardi scoglionati che i colleghi si scambiano vicendevolmente. Eppure dopo un minuto ho la netta sensazione di comprendere cosa si nasconda dietro quello svalangamento testicolare: il camice verde ha il potere di far sbrinare anche i ghiacci perenni, può renderti lucido come una cotenna di maiale colata di burro, ti disidrata che manco una passeggiata nel Gobi a ferragosto trascinando una stufa a legna sulla schiena. Accesa, ovviamente.

Finisco il giro e con somma soddisfazione mi accorgo di aver perso due kilogram… ah no, non ho perso nulla, fuorché tutti i sali minerali fino a quel momento presenti nel mio corpo.

All’una abbandono tutti ed il mio unico pensiero sono le bottigliette d’acqua ghiacciata riposte dentro il frigo di casa.

Il secondo giorno è iniziato con un resoconto totale degli accozzati (raccomandati, come direbbero sull’italica terraferma) che lavorano in ospedale solo perché buon sangue non solo non mente, ma ti imbocca il lavoro col cucchiaio, facendo l’aeroplanino.

Tralasciando tali miserie, di cui mi curo tanto quanto farei con una pianta, e aggiungo, per meglio esplicare, che il mio pollice di verde non ha nemmeno lo smalto sull’unghia, una volta ultimato il giro letti (igiene personale, cambio effetti letterecci, san(t)ificazione unità dei pazienti), la carrozza fumante dei pasti è giunta a noi ed in men che non si dica mi ritrovo con un cucchiaio in mano, un bavaglino ed un paziente con Alzheimer che è convintissimo di stare su una barca!

<<Allora vedi, questo è un gabbiano, quello un colombo>> mentre indica verso la porta del bagno.

<<Toh, una vacca a due teste, non vedi come sta pascolando?>> certo che la vedo la vacca, con questo sovraccamicino verde credo sarei in grado anche di poter vedere qualche apparizione divina, figurarsi un bovino bicefalo, facilissimo no?

Il terzo giorno è resusc… AEMH… il terzo giorno abbiamo un supervisore OSS di cui credo di essermi innamorata, ma non ne sono certa. Ci da piena autonomia, finalmente la SuperOSS-to-be dal piglio clownesco riesce a somministrare i farmaci sottocute, io invece posso accingermi a fare l’igiene personale del paziente da sola.

Verso l’ora di pranzo arriva una ragazza gravemente ustionata, bendata dal torace ai piedi. Subito la accogliamo, l’OSS di turno le pone tutte le domande di rito e solo dopo aver completato il check-in, il quesito che tutti noi speravamo venisse pronunciato si palesa, magnifico, in tutta la sua risolutezza: <<Ma come hai fatto ad ustionarti così?>>. Domandare è lecito, rispondere è cortesia: <<Al mare, la persona che doveva svegliarmi dopo un’oretta ha deciso di lasciarmi dormire dalle 10 alle 17.>>

<<Ma chi è questa persona?>>

<<Mia suocera.>>

Morale della favola, le suocere, anche quelle migliori, non riuscendo nel loro intento di mandarti per direttissima al cospetto dell’Onnipotente, sognano sempre di mandarti almeno all’ospedale.

#52: Il dono di Re Mida

L’allegra comitiva del lutto, ormai consolidata nel suo peregrinare tra un cimitero e l’altro, passando per vari gradi di parentela, sembra non volersi sciogliere presto.

Ormai il nero, quella della notte che indosso come un lutto vittoriano, ha tinteggiato le pareti del mio tunnel. La luce c’è, ma non si vede!

Ancora una volta sono seduta sul sedile posteriore, campi e case che scorrono fuori, susseguendosi ad una velocità irregolare.

Sono nauseata. Ho lo stomaco che si rivolta. Vorrei solo dormire e svegliarmi tra vent’anni, quando ormai tutti i moti del mio cuore non saranno che un ricordo sbiadito.

E mi sento come Re Mida, con la differenza che lui tramutava tutto in oro, ed io, al contrario, distruggo tutto quel che le mie dita dannate incontrano. Per prima me stessa. Poi gli altri. Poi i rapporti, le relazioni, gli oggetti e i momenti.

Questa sofferenza è una valigia che non ho più voglia di trasportare, portarmi dietro. Ho le braccia stanche ed il cuore affranto. Può bastare così, davvero, deve bastare così.

#51: Il principio di una vita tranquilla

C’è una collina, nel mio paese, che si affaccia sul mare; un serpente di asfalto divide la spiaggia rocciosa dai campi e prosegue, giungendo ad un sentiero sterrato, sino alla scogliera. Da qui si può godere del silenzio e degli aliti di vento, talvolta è persino possibile scomparire nella linea blu dell’orizzonte, dove cielo e acqua si sposano e confondono, unendo le proprie anime, una riflesso dell’altra, nella loro infinita disuguaglianza.

Le mani fresche incontrano l’oro delle spighe asciutte, mentre le suole affondano nel manto umido, ancora irrorato di rugiada notturna, intrappolata tra i fili d’erba in germoglio.

Cammino, penso, penso e cammino.

L’occhio si perde nei colori intensi del panorama, un ritaglio di paradiso chiamato casa. Malgrado non mi tenga più legata a sé, né l’anelito sia quello di permanervi fino alla fine del mio tempo, la terra che calpesto nasconde, nel suo buio fecondo, le mie radici più profonde, la propaggine familiare, il bulbo culturale, morale ed etico, qualcosa che nemmeno la distanza può sterpare, almeno non del tutto.

Il profumo pungente della macchia – rosmarino, mirto, elicriso, lentisco, ginepro – si amalgama con la brezza salmastra, madida e densa, il verde diventa indaco, arrotondandosi nel cerchio irregolare del magenta brillante delle bacche aspre, stemperandosi nel bianco dei fiori che volgono le loro corolle verso i raggi caldi ad oriente, terra del mattino.

A nord il Golfo abbraccia il Mediterraneo e, poco sopra, scalo visivamente la linea ondulata dei monti che adombra parte della città, poi, ancor più vicino, in questa prospettiva, il brillare eterno delle torce della SARAS, le fiamme rosse e vive che guizzano feroci verso l’aria.

Questa stradina l’ho percorsa di notte, su una macchina che non era la mia, i fanali e la polvere, il tuo sorriso, a cui ho volontariamente rinunciato, ricorda una falce di luna, barbaglio nella volta delle mie distruzioni. La pelle fresca, il pozzo fondo delle iridi appannate dal cristallo, la linea perfetta di mento, collo e clavicola, i capelli folti e scuri, dentro cui inabissare le dita, la leggerezza delle battute impastate all’ironia cinica, una lama di bisturi e nel contempo la dolcezza colata del miele.

Non posso andare avanti così, ottenebrata dalla notte del mio reame di paura. Però devo. E per farlo cammino nella mia isola.

È da poco che sono tornata, ma già penso di dover scappare.

Di cosa pensa e fa la gente, i miei compaesani che ridono di me, in barba alle mie disgrazie recenti, m’interessa poco più di niente. Non capiscono che dietro a gesti avventati, incerti e spesso incomprensibili, si cela un’anima fragile, ferita, ma in grado di sollevare un mondo sulle spalle.

L’apparenza è solo un mantello che ci rende invisibili. Ed è così che voglio essere, impercettibile, instaurando il divario necessario che mi consenta di essere integra, comportandomi come l’olio che rimane sul pelo dell’acqua, senza mai mescolarvisi, forse disgregandosi in mille ed una goccia, se scosso, ma rimanendo comunque uguale a se stesso.

#50: La vita dopo la morte di papà

L’obiettivo di quest’anno era quello di scrivere una lettera al mese, affrancarla e spedirla o consegnarla a mano, infilarla sotto la porta di casa, lasciarla lì, per caso. Parlare di cose leggere, a mezzo di inchiostro, colori e carta, raccontando pezzi di me, ma soprattutto cercando di trasmettere il mio amore, visto che è facile dimenticarsi di rimarcare che non sia scontata la presenza, l’affetto, la volontà di includere altri esseri umani nella nostra crew di volo. Un gesto simbolico di gratitudine, un piccolo pegno d’amore, senza aspettative, senza troppi pensieri, senza voler nulla in cambio.

Questa è la seconda del mese dove indirizzo i miei pensieri scritti a te.

Immagino ti chiederai com’è la vita senza te, se sia facile fare i conti con la stanza vuota, con la musica che sempre, sempre, non fa che guidarmi morbidamente verso il tuo ricordo, con i tuoi cappelli che siedono sul comodino e sembrano innamorati al porto, in attesa che la nave attracchi e riporti a casa l’amato.

Lo sai, combatto ogni giorno per non scivolare, piedi e bacino, dentro il buco nero vibrante del cavernoso dolore che tiene in pugno gli organi cavi, senza alcuna pietà. Eppure sorrido. Mi circondo di persone amorevoli, dolci, che accolgono a cuore aperto il mio vibrare dissonante e lo tramutano in un arpeggio armonioso.

Sorrido, guardo avanti. E sono spaventata papà. Ho paura che il mio corpo covi la stessa brutta malattia.

Mi siedo spesso, da sola, sul letto, ed aspetto, nemmeno so io cosa.

Non mi ricordo più la tua voce, il timbro, la modulazione. Ho paura di dimenticare le linee del tuo viso. Eppure mi sforzo di aprire le labbra e mostrare il mio lato più sereno. Non ricordo più le tue mani, la loro forma armoniosa, prima che il male le rattrappisse. Sembra sia passato un secolo da quando impugnavi le bacchette o abbassavi con gentilezza i tasti del piano, dondolando la testa o chiudendo gli occhi, senza però far toccare perfettamente tra loro le ciglia, assumendo quell’espressione propria di chi è in estasi…

Sto dialogando con questa entità senza nome, senza tempo, impegnandomi a capire se davvero tutto abbia un senso.

Avrei voluto dirti di più, e cerco segno di te nel vento, nel mare, in tutto quel che vedo.

Chissà dove sei, però, davvero. Aspetto sempre di vederti tornare, quasi che gli ultimi 10 mesi non fossero esistiti e tutta quella sofferenza fosse, per incanto, scomparsa.

Eppure, sorrido. Guardo avanti. E mi ritrovo sul ciglio dei miei pensieri, incapace di scovare il fulcro di questa strana, dura lezione senza senso.

#49: Dammi tre parole: cibo, amore, aspetto fisico.

Ho sempre avuto un rapporto conflittuale con 3 cose:
A. Cibo
B. Amore
C. Il mio corpo
in ordine totalmente casuale.

A. Cibo:
Piacere immediato.
Soddisfazione istantanea della voglia di dolce, salato, agrodolce, piccante.
Voglio provare tutto quello che posso, senza privarmi della goduria lussuriosa del mangiare.
In contrapposizione, odio masticare, una rottura INFINITA.
Le pietanze che metto in tavola sono legate ad odori, sapori e sensazioni, ai ricordi della mia infanzia e dell’adolescenza, benché nel passaggio tra le due età abbia sviluppato una serie di disordini alimentari che mi hanno accompagnata come Fido sino all’attuale senilità.
Quando mangio, tutto svanisce. Dolore, paura, felicità, tristezza, amore. Tutto viene cancellato con prestezza dalla beatitudine indotta durante l’atto del far scivolare in gola le pillole del divino. Nutrienti, venite a me!

B. Amore:
Scenario: identificazione dell’amore con coppia infelice, possibilmente impalcata di corna, con deviazioni morbose (liti, fughe, lotte libere corpo a corpo, drammi perpetui, silenzi, palizzate, vassalli, valvassori, valvassini e, perché no, dai, servi della gleba)
Risoluzione 1 (adolescenza inoltrata; 16-20+):
– Anni di nihil, annientamento, dolore, morire, dormire e nulla più.
– Romanticismo sgorgante combinato ad un completo appoggiarsi all’altro.
– Crocerossa italiana. Ti salverò io!
– Lacrime e amarezza.
– Bisogno di approvazione da parte del partner.
– Idea di metà.
– Confusione sessuale. Ma se mi piace una donna allora sono lesbica? Disperazione sociale parte II.
Risoluzione 2 (giovane adulta; 20+-30):
– Sfiducia verso il genere umano.
– Appoggio-stampella ancora ben presente.
– Riscoperta della stabilità, con risalita faticosa in stile arrampicata libera, senza funi, solo pietra e polpastrelli sudati a 2000 metri d’altezza, col vuoto che ti fa l’occhiolino sornione.
– Amore =/= Dolore.
– Che figo, anche io so ridere, chiccazzo l’avrebbe mai detto?
– Se fossi bisessuale non sarebbe un problema. Fine della disperazione sociale.
Risoluzione 3 (adulta attempata, con sogni ormai appesi al chiodo):
Let it be
Ciò che deve accadere, accade. (Quindi passando dal pop dei Beatles, ai CSI, con sfumature preoccupanti di Osho – per gli amici Shosho, che in sardo significa, erh, vagina)
Incasellamento delle varie componenti dello scambio amoroso – con inclinazione a vite separate, case divise e letti PURE.
– Nessun senso di competizione con altre figure femminili. Amo le donne, perché sono bellissime!
– Senso di integrità.

C. il mio corpo:
Ho passato gli anni della giovinezza a lagnarmi di fronte allo specchio. Quanto sono brutta, grassa, schifo, puh.
Millenni di diete buttate al cesso. Magra, grassa, atletica, grassa, magra, tisica, grassa. Pendolo di Focault spostati, che le mie oscillazioni sono così veloci che sarebbero in grado di spostare l’inclinazione dell’asse terrestre, NOW.

Nell’ultimo anno ho ricevuto una serie di messaggi contrastanti inerenti il mio aspetto fisico:
– Sei bella così
– Sei in carne, ma stai bene così
– Secondo me devi scendere di peso
– Effettivamente sei ingrassata un sacco
– La 44? Ma davvero? Vesti una taglia così tanto grande?
– Bel viso, ma grossa.
– Non si salva nemmeno il viso
– Ma mangi troppo? Cosa? A che ora? E bevi? E fumi? E dici parolacce?

Esiste un modo indolore per accettare l’immagine riflessa nello specchio?

Qui ci vuole la fata Madrina.
La aspetto mentre mi rammendo il cencio di fronte ad una fumante tazza di caffé.
Senza zucchero.
(Ma altrettanto peccaminoso)