#72: La luce delle stelle

Nelle ultime settimane, grazie a una serie di movimenti astrali piuttosto suggestivi, ho passato una buona parte del mio tempo col naso per aria a fissare le stelle.

Nonostante ciò, nemmeno una stella cadente, qualche pezzo solitario di roccia aliena e luminescente a cui affidare il più blando dei miei desideri: vincere quei 209 e rotti milioni di euro per poter cambiare vita – e probabilmente connotati. Un sogno da nulla, appunto, che in nulla si è risolto, dato e considerato che Lodi è ben lontana dall’isola-dei-puffi-laggiù e che la Fortuna, pure senza bende, non sarebbe riuscita a mirarmi nemmeno se fossi stata attaccata ad un pannello per le esercitazioni con l’arco, fungendo da bersaglio umano.

Ma che ci vogliamo fare, c’est la vie.

Sta di fatto che il mio anelito di ricchezza deriva da uno spropositato bisogno di libertà. Sembra un controsenso, perché nell’immaginario collettivo il vil denaro non è altro che un valletto corrotto di Satana in terra che ti rende schiavo e accecato e io, da buona combattente, posso in un certo senso aderire a questo filone di pensiero, ma a ben pensarci non è proprio la grana a concederci la possibilità di gestire il nostro tempo come bramiamo?

A me una vita fatta di aerei, musica in cuffia, visite guidate nei posti più antichi e misteriosi, musei e skyline nuovi ogni settimana non seccherebbe affatto.

La PPB sarebbe sistemata a vita e oltre, vivrebbe nel posto in cui, in realtà, sente di appartenere peddavero e realizzerebbe i suoi progetti, coinvolgendo chissà quanti esseri umani meravigliosi almeno la metà di quanto lo è lei.

Ma che ci vogliamo fare, c’est la vie.

Ci tocca alzarci alle 4.30 AM, col gallo che canta e rimboccarci la divisa.

Ah no, almeno quella ha le maniche corte.

E si rompe ogni tre giorni. Per usura. Causata dai pazienti🖤

Tornando alle stelle…

Volevo scrivere una lettera a una persona, tempo fa, ma non ho mai trovato le parole adatte, anche quando ho avuto tempo a sufficienza per poterle ricercare.

Penso di averne acchiappate alcune, tra una passeggiata al chiar di luna e un inciampare su una radice che, al buio, non avevo proprio notato, in quel selciato scosceso e tenebroso.

Comincia così:

Senti, non so nemmeno come siamo arrivati a questo punto, da dove sia partita la corrispondenza di sensi – mettiamo in dubbio un attimo che siano amorosi o semplicemente lasciamo questo concetto in sospeso per una decina di minuti almeno, come quando la torta è cotta e devi comunque lasciare lo sportello del forno semi-aperto per un tot di tempo almeno, altrimenti ti si ammoscia il centro-.

Non so se siano state le chiacchiere, le note, guardare oltre la siepe e scorgere l’infinito di Leopardi, non so neppure se, a furia di non toccarci, sia cresciuto da qualche parte il desiderio di farlo, accompagnato dalla paura cieca di ardere come teste di c… Erini, cerini, sì. O ancora se sia stato l’insieme casuale di tutti i fattori elencati e una miriade di altre frasi non dette, spezzate, perse nel flusso dialogico interiore, a renderci così vicini e nel contempo così lontani.

E di perdere la bussola, il senso del tempo, delle ragioni di tipo etico e sociale, di darle in pasto al fuoco, senza mai muoverci dal punto in cui sostavamo, che è lo stesso nel quale ci troviamo oggi.

Come chiamarti? Amico? Riduttivo. Sei tanto e più di qualsiasi categorizzazione il pensiero e gli schemi linguistici possano descrivere.

Ma forse null’altro più di questo, ed è qui che dovresti chiarirmi cosa sono io per te.

E me li immagino i tuoi occhi, fondi come l’oceano, dove la luce delle stelle riverbera, senza per altro illuminare l’eterna indecisione, a guardarmi come se attorno non vi fosse altro che uno spazio nero e incontenibile. Mi sarò chiesta un milione di volte che forma possano assumere nella tua mente quelle riflessioni così complicate da esprimere, da incantare col suono (la musica!) della tua voce, calda e profonda come la superficie di un lago, sebbene una varietà di lemmi potrebbe farle spuntare dal terreno fertile del tuo animo, piccoli germoglietti di tue verità che decorano filari ancora spogli.

Sei così delicato che ho paura di corromperti.

Perché sai, anzi non lo sai, che a volte mi faccio paura da sola e che non tengo troppo conto del contesto, se c’è da agire. Che parto alla cieca. E che con te ho sempre evitato, perché ci saremmo scaraventati su un muro, testa e cuore. E non abbiamo forse più voglia di piangere e di far male a chi ci ama, solo per un mero egoismo di fondo.

Eppure la paura e un sano egoismo continuano a tenerci in vita, ma teniamo la fiamma bassa, al minimo, perché lasciandola divampare, si tramuterebbe in un flashover nel giro di un paio di istanti.

Istanti, penso, in cui tutto diverrebbe niente.

A fluttuare senza tempo.

A cercarci ancora.

Ancora.

E di nuovo.

Per poi tornare alle nostre divise, tu la tua e io la mia, persi nella nostra solitudine, a dubitare anche delle certezze, divenute negli anni roccaforti alle quali aggrapparsi con disperazione per non ardere vivi.

E lo capisco che un lancio senza paracadute ti ammazza. Per questo non ti biasimo.

Ma che ci vogliamo fare, c’est la vie.

Il finale è un libro aperto, mi dai una mano tu a terminare?

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