#67: I figli (degli altri)

Ero in macchina ieri, di ritorno dalla Capitale del Mediterraneo (credici), e pensavo a quanto è bello avere dei bimbi che scorrazzano per casa.

Tutta la loro esplosione di creatività, giochi, coccoline e risate è davvero coinvolgente – e funge da potentissimo antistress.

Peccato che poi crescendo, quegli stessi bambini, sfuggano a quel tratto geniale dell’allegra spensieratezza e convoglino inevitabilmente nel marasma caotico dell’adolescenza, né adulto, né più fanciullino.

Ma che dire? Questo è il prestabilito ciclo della vita, nasci, cresci e beli. Almeno per qualche anno, finché non ti si raddrizza il senno… Forse. Nel frattempo beeee, beeee. Al massimo bruchi, ma niente di più.

A quell’età, è una gran sfacchinata combattere contro quel pelo superfluo che si imboschisce nei punti più improbabili: c’è il baffo da sparviero, arricciato all’insù, quello dell’ascella, rorido di sudore alla cipolla appena tagliata, la foresta di querce che protegge l’ingresso del castello o della torre, il monociglio alare -due alzate e via, si plana- e tanti altri covoni disposti alla bell’e meglio, giusto per addobbare il corpicino in maturazione come un albero di Natale, ma senza luci – solo pustole bianche e rosse, tipo stelle di Hokuto.

I caratteri emergono dapprima, ma non ci si fa troppo caso, specie nell’isola-laggiù, dove gli adolescenti non sono ancora persone, ma enormi punti interrogativi vaganti, senza raziocinio riconosciuto.

Quindi cosa succede?

Questa fallita agnizione, per descrivere ‘sti giovani rampanti come trame di entusiasmanti libri, porta loro a formare un numeroso branco, una sola anima e una sola mente, per accrescere i punti deboli e tramutarli in una forza di coesione, spesso spietata e cieca.

Ecco quindi che i gruppi sono belli e pronti, appena sfornati, col loro inconfondibile odore di autoerotismo, fumetti e olio di capelli (non lavati).

C’è la compagine dei più forti, i figli degli altri, e quella dei più fragili, la prole che ti capita, nonostante nella vita – e parlo di te, caro genitore degli anni ottanta– l’unica persona che ti abbia rivolto un insulto frontale stia ancora cercando di riattaccarsi il pezzo di dente mancante, smarrito a suon di cazzotti duri nel lontano millenovecentonovantaquattro.

I figli degli altri, che sono i lupacchiotti ringhianti, solitamente sono protetti dalle bende poste sugli occhi dei genitori (“mio figlio non lo farebbe mai, è buono, caro e simpatico“, ma gira comunque con un serramanico in tasca); i figli che ti capitano, invece, sono stati raddrizzati a suon di legnate e no, ché l’educazione non è mica una partitella a Subbuteo, ma una guerra costante di mediazione.

Perché, no, il manuale di istruzioni non sbuca mica dopo l’ultima spinta in sala parto.

L’unica cosa che ti ritrovi tra le braccia è di fatto un fagotto moccioso, gelatinoso e peloso, che piange e non sa come comunicarti i propri disagi, desideri e bisogni.

Se sei fortunata, ti capita un compagno con il quale pagare lo scotto, se non lo sei, allora il manuale di istruzioni è un fai-da-te con le pagine bianche e l’ostetrica ammiccante in copertina che ti offre una penna e un calamaio.

I figli degli altri hanno una tremenda forza di volontà quando si tratta di denigrare il diverso, giocano la carta magica della costanza e ti prendono per sfinimento. Temperano minacce come fossero matite, passano il tempo tra una piazza e l’altra a vandalizzare la proprietà pubblica e ti sfrangiano le tube di Falloppio con canti Gregoriani, dal tramonto all’alba. Sono immuni alle forze dell’ordine e alle paternali genitoriali. Non hanno paura di nulla e di nessuno.

I figli che ti capitano sono lo scontato bersaglio. Hanno ricevuto il dono della bontà infusa, ti portano a chiederti se sia stato un errore allevarli con regole di civiltà, visto che ormai nella bolgia sociale si va avanti solo a forza di spintoni e sputi.

E va be’, speriamo che a furia di venire malmenati, prima o poi, costruiscano una bella corazza di indifferenza e comprendano che di buono, a questo mondo, c’è solo il pandoro.

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