#63: C’era una volta un messaggio d’amore

La mattinata inizia presto. La sveglia, il tè, i biscotti, la sigaretta, i libri, qualche messaggio. Fuori fa freddo e dentro non cambia molto, perlomeno c’è il Sole. E nuvolette fumose che fluttuano placide e intoccabili.

Ci siamo quasi. È quasi finita l’agonia. Ho passato la notte a rigirarmi, dormendo a singhiozzo, chissà quante sparate avrò fatto, mi sono persino accorta di parlare. Ma per fortuna è già giorno, le ombre sono andate via e sembra tutto meno incomprensibile.

Mangio un dolce per stemperare l’amarezza. Ma quanto è godurioso il sapore dello zucchero quando l’umore è a un centimetro dal naso di Ade? Credo sia orgasmico quasi. Ti rianima, tipo negromante.

Allora mi decido e digito qualcosa sulla barra di ricerca: job, UK, care giver. Non trovo granché, ma penso bene di contattare il mio migliore amico. Passo mezz’oretta a scambiare messaggi con lui e la sua dolce metà.

Dopo ciò, raggiungo le mie compagne di sventure, a casa di una di loro.

Non presto attenzione al mondo etereo dell’internet, almeno per qualche ora. Ci sono troppi test da compilare, ricordare elementi assistenziali e procedure memorizzate in modo errato – teoria e pratica coincidono solo quando si parla di guanti, ma non quando si passano in rassegna le strutture dentro le quali utilizzarli-, poi le leggi (104-162-5-388… quaterna!), i cartelli blu, il triangolo del fuoco. Anche se, sì, preferirei ritrovarmi magicamente in quello delle Bermuda, sventolata da palme, allietata da mani che massaggiano i miei piedini, mentre sono intenta a sorseggiare, con una bella cannuccia, acqua di cocco direttamente dalla noce. E mettiamoci pure quei buoni 20 kg in meno, una quarta e un miliardo di euro in banca. Se dobbiamo sognare, che sia in grande!

Pranzo e mi metto a letto, quando compare una letterina sulla barra delle notifiche.

Apro e leggo:

Ti dò un bacio e una carezza, ti “sento” sempre, sei sempre con me. A dire la verità, sono parecchio giú per il lavoro che non si trova, per non averti piú vicino, parlare, affrontare le cose insieme. Mi fa male sentirti triste, ma son sicuro che dopo l’esame che farai a dicembre le cose cambieranno in meglio, e il 2019 sarà un bellissimo anno per te, me lo sento nel cuore. Ti penso tanto, in modo molto positivo, in modo da aiutare il tuo cuore, anche se non ci sono, ci sono sempre.

Quanto è bello ricevere amore in modo del tutto casuale e non richiesto?

E allo stesso tempo penso che non è facile sapere di non possedere armi o almeno una bacchetta magica che elargisca scintille di felicità a profusione, per chiunque la meriti.

Ti auguro di trovare il tuo angolo di paradiso, la gioia che hai perso, ma so riacciufferai per i capelli. Non essere triste, vivi un giorno per volta e lascia che tutto sia. In fondo non è da soli che costruiamo i nostri sogni?

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#62: Ho visto un bel cappello.

È grandiosa Cracovia sotto i raggi del Sole. Davvero bella e fredda. Ciascun angolo è imbevuto di cocente storia, un saggio pregno di scissione, umiliazione, squarciamento e ripresa, a più tappe, in diverse ere. È un mosaico composto da tasselli giustapposti dalle mani di sapienti architetti, un vero e proprio monile splendente.

Trotterellando per le vie della città ho visto milioni di negozi graziosi, tutti ben arredati, pieni di chincaglierie dai prezzi modici, poi, proprio giunta al termine della mia settimana di vacanza, ho visto un cappello.

Era grigio, in cima a una piccola pila di cappelli altrettanto ben curati. Mi sembrava un lobbia con le tese lievemente arricciate, una fascia scura che avvolgeva la cupola, un bel modello elegante.

Alla vista di quel copricapo, ho sentito il cuore sussultare, e mi ci sarei voluta fiondare sopra, per comprartelo. Ma non l’ho fatto, in primo luogo per non sembrare una pericolosissima malavitosa in cerca di copertura – perché si sa, uno che indossa un cappello, una maschera o un mantello, specialmente sul far della sera, cambia identità immantinente e non viene riconosciuto manco dalla mamma che l’ha generato-, e come secondo, ma non meno importante, fattore, non mi sono ancora allenata per partecipare a giochi senza frontiere, ma immagino mi potrebbe capitare la stessa sorte toccata al Galles (che non vinceva manco la medaglia di rame “amici di Claudio Lippi”).

Ma dicevo, il cappello, il negozio!
Una porta con luce di un metro e dinnanzi a essa un muro di gente. Immaginami sbracciare in mezzo alla folla, facendomi largo tipo buttafuori del JKO e smadonnando di fronte a qualsiasi ostacolo, piccolo o grande… No, no, no. Mi sarebbe caduta la tiara principesca infusami, con gran solerzia, alla nascita.

Era davvero bello, quel cappello, mi è rimasto proprio qui, dove non sale e non scende, un ascensore bloccato a metà tra gola e stomaco. Come quando apro l’armadio e di cappelli ne vedo ancora tanti, buttati alla rinfusa. E non trovo il coraggio per toccarli, spostarli o regalarli. Ogni cappello si lega a un evento, congela quell’attimo, un saluto tra le lacrime, un altro tra le risate, un Natale rovinato, un altro ben riuscito.

C’è da dire che di cappelli ne fanno tanti, ma di uomini come te pochi, pochissimi.

La prossima volta che vedrò un cappello e ti penserò, cucirò lui un ricordo di quella città e te lo regalerò, così condividerai con me un frammento di bellezza del mondo che gira e vive.

Anche senza comprarlo.

Anche se tu non sei più qui.

#61: Diario di una futura OSS (baci, abbracci e…)

Egolaaaah! (Come direbbe la cara zia Sandra nel vedermi arrivare)

Il tirocinio, ahinoi, è terminato, ma la verve è tale e quale, tranne che per la voglia inesistente di studiare, fare tesine e tanti altri piccoli funesti dettagli sorvolabili.

Devo confessare una cosa, non riesco proprio a tenermela per me. Capita anche ai migliori, anche a quelli più imperturbabili, fermi, industri.

Mi sono innamorata.

Innamorata!

Lui mi dà soddisfazioni, mi coccola, mi fa scoprire lati di me che non conoscevo affatto. Riempie le mie giornate di speranza e mi dà modo di creare un’infinità di progetti a lungo termine. Mi offre l’opportunità di stare a contatto con persone sconosciute e di mettere alla prova ogni connessione sinaptica e, oltre al mio nero cuore, risveglia con un coro celestiale tutti i miei assoni assopiti (schiacciano un pisolino, di quando in quando, neh). Mi migliora, mi fa sentire utile e mi mostra realtà che fino a poco fa non avevo mai preso seriamente in considerazione.

Completa la parte orfana che mi rende schiva e intimidita, facendola sgorgare in un fiume di chiacchierine ilari ed effimere, del tutto improvvisate. Una stand up comedy illogica.

Mi sono innamorata!

Da quanto non succedeva?

Il mio amore ha mille volti, tutti raggrinziti perlopiù, privi – o quasi- di senno e raziocinio. Sicuramente carenti in qualche cosa, paraplegici, emiplegici, con o senza arti!

Il mio amore parla attraverso molte bocche che mi attribuiscono nomi che non sono il mio (Marina, Stefania, Caterina, Francesca) e quando siamo in intimità (e devo cambiargli il panno senior) mi dice: brutta cogliona, come ti permetti a toccarmi la sgnagna/il pistolone? E se può aggiunge uno sganascione, giusto per gradire, perché si sa, l’amore non è bello se non è litigarello (?!).

Dunque mi sono innamorata di Gina e di Lidia, che hanno un Alzheimer galoppante, che manco Furia cavallo del west, di Yon e di Vins, giovanissimi e costretti alla sedia a rotelle, di Anna, delle sue manine delicate e immobili, di Maria, e guai a te se le dici che oggi si deve alzare, sai?

Il mio amore ha mille volti, dico, tutti con una storia molto bella e divertente, alcuni triste, incredibile, non molto diversa da quella di altri milioni di individui che vivono al di fuori del reparto blu o rosa.

Mi sono innamorata e sono felice di avere una missione. E spero che il mio amore duri per sempre, come nelle più belle fiabe.

#60: Lakshmi, l’innocenza perduta

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Lakshmi è un film biografico del 2014, scritto e diretto a Nagesh Kukunoor.

L’intento di questa pellicola è di traslatare sul grande schermo le aberranti azioni invisibili di esseri umani senza scrupoli, attraverso immagini forti, a volte spietate, ma necessarie al fine di far affiorare sulla superficie dell’Oceano dell’omertà una realtà che è dura a morire, ossia il traffico di bambine e giovani donne e la loro introduzione forzata nel mercato illegale della prostituzione.

E’ necessario comprendere che l’essere femminile e di conseguenza il suo ruolo sociale, specialmente in un contesto patriarcale e fallocrate come quello indiano, è sottostimato, marginale, di molto inferiore a quello elitario maschile e che sebbene le caste siano state abolite attorno agli anni Cinquanta del Novecento, la loro proiezione incide sul vissuto quotidiano comunitario.
La donna, riassumendo, è vista come una proprietà esclusiva dell’uomo: in tenera età del padre, del fratello, dello zio, poi, una volta raggiunta l’età della fertilità – sorvolando per un attimo l’annosa questione delle spose bambine – del marito, del cognato e del suocero.

N.b. i matrimoni sono spesso frutto di combinazioni tra famiglie, un modo “indolore” per sfuggire alla povertà estrema e per liberare i genitori delle ragazze dall’onere di sostentarle economicamente.

 

In India la povertà è una piaga innegabile e negli agglomerati rurali la miseria è tangibile: è già tanto avere un tappetino di canne sul quale dormire, figuriamoci avere un tetto che ripari da vento, pioggia e sole. Molte famiglie vivono la loro esistenza all’aria aperta, senza sapere se per pranzo ci sarà un pugno di riso a sfamarli o un velo a coprire le membra.

E’ proprio in questo scorcio bucolico che prende vita la storia di Lakshmi, un’adolescente senza identità, la cui unica colpa è quella di essere nata povera e di non godere di tutela alcuna, né da parte della famiglia, né da parte delle autorità.
Dopo un viaggio su un mezzo fatiscente in compagnia di altre ragazze, Lakshmi approda in un brothel, dal quale tenterà ripetutamente la fuga, appellandosi persino alla polizia locale, che, per tutta risposta, la riporterà dritta nell’inferno dal quale cerca di scappare.
Per una serie di eventi fortuiti, la giovane si ritroverà a fronteggiare i suoi oppressori in un’aula di tribunale, vincendo la causa e creando un importante precedente giuridico che dona speranza a tutte le vittime innocenti della tratta umana e del connesso traffico sessuale.

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Il film si divide in due parti, una più romanzata, dove gli atti carnali non vengono mostrati in modo sfacciato, l’altra caratterizzata da tinte meno rosee, con scene cruente ed esplicite che raggiungono rapidamente lo spettatore e hanno l’effetto sgradevole di una doccia fredda.

La protagonista non manca di carisma, nonostante la giovane età, e rappresenta l’esatta purezza dei suoi anni, tra sorrisi e tenerezza, opposti in modo brutale alle spregevoli umiliazioni che la mettono in ginocchio, non penetrando tuttavia la vigorosa determinazione, ma temprando, di volta in volta, il suo ammirabile spirito guerriero.

Perché guardare Lakshmi?
Quando si parla di femminismo, si fa spesso riferimento a quella cerchia di donne chiuse nel loro guscio, probabilmente lesbiche, come se l’orientamento sessuale facesse in qualche modo la differenza, fallofobiche, impregnate di pregiudizi e incapaci di proteggere altri esseri come loro, se non a determinate condizioni.
In realtà questo movimento culturale e intellettuale si pone l’obiettivo di garantire la parità dei diritti per TUTTI GLI ESSERI VIVENTI, prescindendo l’età, il genere, l’etnia, la posizione lavorativa e l’estrazione sociale.
Nel 2018 si rende ancora NECESSARIO parlare di disparità tra sessi, di lotta agli abusi e all’indifferenza di contorno, di coesione collettiva e “Lakshmi” lo fa, a modo suo, mettendoci di fronte alle brutture del Mondo nel quale viviamo. Pensiamo che l’India sia tanto lontana da noi, perché i suoi modelli ci sembrano arcaici e caduti in disuso.

Siamo davvero sicuri che sia così?

#59: Di lagne e miagolii

Si sa che sono un gatto nero, lunatico, frettoloso, pieno di sogni nel cassetto e di cassetti chiusi dentro un armadio quattro stagioni; che ho mille difetti, che viaggio alla velocità della luce, con la testa e con le emozioni, che troppo spesso voglio ottenere a tutti i costi qualcosa di inafferrabile e che quando finalmente arrivo alla meta, non sono soddisfatta, perdo interesse, mi metto alla ricerca di una scossa ancora più forte di quella precedente.

Non ho più voglia di giustificarmi, di inseguire gli aquiloni, di ricamare splendidi arazzi per compiacere chi mi sta intorno. Aka, faccio quello che mi pare, anche se questo costa la sofferenza di qualcuno e quando sarò io a dovermi leccare di gran premura le ferite, piangerò e mi dispererò, ma dopotutto mi rialzerò sulle mie gambe, le stesse che mi fanno male, cullate da una costellazione di ernie che manco Matusalemme coi suoi 969 anni di marcia su questa terra.

E sì, questo mondo mi è sempre andato stretto; stretta l’attesa, i confini, i rapporti d’amicizia, le relazioni, i conflitti, i confronti, le associazioni, gli amici di amici, le critiche furtive fatte all’angolo della strada, la pochezza, la leggerezza, i compromessi, la sanità che non funziona e il governo ladro. E i marò (?)

Non ho più la pretesa di comprendere le persone, di cercare di venire incontro a chi erige muri, chi non è chiaro con se stesso e poi con me, perché già ho problemi a decifrare i vaneggiamenti del mio animo, figurarsi se ho tempo di invischiarmi in altri, ancora più inconsistenti e imprevedibili.

Sono stanca di chi ti dà la mano, ma solo allo scopo di ottenere carne; che poi di questa carne felina, esattamente, cosa ve ne fate? Ci giocate un po’ e poi, piazzata la bandiera, slidate al prossimo gatto? Ci sta, ma fatelo, vi consiglio, con un po’ di stile.

E mi dispiace se sono troppo diretta e se quel che dico fa storcere il naso, ma in fondo nemmeno di questo mi interessa granché, ho sempre preferito la qualità alla quantità – e l’intelligenza alla miseria intellettuale-, oltre a non riuscire, manco per errore a inserirmi nei gruppi. Ma sono figlia unica, quindi la solitudine è una mia grande alleata, anche se spesso tende a darmi ragione quando servirebbe un secondo parere…

Mi piace ancora leggere, anche se lo faccio a fatica, godere del calore delle coperte d’inverno, del fresco all’ombra di un albero in estate, camminare a piedi scalzi sulla sabbia, ammazzarmi di tramonti, perché sì, sono romantica, ma non sono le solite cinque lettere dell’amore a darmi pace.

Preferisco un giudizio diretto e schietto, al vociare da retrobottega, anche se è difficile che un legame duri per sempre, anche se al cento per cento sincero, perché di eterno c’è solo ciò che ci aspetta in seguito all’autostop con Caronte.

E i complimenti, be’, piacciono a tutti i gatti, specie se costruttivi e possibilmente avulsi dal concetto di bellezza in sé e per sé.

Quindi… Quindi niente, solo una lagna di un felino che passeggia verso la sua notte. Alla ricerca della prossima mano a cui fare le fusa.

#58:

Da quasi due mesi non vado in terapia.

Non riesco ad elaborare i miei sentimenti lucidamente, in una sequela di domande che finiscono dritte in un pozzo senza fondo e dentro cui non si specchia la luna.

La tenebra si sta espandendo e il senso di annientamento galoppa senza sosta.

Ci siamo. Di nuovo.

I cavilli, le questioni irrisolte, il nodo alla gola, l’incapacità di nutrirmi della bellezza, la solitudine che batte sulle tempie, il tunnel interminabile che attraverso con la paura angosciante di non vederne mai la fine.

E sto male. Di nuovo.

È iniziato tutto in sordina, una piccola filatura nel vetro, invisibile quasi, dico davvero. Ogni volta che ci passavo il dito sopra, mi sembrava un pochino più profonda e frastagliata, allungata verso l’esterno, ma l’ho ignorata, continuando a vivere la mia “vita”, giustificando l’amarezza, la tristezza e la sofferenza perenne con la perdita di papà.

Ho frequentato persone, dopo mesi di solitudine, perché avevo bisogno di soddisfare i miei impulsi. Mi sono concessa e data in pasto per attenuare il tumulto, la disperazione che mi flagella. Ho fatto del male, anche quando non volevo e ora ne sto facendo a me stessa, coltivando piccole piantine relazionali destinate a morire.

Non sono serena. E per cercare equilibrio ho succhiato parole e respiri dalle bocche degli altri, volontariamente, forse, o solo nel triviale tentativo di stabilizzarmi, cosa peraltro affatto riuscita.

Cosa mi rimane è il vuoto cosmico leopardiano, che mi divora, mi fa a brandelli. Mi sfianca.

Ho introdotto persone tra le mie gambe e le ho nascoste dietro i veli impalpabili della mia anima, ma ne ho ricavato solo altro dolore, cieco e sordo.

A poco a poco sto smettendo di comunicare, calando il bel sipario porpora e limitando gli altri al di là di esso. Non c’è più nulla da guardare. Mi sento arida come il deserto ed è meglio che i miei granelli stiano lì, immobili.

Sono incapace di amare e di farmi amare.

Ho solo una notte sterminata dentro.

#57: La morte non è niente (quasi novanta giorni senza te)

La morte non è niente. Sono solamente passato dall’altra parte: è come fossi nascosto nella stanza accanto. Io sono sempre io e tu sei sempre tu.
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Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora. Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste.

Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme. Prega, sorridi, pensami!

Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza. La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza.

Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Rassicurati, va tutto bene. Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata.
Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami: il tuo sorriso è la mia pace.
H. S. Holland

Nessuno prenderà mai il tuo posto nel mio cuore. Non so nemmeno più come chiamare il vuoto che hai lasciato in me. Non mi capacito ancora della tua non-presenza. Come posso chiamarla assenza, se tra i pensieri e i gesti ci sei sempre tu?

È vero che quando qualcuno viene a mancare ti rendi conto davvero di quanto grande fosse l’amore, l’affetto, la stima, di quanto inestinguibile fosse il legame che stringeva, forte come la catena che sostiene saldamente l’ancora. Ognuno di quegli anelli di metallo è un insegnamento, un ricordo, una debolezza (tua o mia, indistintamente).

Non c’è sentimentalismo in tutto ciò, non quanto ne avresti messo tu. Sei l’unico uomo che ho amato e odiato dal profondo del mio animo. Sono talmente impregnata del dolore, imbevuta di tristezza e sperduta, senza bussola, che non riesco a capire più dove sia il mio bene o il mio male.

Avevo ancora bisogno di te, come la bambina egoista che sono. Avevo ancora bisogno di te, e non ci sei più…

Mi mancherai per sempre.

Sono quasi novanta giorni e l’alba precedente è meno dolorosa di quella successiva.

A volte nemmeno mi importa più dell’alternarsi di Sole e Luna.

La casa è vuota. Il cuore pure.

#56: Il Diario di una futura OSS (di parole d’incoraggiamento e altre amenità)

Avevo scritto un pezzo lunghissimo, ma il demonio ha deciso di cancellarlo senza darmi preavviso, per cui mi devo ingegnare a digitarlo per la seconda volta, stravolgendolo del tutto.

Partiamo dalla descrizione dell’uomo avvolto dalle tenebre, 35enne di un paese limitrofo al mio, cominciando dal suo aspetto fisico: alto come me, quindi basso 160 cm, più o meno, capello biondo sistemato alla Wolverine, occhio scuro, faccina dolce, simpatica, un po’ da roditore. Caratterialmente è uno scrigno chiuso ad una mandata, ha picchi di acume cinico proprio di chi è stato perculato tutta una vita e quando sorride lascia trasparire quella dolcezza nostalgica, il bisogno del ritrovarsi con persone simili. Ce ne fossero… È mio collega di tirocinio e siamo capitati nello stesso inferno disorganizzato e improbabile che è il nuovo reparto di assegnazione.

Mi segue in scia, passando per l’ascensore della biancheria sporca, e impara le nuove regole per diventare un fantasma dentro il grande stabile ospedaliero.

Ho girato per ore tutti i corridoi, al fine di trovare buchi dove potermi infilare e sfuggire rapidamente all’afa insopportabile che ti imperla l’ascella, facendola commuovere.

Tolte queste innocenti nefandezze, lui ed io potremmo diventare un’ottima squadra, anche per quanto riguarda il lavoro manuale. Di fronte ai pazienti, infatti, l’uomo delle tenebre diventa un pezzo di cuore molle ed è grazie a questa sua qualità, a questa sua mutevole sensibilità, che pazienti e parenti si prodigano in complimenti e parole incoraggianti. “Ce ne fossero di più persone come voi!“, “Siete angeli; io sono vecchia e non riesco a farlo da sola. Che Dio vi benedica” (su quest’ultima battuta ho sentito delle lingue roventi fiammeggiare sotto i piedi, ma va be’…), “Speriamo che vi assumano presto” (eh!!!)…

Non ho altro nella vita, oltre la PPB, che mi renda tanto felice, quanto il tirocinio. Esco dalle porte scorrevoli e sento di aver fatto la differenza per qualcuno e vicendevolmente questo qualcuno ha colorato la mia giornata, insegnato qualcosa e forse reso una persona migliore.

#55: Isolamento

Luna crescente. Finalmente tra le coltri leggere del mio letto; cerco di dormire ed ho ancora gli occhi sbarrati come un rapace – una stria, per l’esattezza.

Erano almeno dieci anni che non vedevo le lucciole – quelle vere – svolazzare oltre il canneto. Il Golfo è uno spettacolo di notte, una distesa inquieta di mare e luci elettriche, in contrasto col degrado netto di questi palazzi.

Rimugino sullo scivolare dei giorni, l’andamento fluido ed incessante scandito dal ticchettio ritmico delle lancette dell’orologio che ho al polso.

La mia stanza è stata coperta dal lenzuolo della notte, non altrettanto i miei sfavillanti pensieri, simili ad una old sparky che fa schizzare scintille quando le si trasmette la scarica elettrica fatale.

Forse il mio cervello sta friggendo sotto il caschetto imbevuto d’acqua: lo sento ribollire, a momenti alterni.

È un continuo dondolare tra i riflessi mentali, ora lucidi, ora appannati, una camminata a zig-zag nella terra di nessuno, mentre la cerca dell’uscita da questo bunker antiatomico è diventata quasi accecante, tanta è la furia di tirare il fiato e vedere un raggio di Sole.

Quando subisci un lutto così profondo, le persone attorno sembrano non capire per nulla quale lacerazione ti affligga. Sei un appestato, ai loro occhi, una persona di poco valore. Ti giudicano per gli abiti, per il sorriso divertito, per la chiacchiera facile, gli abbracci ad un amico. Poco conta che tu sia morto dentro, che la piega ridente delle labbra sia solo un modo per schermare lo strazio, confinare e arginare l’onda nera che straripa oltre la diga del tuo cuore. Conta solo l’apparenza; essere invincibili, forti – una forza in realtà flebile ed incerta, che fatica a sorreggersi, il buffetto incoraggiante che spinge il bambino a compiere un altro passo.

Hai visto? Sembra che tutto sia superato. Guarda come si diverte… Ah, esce con troppe persone. Da sola così, con quello che le è successo…

Cosa dovrei fare? Seppellirmi viva e morire anche io? Dimostrare, a chi poi, tutto il baratro irreparabile che mi assorbe senza concedermi un armistizio?

Non mi sono mai integrata nei gruppi, il mio talento è profondere antipatia, quando va bene, oppure indifferenza, quando va meglio. Ma mi rendo conto che il problema sia mio, in quanto “travisabile”, spesso invisibile o emersa solo in parte, simile ad un’isola i cui tunnel sotterranei sono labirintici e sconnessi.

Il 99% delle parole che dico rappresentano appena l’1% di quanto in realtà penso. Non mi capisco e forse non capisco nemmeno gli esseri umani che mi fanno da specchio.

È tutto un tumulto di diverbi, alterchi, conati di vomito, insulti, velati o manifesti, additamenti, incomprensioni. Non sono fatta per le relazioni umane, ‘ché già da principio portano con sé lo stigma avvilente del fallimento.

Difenditi da sola. E lo sto facendo papà, ma contro chi devo combattere, se il mio peggior nemico sono io stessa?

Emano vibrazioni inintellegibili.

Tutto quel che ne deriva è un voluto isolamento.

Silenzio, solitudine e raccoglimento.

Il mondo rallenta, così fa il respiro, la pompa di arterie e vene, il fervore del pensiero.

È così bella la notte, starei per sempre a contemplarla.