#25: “Beata te” a chi?!

Oggi ho esagerato col caffè. Va be’ che è lungo, va be’ che non è fatto con la moka e nemmeno è un espresso del bar, va be’ che non ha zucchero ma, accidenti a me, tre tazze da colazione quasi colme sono DAVVERO troppe.
Va be’,  ormai è andata ed è inutile versare lacrime amare sul coccodrillo. Versare il latte sulle lacrime di coccodrillo.  Piangere sul caffellatte. Caffellatex (mi vengono in mente cose idicibili!).
** 1 – 2 – 3 prova, prova, sah, sah ***
L’ultimo neurone ha detto ciao. È educato, “mica come questi ragazzi di oggi… Quando ero giovane io…

Comunque, so bene che tutti avete perfettamente capito cosa intendevo:

È inutile piangere sul caffè bevuto.

Tanto ormai è andato, anche quello. Più o meno come il mio amico neurone in cerca di compagnia. Non voglio deluderlo, però, dicendogli che una volta morti i neuroni non resuscitano più. Forse ne nascono di nuovi, ma non sono un medico e, ad ogni modo, non sono qui per parlarvi di Nancy (il mio neurone biondo che controbilancia la mia parte cupa).

Sto fondendo. Lavoro così tanto che il mio cervello ha deciso di prendersi una vacanza autonomamente. Quando l’ho visto andar via con la corda spinale avvolta attorno alla valigia e l’ombrellone piantato nel ventricolo destro, non ho avuto bisogno di ricevere altre spiegazioni.
Però non mi lamento e penso a quanti non hanno nulla, nemmeno un tetto sulla testa o un affetto relativamente vicino.
Rifletto sul fatto che in pochi anni ho realizzato molti dei miei obiettivi e, lo dico, tenetevi, sono abbastanza soddisfatta del mio operato. Mi sento sufficientemente fiera di me stessa, ma ancora non abbastanza.

Ce la metto tutta, impiego tempo, voglia, denaro ed energia per ottenere il massimo. Questo “massimo” costa caro, non è gratuito ed è una salita nemmeno troppo agevole sulla quale inerpicarsi. Ma questa è la via e, armata di tutto punto, decido di affrontarla e rischiare.
Ogni buon obiettivo cela una dose di rischio, questo è quanto devo pagare e sono pronta a farlo.
E se va male?  E se va male, allora si ricomincia da qualche parte, con un bagaglio nuovo, un po’ più pesante e sicuramente colmo di nuove cose: panorami, orizzonti, idee, volti, storie, parole, culture, gesti e chissà cos’altro.

Ogni giorno diventa una pagina bianca sulla quale sono IO a decidere cosa scrivervi sopra, nero su bianco, evidenziando le parti che ritengo più ricche ed utili, scartando quelle che non mi fanno crescere o che non incrementano le mie conoscenze, la mia curiosità, la criticità che ho verso il mondo e quella verso me stessa. Forse queste ultime in ordine inverso.

Quando raggiungi uno dei tuoi “goal” (al singolare, altrimenti i grammar-nazi mi puniscono nel nome della Luna – ma in questo post di errori ce ne sono a iosa), senti tutto l’Universo congiungersi e sorriderti con un certo compiacimento, quasi strizzandoti l’occhio. Un’ondata di positività ti stravolge la mente. “Ah, il potere della vittoria!”
Poi…
Arriva.

È un tuo amico/una tua amica. O almeno tu lo definiresti tale. Ci credi davvero.
Ti stringe la mano, ti fa i complimenti di rito, si congratula emulando la serietà di un avvocato nel momento in cui presenta al cliente la (salatissima) parcella e, aprendo per bene le labbra in modo che le sillabe vengano scandite con efficienza, ti dice:

BEATA TE“.

In quel momento il buio obnubila ogni mio pensiero.
L’unica cosa lucida che la mia mente sgrava è uno scenario apocalittico in cui Bafometto ed i suoi fidi amici vomitano lava, lapilli, peste e colera sulla terra sconquassata da tremori, maree, crepe e *aggiungi qualcosa di terribile ed agghiacciante per me, grazie*.

Beata? DICO IO?
Ma con tutte le parole che esistono nel fantastico vocabolario italiano, vai a scegliere la più sfigata? La più attribuibile ad una divinità che ad un essere umano in carne ed ossa?!
MI STAI FORSE DICENDO CHE I MIEI SUCCESSI HANNO DEL MAGICO? Che non ho lavorato per meritarmeli?! O che sono unta dal Signore? E quindi i miei successi NON li ho costruiti, ma sono frutto del tuo dio?

Se avessi vinto un triliardoditrilioni, allora forse potrei sentirmi dire “Beata te”, ma con tutte le ore, i nervi, lo studio, lo stress e mille problemi di contorno costatimi per ottenere una briciola di quello che in realtà è il mio sogno, sentirmi appellare in quel modo così restrittivo e banale, che per nulla al mondo mi rispecchia, è uno schiaffo alla mia persona.

E va be‘, vorrà dire che sono una di quelle beate pronte a sobbarcarsi kg di…

Cacca_e_carta_igienica_in_love

Camomillina, ora?

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2 thoughts on “#25: “Beata te” a chi?!

  1. Sono capitata qui per caso, attraverso uno dei blog che seguo, e ci ho trovato questo post. Giusto venerdì sera s’è discusso di bilanci di vita con due amiche, e da parte di quella che oggi si fa tre lavori per non arrivare neanche a uno stipendio intero, sono arrivate le due fatidiche paroline.. perché io invece lavoro ininterrottamente da 24 anni nello stesso posto, con uno stipendio discreto e una professione che mi piace.
    MA “BEATA TE” DI CHE?????, m’è venuto da dire? Sono 24 anni che lavoro,si, ma sono 24 anni che mi faccio il culo. Ci ho rinunciato all’università per potermi guadagnare i miei soldi ed essere autonoma, Certo che avrei voluto continuare a studiare, volevo fare l’interprete, ma ai miei tempi la scuola era privata e non me la potevo permettere. Avrei voluto inseguire i miei sogni, come tutti. Invece non mi sono fatta problemi ad andare in trasferta in posti assurdi, a sobbarcarmi anche il lavoro di qualcun altro, a passare in ufficio e dentro l’acciaieria tutti i giorni ma anche tante notti.
    Non è piovuto niente dal cielo, così come immagino sia accaduto a te, che da quanto leggo tra le righe, hai studiato e ti sei impegnata al massimo per arrivare al tuo risultato.
    Le conquiste cui arriviamo strada facendo sono il frutto delle nostre scelte, più o meno responsabili, più o meno pesanti.
    Se a vent’anni si sceglie la vita dei villaggi turistici, magari il divertimento lì per lì è tanto, ma è difficile che possa durare, ed è difficile pure costruircisi sopra una professione vera. E non mi si può accampare oggi la scusa che “io all’epoca non ero matura per fare altre scelte”.
    Certo poi succede anche di ritrovarsi davanti il raccomandato di turno pure se te hai faticato come una bestia, ma di certo se passi il tempo appresso a sogni impossibili, viene da se che a quarant’anni ti ritrovi ad essere un precario come tanti che deve barcamenarsi per arrivare a fine mese.
    Dopo due ore di conversazione sull’argomento, ho dovuto cambiare discorso.

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    1. OH! Come ti capisco “duro&puro”. Non vorrei dirlo, ma è davvero seccante doversi confrontare con persone che non sanno far altro che lamentarsi di quel che hanno e che SOLITAMENTE sono gli stessi che ti “incolpano” per quel che tu hai messo sopra, day by day. Come se le cose ci piovessero dal cielo. Ma noi guardiamo avanti, vada come vada 😉

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