#72: La luce delle stelle

Nelle ultime settimane, grazie a una serie di movimenti astrali piuttosto suggestivi, ho passato una buona parte del mio tempo col naso per aria a fissare le stelle.

Nonostante ciò, nemmeno una stella cadente, qualche pezzo solitario di roccia aliena e luminescente a cui affidare il più blando dei miei desideri: vincere quei 209 e rotti milioni di euro per poter cambiare vita – e probabilmente connotati. Un sogno da nulla, appunto, che in nulla si è risolto, dato e considerato che Lodi è ben lontana dall’isola-dei-puffi-laggiù e che la Fortuna, pure senza bende, non sarebbe riuscita a mirarmi nemmeno se fossi stata attaccata ad un pannello per le esercitazioni con l’arco, fungendo da bersaglio umano.

Ma che ci vogliamo fare, c’est la vie.

Sta di fatto che il mio anelito di ricchezza deriva da uno spropositato bisogno di libertà. Sembra un controsenso, perché nell’immaginario collettivo il vil denaro non è altro che un valletto corrotto di Satana in terra che ti rende schiavo e accecato e io, da buona combattente, posso in un certo senso aderire a questo filone di pensiero, ma a ben pensarci non è proprio la grana a concederci la possibilità di gestire il nostro tempo come bramiamo?

A me una vita fatta di aerei, musica in cuffia, visite guidate nei posti più antichi e misteriosi, musei e skyline nuovi ogni settimana non seccherebbe affatto.

La PPB sarebbe sistemata a vita e oltre, vivrebbe nel posto in cui, in realtà, sente di appartenere peddavero e realizzerebbe i suoi progetti, coinvolgendo chissà quanti esseri umani meravigliosi almeno la metà di quanto lo è lei.

Ma che ci vogliamo fare, c’est la vie.

Ci tocca alzarci alle 4.30 AM, col gallo che canta e rimboccarci la divisa.

Ah no, almeno quella ha le maniche corte.

E si rompe ogni tre giorni. Per usura. Causata dai pazienti🖤

Tornando alle stelle…

Volevo scrivere una lettera a una persona, tempo fa, ma non ho mai trovato le parole adatte, anche quando ho avuto tempo a sufficienza per poterle ricercare.

Penso di averne acchiappate alcune, tra una passeggiata al chiar di luna e un inciampare su una radice che, al buio, non avevo proprio notato, in quel selciato scosceso e tenebroso.

Comincia così:

Senti, non so nemmeno come siamo arrivati a questo punto, da dove sia partita la corrispondenza di sensi – mettiamo in dubbio un attimo che siano amorosi o semplicemente lasciamo questo concetto in sospeso per una decina di minuti almeno, come quando la torta è cotta e devi comunque lasciare lo sportello del forno semi-aperto per un tot di tempo almeno, altrimenti ti si ammoscia il centro-.

Non so se siano state le chiacchiere, le note, guardare oltre la siepe e scorgere l’infinito di Leopardi, non so neppure se, a furia di non toccarci, sia cresciuto da qualche parte il desiderio di farlo, accompagnato dalla paura cieca di ardere come teste di c… Erini, cerini, sì. O ancora se sia stato l’insieme casuale di tutti i fattori elencati e una miriade di altre frasi non dette, spezzate, perse nel flusso dialogico interiore, a renderci così vicini e nel contempo così lontani.

E di perdere la bussola, il senso del tempo, delle ragioni di tipo etico e sociale, di darle in pasto al fuoco, senza mai muoverci dal punto in cui sostavamo, che è lo stesso nel quale ci troviamo oggi.

Come chiamarti? Amico? Riduttivo. Sei tanto e più di qualsiasi categorizzazione il pensiero e gli schemi linguistici possano descrivere.

Ma forse null’altro più di questo, ed è qui che dovresti chiarirmi cosa sono io per te.

E me li immagino i tuoi occhi, fondi come l’oceano, dove la luce delle stelle riverbera, senza per altro illuminare l’eterna indecisione, a guardarmi come se attorno non vi fosse altro che uno spazio nero e incontenibile. Mi sarò chiesta un milione di volte che forma possano assumere nella tua mente quelle riflessioni così complicate da esprimere, da incantare col suono (la musica!) della tua voce, calda e profonda come la superficie di un lago, sebbene una varietà di lemmi potrebbe farle spuntare dal terreno fertile del tuo animo, piccoli germoglietti di tue verità che decorano filari ancora spogli.

Sei così delicato che ho paura di corromperti.

Perché sai, anzi non lo sai, che a volte mi faccio paura da sola e che non tengo troppo conto del contesto, se c’è da agire. Che parto alla cieca. E che con te ho sempre evitato, perché ci saremmo scaraventati su un muro, testa e cuore. E non abbiamo forse più voglia di piangere e di far male a chi ci ama, solo per un mero egoismo di fondo.

Eppure la paura e un sano egoismo continuano a tenerci in vita, ma teniamo la fiamma bassa, al minimo, perché lasciandola divampare, si tramuterebbe in un flashover nel giro di un paio di istanti.

Istanti, penso, in cui tutto diverrebbe niente.

A fluttuare senza tempo.

A cercarci ancora.

Ancora.

E di nuovo.

Per poi tornare alle nostre divise, tu la tua e io la mia, persi nella nostra solitudine, a dubitare anche delle certezze, divenute negli anni roccaforti alle quali aggrapparsi con disperazione per non ardere vivi.

E lo capisco che un lancio senza paracadute ti ammazza. Per questo non ti biasimo.

Ma che ci vogliamo fare, c’est la vie.

Il finale è un libro aperto, mi dai una mano tu a terminare?

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#71: Mai abbastanza

Sembra andare tutto come deve, quando ciclicamente torna il baratro.

Se in precedenza vi era più luce e un minimo di equilibrio, ora c’è un’ infinita oscurità, a perdita d’occhio.

Mi sembra di essere seduta sul ciglio di un dirupo, indecisa sul da farsi: lanciarmi nel vuoto o tenere i piedi a penzoloni, con le lingue roventi di vento che mi solleticano i talloni?

Dall’altra parte del crepaccio, vedo la mia stessa immagine speculare. E quando la guardo, mi ci rispecchio, e il cuore accelera, perché quel riflesso, il riflesso di come sono divenuta, mi fa paura.

Non mi riconosco più, o forse sempre meno, tanto che sorrido solo piegando gli angoli delle labbra verso l’alto, senza peraltro provare gioia. Nessun brillio di leggerezza negli occhi, solo un manto di rassegnazione alla vita che mi passa sopra come un treno, asfaltando di fatto i miei giorni migliori, quelli in cui avrei dovuto godere dei frutti generati dai molti (e spesso ben accolti) sacrifici.

Avevo tutto l’oro del mondo tra le dita avide e l’ho devoluto al baratro, lasciando che scivolasse via, lontano da me.

Mi sento sola, quella solitudine distruttiva, che sgretola ogni parte dell’essere, portandoti a grattare il fondo con le unghie consumate, accompagnata da una voglia smisurata, quasi incontenibile, di essere amata.

Ma da chi?

Un amore utopico che ha occhi e parole solo per te. Che ti sorregge, se senti di sprofondare negli abissi, che ti accompagna nella vita, ti accetta, ti redarguisce nell’istante in cui è necessario, senza volerti rendere ridicola, infinitamente piccola e inutile. Che ti rispetta, senza metterti nella condizione di dover dubitare di sé o di te stessa, ogni volta, ogni maledetta volta.

Appunto, utopia nel mondo attuale. In fondo basta un click per entrare in qualsiasi vita, diventare clandestini. Rapporti fatti di niente, di castelli di carte, abbattuti da un culo migliore, un’estetica più soddisfacente.

Il cervello non conta più granché. Quindi cosa lo alleno a fare?

Credevo di essere diventata una persona integra, difficilmente manipolabile, ma mi sono scoperta fragile, spaventata e l’unica persona che potrebbe riportarmi sul cammino è la sottoscritta, purtroppo, ma a giorni, la maggior parte dei giorni, vedo me stessa come un essere malato, di una malattia lenta e inesorabile, a cui ho paura di affibbiare un nome.

Il tutto scaturisce dall’essere perlopiù posta in secondo piano, dal trascinare situazioni morte e sepolte nella speranza che si rianimino. Ma quando la volontà è esaurita, quando i contatti sono spezzati, come si può rinascere?

Sono sfiancata dalle accuse, dalle ipocrisie, dalle parole che mai collimano con le azioni, dal non essere mai abbastanza (mai abbastanza bella, mai abbastanza interessante, mai abbastanza colta, formata, intelligente, al passo con gli altri), di fallire spesso e volentieri nei ruoli che devo ricoprire e che mi costano una fatica infinita.

Il declino morale, dicono, ha un inizio e una fine, ma da questa mi vedo ancora ben distante: bisogna affrontare i peggiori mostri per ritrovarsi. E con questi brandelli cerco di tirar fuori quanto di bello ho nell’anima, chiedendomi se qualcuno là fuori riesca a vederlo, se si renda conto che anche io esisto. Hello?!

Da qui, orde di pensieri frastagliati, neri come gli incubi che ti fanno risvegliare in preda al terrore nel cuore della notte. E sei senza aria, senza luce, senza speranza.

Spero di non soffocare, lo spero con tutto il cuore.

#70: Dubbi

L’uggia di febbraio colpisce ancora. Stiamo lì, alla finestra, a fissare la pioggia che cade e gonfia i rigagnoli a bordo strada.

Bellissima la pioggia, eh.

Piove, piove e lava via tutto.

Guardo la mia stanza e ho ancora sul letto regali di Natale che non aprirò mai. Stanno assiepati, nel loro imballaggio originale, pronti per essere restituiti.

Sì, è un gesto infimo. Ma serve a dimenticare ed è meglio di un rogo. Sai che peccato bruciare tutti quei bei colori?

Mi chiedo, piuttosto, quando.

Quando mi spingerò oltre questo limite?

È successo una sera di Luglio, mentre leggevo un libro, che il dubbio si affacciasse, di punto in bianco, senza essere stato interpellato. Sembrava fosse disceso dal Noûs, quella Mente Collettiva di matrice greca, che permea tutti indistintamente, una consapevolezza universale, deposito di tutto il sapere.

Il riverbero limpido di tale voce, discesa da un posto che potrei definire irraggiungibile in condizioni stabili, poneva domande che fino ad allora erano rimaste in letargo, nella loro momentanea pace dei sensi.

Quindi le opzioni sono due: o ‘sto benedetto suono nella mia testa era un qualche riflesso venefico, frutto della mia gemella cattiva che gode nell’arrovellarmi le interiora, un po’ come la cara Rize col povero Ken, o devo farmi vedere da uno bravo.

Ah, no. Ci sto già andando da uno bravo.

Ma dicevo…

Il mare era leggermente increspato per il passaggio delle navi e un velo piacevole di silenzio accompagnava le ore calde del pomeriggio.

Niente fuori posto, un panorama ordinario, familiare.

Non so per quanto tempo sia rimasta lì seduta ad ammirare il profilo della città, ma sono sicura di aver tenuto il libro tra le mani, chiuso, e di non averlo mai più aperto in seguito.

Ho camminato con un punto interrogativo sopra la testa per mesi, a fasi alterne – tipo insegna al neon, ora accesa, ora spenta.

E sempre con lo stesso quesito a tartassarmi, ho vissuto una vita normale.

Alzati la mattina, mangia, studia, lavora, risolvi problemi di ordinaria amministrazione, spera di morire la notte. Insonnia.

I pensieri ciclici sono tipici delle persone spostate, dischi rotti che cercano di ripararsi in autonomia, senza peraltro ottenere risultati. Si inceppano sempre, a un certo punto, e a meno che non succeda un miracolo, un’esperienza grandiosa, smettono di propagare musica.

Nessuna transverberazione o epifania mi ha trafitto, ma sono stata fedele al roller coaster, trasportando sotto braccio il beneamato punto di domanda, che cominciava a crescere esponenzialmente e diventare pesante come una valigia da crociera.

Passa il tempo e il dubbio amletico si irrobustisce. Fa palestra due volte al giorno, sette giorni su sette, che Hulk Hogan ai tempi d’oro in confronto è una pippa colossale.

Ed ecco spuntare dalla schiena una fantastica kagune, protettiva, sì, ma dotata del tipico fascino esotico delle prigioni del Qatar, di sbarre e sangue e di “chissà che cazzo di fine ha fatto quello là“, perché si sa, in un posto del genere ci entri con le tue gambe ed esci con quelle di un altro, nella migliore delle ipotesi.

Il ponte delle incertezze è diventato una corda sottile sottile, e ora come faccio a camminarci sopra visto che indosso delle fighissime calze di nylon che non voglio si smaglino?

Ci vuole solo un po’ di coraggio per saltare.

O decidere di lasciare ad altri la scelta di recidere.

L’unica certezza è che il caffè lo voglio senza zucchero.

#69: da Van Gogh a Freddie Mercury

Chi ama il cinema, alzi la mano!

Quando da bambina i miei genitori mi portavano al cinema, ancora si fumava dentro. Le sale avevano uno strano odore di tessuto impolverato e tabacco stantio, che mi faceva girare la testa, inebriandomi. Le poltroncine erano enormi, ricordo persino i miei piedi dondolare sospesi tra sedile e pavimento cosparso di cenere. Quando il teatro era pieno, ci si poteva accomodare persino sulle scale. Forse le norme di sicurezza non erano così ferree come lo sono oggi, nonostante le bobine fossero altamente infiammabili e, in caso d’incendio, si sarebbe andati incontro ad un arrosto collettivo.

Non si andava al cinema tanto di frequente, ma quando lo si faceva, era una gran festa.

Questa grande passione non è andata affievolendosi col tempo: ho tentato di sfuggire alle fauci del velociraptor assieme ai protagonisti di Jurassic Park, amato Jack e mi sono fidata di lui, assaporando il vento dell’oceano spirato tra i capelli, pianto assieme a Samvise Gamgee dopo aver dichiarato una cieca fedeltà e amicizia a Padron Frodo, scorso le stringhe col giratempo di Ermione, calciato gli emissari di Serse al grido di “QUESTA È SPARTAH!” . Per tagliare corto, ho vissuto milioni di vite, imparato tante lezioni, arricchito le mie conoscenze, viaggiato stando seduta sul sedile di uno shuttle diretto verso la magia del Grande Schermo.

Negli ultimi tempi ho dedicato nuovamente dello spazio a questo grande amore, andando a vedere, in ordine, Van Gogh- sulle soglie dell’eternità, Bohemian Rhapsody ed infine Voglio mangiare il tuo pancreas.

Chi, come me, ha studiato al liceo conosce per filo e per segno la vita del nostro psicopatico Vincent (per i fedelissimi, Vinssss) e sebbene la critica abbia valutato negativamente il film nel suo complesso, a me tutti questi scossoni, queste inquadrature mosse e caracollanti non sono dispiaciute affatto. In fondo non sappiamo come gli occhi di una persona affetta da un grave scompenso psicologico vedano il mondo, perché non osare?

Bohemian Rhapsody è invece una piccola perla, un MUST. L’interpretazione magistrale di Rami Malek rende attendibile la trasposizione su pellicola dell’identità e del vissuto disordinato del caro Freddie, segnata non solo dallo sfrenato successo, dalla lussuria e dalla malattia, ma da una solitudine interiore che è propria degli incompresi. La parte musicale è curata e pulita, costellata di anedotti divertenti, piccole chicche che un profano non conosce, ma che ricorderà a vita. A quanto ho appreso, è persino uscita una versione “karaoke“… Chissà quanti spettatori avranno cantato per tutto il tempo (e anche dopo) “Love of my Life“!

Ma passiamo di gran premura all’ultimo che ho visto, ovvero Voglio mangiare il tuo pancreas; un anime, per ben dire, struggente, drammatico, ma nel contempo divertente e immensamente toccante. Parla della relazione affettiva tra due ragazzi appena diciassettenni: la protagonista condannata così giovane ad una malattia terribile, un cancro al pancreas, prende in simpatia un suo coetaneo piuttosto introverso e lo esorta a portare in superficie dei sentimenti umani e caldi, per molti di noi del tutto naturali, attraverso un sentiero lastricato di gesti, risate, chiacchiere leggere e nel contempo profonde. Da questa stessa intimità nasce una trama molto ben articolata, che delinea i caratteri e le attitudini dei due adolescenti, diametralmente opposti tra loro, ma simili in quanto esseri viventi, fatti di sangue ed emozioni, e pronti a legarsi, nonostante le avversità contingenti.

Che dire, ci sono poche cose che allietano le giornate di un individuo, il cinema è una di queste!

Un bacio, biscottini di zenzero 🖤

#68: Nulla da dire, molto da dire

Ed eccoci riuniti di fronte al gran finale di questi 365 giorni (meno uno).

La ragazza approssimativa ha stilato un approssimativo monito basandosi sull’oroscopo del 2019, del nostro Paoletto, salutando Saturno con una volata di mano, appostato sull’uscio della felicità come il nostro amatissimo Guerriero Nero, che falcia con ferocia pure la Speranza, e abbracciando una ventata di rinnovamento e fortuna (sono testimone del fatto che gli anelli saturnini l’abbiano finalmente abbandonata; ‘na volta tanto le robe sferiche ruotano come devono).

Di quest’anno ho apprezzato molto la varietà, un apprezzabile spettacolo circense, dodici mesi dal disturbo dissociativo di personalità conclamato, ma a ciò ho ampiamente dato spazio nelle precedenti puntate, quindi, passiamo oltre…

A differenza dei Natali passati, mi appropinquo verso il final countdown lasciandomi dietro le pietroline di Pollicino, ognuna recante una scritta, a caratteri iridescenti –così da poterla leggere quando avrò preso la desiderata distanza-, una saggia divinazione da lasciare esattamente lì dov’è, né più né meno.

Dove gli anni passati ho rincorso il proposito, il cambiamento, il miglioramento tassativo, sempre in coincidenza con questo periodo, che somiglia in qualche modo alla fine, ma altro non è che il continuo scivolare del tempo in base alla piega che vogliamo dargli o che discende per grazia ricevuta dall’arco celeste, oggi ho piantato un bel pilastro fatto di niente.

Ebbene sì, non ho alcun buon proposito.

Thank you, next!

Tra uno starnuto fragoroso e un mormorio intestinale, mi preparo per gustare il botto – che nel paesello industriale-della-terra-laggiù con tutta probabilità sarà una bomba o una riproduzione fedele di Beirut nel 1975– guardandomi in faccia con quella santa donna di mia madre.

Onorerò tutti i giorni che l’anno domini 2018 mi ha generosamente regalato e mi lascerò inglobare dal nascituro 2019, a cui dò l’unica scadenza papabile di Giugno per un attestato e un viaggio verso i girasoli di Amsterdam (sì, anche i tulipani, siamo tutti d’accordo!)

Le mie benedizioni sono state date a chi doveva riceverle, ne manca soltanto un’ultima a sigillare un altro piccolo cerchio semestrale e direi che la lista è già bell’è terminata.

🖤Cuori solitari e Netflix muniti, date un’occhiatina a questo:

E il 3 gennaio… Be’, tutti al cinema!

Buon anno, biscottini di zenzero✨

#67: I figli (degli altri)

Ero in macchina ieri, di ritorno dalla Capitale del Mediterraneo (credici), e pensavo a quanto è bello avere dei bimbi che scorrazzano per casa.

Tutta la loro esplosione di creatività, giochi, coccoline e risate è davvero coinvolgente – e funge da potentissimo antistress.

Peccato che poi crescendo, quegli stessi bambini, sfuggano a quel tratto geniale dell’allegra spensieratezza e convoglino inevitabilmente nel marasma caotico dell’adolescenza, né adulto, né più fanciullino.

Ma che dire? Questo è il prestabilito ciclo della vita, nasci, cresci e beli. Almeno per qualche anno, finché non ti si raddrizza il senno… Forse. Nel frattempo beeee, beeee. Al massimo bruchi, ma niente di più.

A quell’età, è una gran sfacchinata combattere contro quel pelo superfluo che si imboschisce nei punti più improbabili: c’è il baffo da sparviero, arricciato all’insù, quello dell’ascella, rorido di sudore alla cipolla appena tagliata, la foresta di querce che protegge l’ingresso del castello o della torre, il monociglio alare -due alzate e via, si plana- e tanti altri covoni disposti alla bell’e meglio, giusto per addobbare il corpicino in maturazione come un albero di Natale, ma senza luci – solo pustole bianche e rosse, tipo stelle di Hokuto.

I caratteri emergono dapprima, ma non ci si fa troppo caso, specie nell’isola-laggiù, dove gli adolescenti non sono ancora persone, ma enormi punti interrogativi vaganti, senza raziocinio riconosciuto.

Quindi cosa succede?

Questa fallita agnizione, per descrivere ‘sti giovani rampanti come trame di entusiasmanti libri, porta loro a formare un numeroso branco, una sola anima e una sola mente, per accrescere i punti deboli e tramutarli in una forza di coesione, spesso spietata e cieca.

Ecco quindi che i gruppi sono belli e pronti, appena sfornati, col loro inconfondibile odore di autoerotismo, fumetti e olio di capelli (non lavati).

C’è la compagine dei più forti, i figli degli altri, e quella dei più fragili, la prole che ti capita, nonostante nella vita – e parlo di te, caro genitore degli anni ottanta– l’unica persona che ti abbia rivolto un insulto frontale stia ancora cercando di riattaccarsi il pezzo di dente mancante, smarrito a suon di cazzotti duri nel lontano millenovecentonovantaquattro.

I figli degli altri, che sono i lupacchiotti ringhianti, solitamente sono protetti dalle bende poste sugli occhi dei genitori (“mio figlio non lo farebbe mai, è buono, caro e simpatico“, ma gira comunque con un serramanico in tasca); i figli che ti capitano, invece, sono stati raddrizzati a suon di legnate e no, ché l’educazione non è mica una partitella a Subbuteo, ma una guerra costante di mediazione.

Perché, no, il manuale di istruzioni non sbuca mica dopo l’ultima spinta in sala parto.

L’unica cosa che ti ritrovi tra le braccia è di fatto un fagotto moccioso, gelatinoso e peloso, che piange e non sa come comunicarti i propri disagi, desideri e bisogni.

Se sei fortunata, ti capita un compagno con il quale pagare lo scotto, se non lo sei, allora il manuale di istruzioni è un fai-da-te con le pagine bianche e l’ostetrica ammiccante in copertina che ti offre una penna e un calamaio.

I figli degli altri hanno una tremenda forza di volontà quando si tratta di denigrare il diverso, giocano la carta magica della costanza e ti prendono per sfinimento. Temperano minacce come fossero matite, passano il tempo tra una piazza e l’altra a vandalizzare la proprietà pubblica e ti sfrangiano le tube di Falloppio con canti Gregoriani, dal tramonto all’alba. Sono immuni alle forze dell’ordine e alle paternali genitoriali. Non hanno paura di nulla e di nessuno.

I figli che ti capitano sono lo scontato bersaglio. Hanno ricevuto il dono della bontà infusa, ti portano a chiederti se sia stato un errore allevarli con regole di civiltà, visto che ormai nella bolgia sociale si va avanti solo a forza di spintoni e sputi.

E va be’, speriamo che a furia di venire malmenati, prima o poi, costruiscano una bella corazza di indifferenza e comprendano che di buono, a questo mondo, c’è solo il pandoro.

#66: Karma

È da un po’ che mi sento un pesce fuor d’acqua. Un salmone, per essere precisi. Salto controcorrente – op, op, op.

È da un po’ che i pensieri sono diventati criceti sulla ruota. Corri, corri e sei sempre allo stesso punto.

È da un po’ che cerco di capire i cambiamenti delle persone che mi circondano. Ma lo spirito di A. Crowley non ha ancora fatto una capatina da queste parti, nonostante abbia intravisto un’ombra dal caschetto biondino aggirarsi attorno al palazzo – ma sono quasi certa non si trattasse di Azzurrina, che per inciso era pure albina.

È da un bel po’ che elaboro un complicato Piano B al giorno, poi non dormo, e la notte, a ragion veduta, non porta molti consigli. Il giardino di papaveri di Morfeo non asperge l’aria di sonnifero, quindi non ricevo molte dritte.

In sei mesi la mia autostima è paragonabile al simpatico volo del Boeing 777, schiantatosi ad cazzum in Ucraina.

In un anno sono riuscita a collezionare una serie di sventure che statisticamente dovrebbero dilazionarsi nel triplo del tempo che è occorso a me, ma va be’, l’Atlante fisico della norma mi è sconosciuto…

Infine, per darmi una bella stoccata decisiva, ho ben deciso di dedicare tutti i miei sensi a situazioni ambigue e ambivalenti.

Per chi sa contare, due più due fa sempre quattro. E nella fiala magica ho buttato una serie di dettagli quanto meno “particolari“, per poi giungere alla conclusione che nulla accade per caso. Nemmeno le reazioni chimiche umane.

Il caso, in effetti, non esiste. Non è un caso che ci si assenti per ore, non è un caso che in più occasioni le parole vengano contraddette dai fatti, non è un caso che da cento si passi a zero o che ci sia uno strano senso di palco che ti pesa sulla testa, come se avessi bevuto troppo Jägermeister.

A volte modifichiamo il nostro percorso per dar modo a principi più alti di divenire atti reali, ma se avessimo preso un abbaglio? Che io già sono orba, pensa te col flash puntato contro che minchia vedo. Niente. Solo istinto. E pure sbagliato.

Ma la mia tendenza è quella di giustificare e in fondo credere agli esseri umani, nutrire la speranza che non vogliano intenzionalmente approfittarsi della bontà altrui. Dell’ingenuità. Della buona fede.

Lo ammetto, non sono avvolta da una sacrale aura di santità, non mi hanno di fatto dedicato un chiostro presso il Santuario di Nostra Signora di Bonaria.

Nel 2018 ho bruciato tanta gente e creato dolore a qualcuno, qualcuno che non lo meritava affatto. Ho sottoscritto e strappato quel contratto impalpabile che avevo per il “nostro” futuro. E ne ho creato, di mia mano, un numero doppio, cadendo nel mio stesso tranello.

Quando tocca agli altri, però, fa soffrire di meno che quando lo provi per bene sulla tua pelle.

Ora è il mio turno, perché Iva nazionale gira la ruota. Ed ecco che la freccetta si ferma sul 10. Quindi, per tutta risposta, Ivona ti caccia la bottiglia di Jägermeister tra le mani, toh, figlia, almeno bevici su.
Così funziona il karma. Tutto torna, whether is good or bad.

“La gente è merda”, disse il saggio Gargamella.

È proprio così, probabilmente.

Sta di fatto che per un po’ vorrei solo smettere di rimbalzare dentro questo disordine globale, cessare di vedere i mutamenti intorno a me, trovarmi e abbracciarmi e amarmi come merito, coccole e grattini dietro le orecchie pelosette.

Sono fatta di carne e amore da insufflare nei polmoni aggratis.

Come pochi o forse come chiunque.

E comunque, un giorno col mio mantello da SuperOSS aiuterò le persone a ritrovare il sorriso. Più amore di così… 🖤

(Con tazza di caffè doppio annessa)

#65: Diario di un’OSS e la posta del cuore❤️

Il mio esame è stato un mix di risate e flagellazioni.

La parte dolce si è espressa con una valutazione in centesimi, la parte amara in una ramanzina pertinente al mio grado di valerli quei due zeri successivi all’uno.

Sta di fatto che non è male beccarsi un 100%, complice la Signora Donatella, donna plastica di una certa tempra, nonché onnipresente e silenziosa paziente lungodegente, che vive nel cuore pulsante dell’Istituto di Formazione (ovvero l’aula sanitaria dove si tengono gli esami).

Ebbene sì. Finalmente, dopo un anno tremendo posso sventolare per aria il mio attestato di qualifica e chiudere per sempre questo ennesimo capitolo formativo della mia vita. Ce l’ho fatta!

Ma mettiamo questa cosa on the side

Sembrerà totalmente assurdo, eppure proprio oggi, giornata nazionale delle discussioni inutili, ho ricevuto una missiva vergata di pugno da un’amica che non sentivo da quando Carlo Magno salì al trono il venticinque Dicembre del lontano 800 d.C., che chiedeva –proprio a me, dico– consigli sulla sua strana relazione amorosa.

Io, che sono la regina dei disastri di cuore (nel senso che non ne azzecco una nemmeno sotto tortura), ho ben deciso di rispondere a lei e a chi come lei sta camminando sul tappeto di carboni ardenti, con le scarpe di carta e un bel mantello lungo sino ai piedi, imbibito di benzina.

Quindi…

Carissima,

Quando perdi la testa per qualcuno, la lucidità va a farsi fottere, altrimenti tale iperbole dovrebbe essere modificata in “ho ritrovato il mio equilibrio mentale“… E invece, NO!

L’amore dovrebbe darti il senso di ebbrezza, la crepitante sensazione di non essere mai abbastanza sazia dell’altro, l’alito (speriamo profumato) di vita che alimenta vicendevolmente la fiamma del sentimento, lo scambio senza richiesta. Dare e ricevere, continuo, nelle grandi e piccole cose: insegnamenti, divertimento, serate senza ore e minuti, fatte di cibo, film, giochi, coperte, lenzuola e parole sussurrate a fior di labbra; notti di culla, a volte di veglia, altre di attesa. Sei dentro quella bolla di sapone protettiva dove entri in compagnia di chi ami e che solo chi è amato sa perfettamente riconoscere, curare e apprezzare. È il calore umano che si traduce in azioni, perché le parole, lo sai, sono solo consonanti e vocali che si accostano, spesso manchevoli di connotazione emotiva.

Sai, ci stanno bene anche le lacrime, i problemi, le salite; però se ami, lotti.

È così che funziona se vuoi ottenere qualcosa.

Ma se dici che il 90% del tempo lo trascorri a piangere, sentirti inappagata, metterti dubbi, rovinarti le giornate per una parola detta male, un gesto mancato, un’assenza, allora forse dovresti rimetterti in discussione: i rapporti non devono durare per sempre, né essere la caricatura di se stessi.

In ordine dici che:

A) Il 90% del tempo lo passa al telefono e quando per sbaglio glielo tocchi (il telefono, curiosona!) si innervosisce;

B) Sembra che voglia in qualche modo nascondere a qualcuno che il vostro legame esiste;

C) Si mette in contatto con te per necessità e non per piacere;

D) Non ti racconta mai nulla di sé, ma se tu lo fai sembra disinteressarsi dopo un minuto e mezzo di discussione;

allora credimi…

Cambia registro.

Ascoltati.

Ascolta quel fastidio che ti solletica le budella, stile tortura cinese, e tiralo fuori.

Poi, altra cosa importantissima: dici di non sentirti valorizzata da lui. Ti svelo che il valore intrinseco ed estrinseco di te stessa può esprimerlo una SOLA PERSONA. E quella sei tu.

Di donne nel mondo ce ne sono tante, tutte particolari, meravigliose a modo loro; vivono leggere, di frivolezze e di mondi di carta; hanno fidanzati, amanti, sono sposate, oppure solitarie. Tu non hai niente in meno di loro: sei bellissima, intelligente, battagliera, solare e non importa che l’età abbia modificato il tuo corpo o il tuo viso, solo uno stupido si fermerebbe al mero apparire.

E, dammi retta, a sbilanciare una certa bellezza del genere umano, esiste il peso letale della presenza di esseri stupidi, superficiali, che l’empatia non sanno manco dove dimori. E se li lasci agire, sono in grado di usare le tue debolezze per farne una loro forza, tenerti legata a loro con ricatti morali, dissestare le tue certezze e fare finta di nulla.

Carissima, la tua serenità inizia e finisce con te. Non hai bisogno di una comparsa per sentirti meno sola.

Ti auguro di ritrovare te stessa e lasciare l’effimero volo di una farfalla al suo destino. Lui troverà il suo fiore e tu sarai in grado di sbocciare, ancora una volta, più radiosa di prima.

#64: Una tipologia di uomo.

L’aria frizzantina di Natale sfrigola. L’odore della legna arsa, la cannella nel latte, i biscottini di zenzero, le serate in famiglia e le insegne colorate.

Ci sono libri accumulati ai piedi del letto, disegni strappati, matite variopinte.

Ancora uno schioppo e siamo a Dicembre.

In questa festosa atmosfera pre-invernale, mi sono recata presso l’accogliente dimora di una mia decennale amica e, tra un colpo di limetta e un biscotto al cioccolato, abbiamo identificato l’esemplare degli esemplari, il caso umano specifico e peculiare del nostro paesello baciato dai gas e dagli scarichi industriali.

Sto parlando del temutissimo animale da bar, da club e da chat, l’indomabile uomo-che-non-deve-chiedere-mai, ma che in realtà ha una predisposizione fisiologica per il tradimento seriale -quindi chiede, e pure insistentemente-: il mitico, indiscusso e imprendibile fill’e bagassa, traslato nella lingua del sì, il figlio di puttana.

Elenchiamo dunque i tratti salienti del soggetto preso in questione.

1) Aspetto fisico

È un bel tipo, attraente, modi gentili, faccia pulita, sguardo magnetico. Uno come tanti, diresti. Innocuo. Affidabile.

E invece no! Traaaaack

Ciò che contraddistingue su fill’e bagassa dall‘homo insipidus maior è il sorrisino da bastardello incallito e la facoltà di studiare l’ambiente di caccia (ovvero una locazione qualsiasi, a caso) in una sola scorsa fulminea.

Tranquille, materialmente è con voi, forse addirittura seduto al vostro fianco, ma in realtà le sue connessioni cerebro-falliche stanno sguazzando in altri fluidi organici piuttosto densi e profumati. Non vostri.

2) Metodo

Sì adopera per studiare frasi ad effetto scenico, ha una buona memoria e quando corteggia sembra volervi porre sul piedistallo più alto di questo universo. C’è da dire che la sua è una tecnica collaudata, provata, verificata e sottoscritta. Un vero e proprio metodo scientifico per la raccolta di consensi e fiducia, ma soprattutto di pertugi.

3) Comunicazione

Su fill’e bagassa è scaltro o almeno si illude di esserlo, usa tutto il corollario dei social per adescare belle donne, di tutte le età, corporatura e posizione… Emh… Sociale, in una rassegna ricreativa quotidiana.

Il suo telefono è una trincea intoccabile e se vi si avvicina, anche per errore, la mano, su fill’e bagassa si innervosisce. Le spicy-chat sono archiviate o inesistenti (aka, cancellazione immediata), le notifiche silenziate, i nomi salvati in rubrica falsificati. Accetta tutte le richieste di amicizia, tutte. Nessuna esclusa.

Sebbene possa essere sposato, fidanzato o abbia deciso di ficcarsi nella vita di un’altra persona dando inizio ad una relazione non meglio specificata, i suoi vari profili social sono pulitissimi.

No. Pics. Of. You. (Però gli elogi che ti fa in gran segreto sono incredibilmente convincenti)

Oppure -e questo è il fill’e bagassa premium– la sua bacheca FB è un susseguirsi di immagini che lo ritraggono con moglie e figli, con immancabile didascalia recante dichiarazioni di indissolubile amore, fedeltà, passione, sacralità della famiglia (but on the side, si mette in contatto con altri esseri umani chiedendo foto, video e lavori orali o manuali, o inviando materiale non richiesto di dimensioni discutibili – no, non sempre puó andarne fiero, ma lasciamo che s’illuda di poterlo fare).

4) Stile di vita

Su fill’e bagassa ha bisogno di vivere due vite parallele: in una la compagna sostituisce la madre, accetta supinamente i capricci, sgrava figli, prepara il pranzo, lavora, accudisce la famiglia; nell’altra vuole una porca con cui fare tutto quello che non fa con la fidanzata/moglie/pseudo-compagna.

5) Posologia

•Assumere su fill’e bagassa solo occasionalmente.

•In caso di presa di coscienza, allontanare il soggetto o accettarlo così com’è, tanto è un falsificatore compulsivo e non cambierà (anche quando ti promette di farlo o che con te sarà diverso)

• Le promesse fatte non verranno mantenute.

• Nuoce gravemente alla salute.

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