#37:Lunchbox

The-Lunchbox-2013

 

Lunchbox” è un film del 2013, ambientato in un’India recente, successiva o subitaneamente contemporanea al 1995, data in cui Bombay è divenuta Mumbai, luogo in cui la vicenda prende vita.
I personaggi principali sono tre: Ila, che incarna la tipica madre, moglie e casalinga indiana, ligia al proprio dovere di angelo del focolare, Sajaan, che lavora nell’ufficio contabilità di una importante compagnia, e Shaik, un orfano senza arte né parte che verrà affiancato sul lavoro come apprendista a Sajaan.

La vicenda fa perno su una falla del sistema di consegna del cibo, in particolare quello recapitato agli uffici durante le pause pranzo, che a Mumbai è affidato ai dabbawallah, “fattorini”che si muovono su bici in mezzo all’ intenso traffico cittadino e che sono spesso analfabeti. Nonostante questo piccolo neo, la loro conoscenza complessiva delle strade gli permette di limitare gli sbagli nella distribuzione dei viveri.
Sarà proprio per un errore di consegna che Ila “incontrerà” Sajaan.
Tra loro inizierà uno scambio di piccoli biglietti, attraverso i quali i due si narreranno l’un l’altra le proprie perplessità sulla vita. Il cibo diviene non solo un mezzo per nutrire il corpo, ma soprattutto per sfamare l’anima.

Sajaan durante il momento del pranzo ricerca un’intima solitudine per godere e del pasto e delle parole di Ila, per quanto poche, ma viene spesso interrotto dall’apprendista.
Ad un certo punto i due uomini si ritrovano a pranzare allo stesso tavolo. Il protagonista invita il giovane ad assaggiare le portate ed il ragazzo, favorevolmente colpito dalla bontà del cibo, chiede che venga ordinato anche per lui un pranzo del genere per i giorni a venire, ma Sajaan, mentendo, asserisce che a breve il ristorante che fornisce lui il quotidiano pasto verrà chiuso, perché in India, anche di fronte ad un lavoro svolto ottimamente, non viene riconosciuto “il merito”.
L’ovvia critica al sistema politico Indiano, per quanto all’interno del contesto appaia come una debole lamentela, innesca nello spettatore un senso di disagio e di riconoscimento immediato nei due protagonisti: quante volte al ristorante o al bar o a casa, di fronte ad un piatto caldo, ci si è ritrovati a maledire l’inefficienza dello Stato? Penso che persino ora, da qualche parte, qualcuno stia argomentando in merito.
Inoltre la critica è avvalorata dalle immagini proposte, che risultano quasi uno schiaffo morale e visivo: le strade, le costruzioni e le persone vengono rappresentate nella loro crudezza e verità. Il sudiciume e il caos  urbani si riflettono nella vita quotidiana, anzi ne fanno pienamente parte.

Nonostante i leit motiv di questo film siano in un certo senso la quotidianità, l’amore e l’intimità personale, viene introdotta anche una tematica a me molto cara, che è quella della condizione femminile all’interno della società indiana.
Anche se le figure femminili all’interno della pellicola sono ben presenti, la loro essenza è inscritta in quello stigma sociale che pervade la struttura della società complessa dai suoi albori.
L’opposizione, contrastata dalla rassegnazione riguardo l’archetipo di donna-madre, donna-casalinga e donna-sottomessa  prende voce gradatamente sino a raggiungere il proprio acme in una scena che vede come protagoniste Ila, sua figlia e sua madre di fronte al letto del padre malato.
Ila, accortasi della precaria situazione economica in cui versa la sua famiglia d’origine, si propone di prestare/regalare una certa quantità di soldi per le cure del padre; la madre rifiuta dicendo << Siamo donne, ti sembra bello chiedere continuamente i soldi? >> sottolineando che se il padre malato avesse scoperto tal fatta, l’umiliazione derivata avrebbe in un certo modo macchiato l’onore familiare.

 
Lo scambio di epistole tra Ila e Sajaan iniziato così per caso, prosegue in un fiume discorsivo tra i due sconosciuti protagonisti e si tramuta in un dialogo con il proprio inconscio; le riflessioni sulla vita vissuta conducono ad astrazioni, viaggi più profondi dentro la psiche dell’uomo.
In una scena che mi ha colpita molto, Saajan dice : << Verso sera mentre andavo alla stazione con Shaikh – Shaikh ed io lavoriamo insieme -, mi sono fermato a guardare i quadri di un pittore: sono quadri tutti assolutamente identici, ma se li guardi da vicino, molto da vicino, vedi che sono diversi. Ognuno leggermente diverso dall’altro: qui un’automobile diversa, lì un passeggero sull’autobus diverso, perso nei suoi pensieri, un cane randagio che attraversa la strada, qualunque cosa avesse attratto l’attenzione del pittore quel giorno… e in uno di quei quadri ho visto me stesso! O almeno penso si tratti di me.
Mi sono concesso un risciò.
Le vecchie case dei bambini con cui giocavo da piccolo non ci sono più. E anche la mia vecchia scuola.
Ma alcune cose sono rimaste le stesse: il vecchio ufficio postale c’è ancora e l’ospedale dove sono nato, dove sono morti i miei e mia moglie.
Penso che dimentichiamo le cose quando non abbiamo qualcuno a cui raccontarle
.>>

Mi è piaciuto questo film?
Decisamente!

Lo consiglio?
Se vi piacciono le commedie drammatiche, dategli una chance.

Annunci

#36: Tre piccole formichine a New York City

Nerdy, essendo un inguaribile appassionato di fumetti/cartoni/film/supereroi/cosplay, ha deciso di non perdersi il New York Comic Con 2015, esordendo con
Ho prenotato un ostello per quattro giorni a New York City,>> con entusiasmo, aggiungendo sottovoce << A ChinaTown,>> concludendo con << e domenica tutti al Comic Con!>>

Ora vi prego di immaginare una Nero che indossa un grembiule zebrato, intenta a gestire i piatti sporchi con la mano destra e la colazione di PiccolaPesteBubbonica con la sinistra, che ascolta il discorso del succitato Nerdy, senza emettere un fiato.
Poi esplode in un << NEW YORK CITY!>> scuotendo le pareti di tutto il condominio e facendo magicamente smettere di parlare la vicina del piano di sotto (vi assicuro che ha sempre un sacco di cose da dire, a qualsiasi ora del giorno e della notte e durante tutti i giorni della settimana. Ho addirittura pensato che stesse registrando se stessa, in una sorta di audioautobiografia. 

Per Christopher Lambert! Prendi fiato tra un “uin” ed un “chun”!).

Condomina logorroica a parte, Nerdy ha pensato a tutto: ha comprato la guida, la mappa della città ed ha strutturato degli itinerari interessanti persino per la nostra almost-teen.

La nostra avventura è iniziata mercoledì scorso e si conclude oggi, mentre ancora siamo sul bus di rientro.
Non voglio farvi un elenco dei pros&cons di viaggiare sul bus, perché diventerebbe una pallosa enumerazione di cose che potete sperimentare da voi una o l’altra volta nella vita.
Per me è sempre un misto tra “viaggio della speranza” e “anche stavolta ho dimenticato la busta di carta” ma, vabbè, ci si adatta!

Qual è la prima impressione quando si arriva a NYC?
Porcomondo, ci siamo persi,” un po’ come Kevin che perde di vista i suoi genitori, smarrendosi nella Grande Mela. Solo che noi non siamo arrivati in modo trionfale, sbarcando da uno di quegli aerei superlusso atterrati al JFK, ma scendendo da un bus poraccio dopo 4 ore di sbatti di qua e di là sinchè non rivedi anche la prima briciola della cena del giorno precedente.
Nonostante fossimo mappamuniti, tutt’attorno a noi c’erano solo muri di cemento e vetro enormi, intimidatori ed irraggiungiubili.
Alle quattro del pomeriggio, con una valigia pesantissima da trainare, abbiamo sfidato il caldo asfissiante ed insolito di questo  Ottobre, raggiungendo la stazione più vicina a noi passando per la via più lunga –e te pareva.
La metro di New York è un intrico di colori, numeri e lettere apparentemente incongruenti: la prima volta non è semplice venirne a capo, soprattutto con la pisciarella e la stanchezza di un intero anno di scuola e lavoro sul groppone.
Ad ogni modo ce l’abbiamo fatta, abbiamo preso un taxi!!
Come da copione, il taxista era arabo, superipertecnologico, parlava al cellulare con qualcuno. Non guidava, semplicemente schivava macchine, pedoni ed ostacoli, io invece ho visto più volte la mia vita passarmi davanti agli occhi.
Alla fine siamo arrivati illesi a Chinatown, o meglio nel Lower east side.

Mi sento di fare un pò di pubblicità all’ostello nel quale abbiamo alloggiato che, per quanto non fosse il migliore di sempre, era abbastanza pulito, abbastanza attrezzato e locato in una posizione favorevole agli spostamenti: si trova a due minuti  a piedi dalle fermate di Bowery e Grand Street, tutta la zona è inoltre piena zeppa di ristoranti aperti anche sino alle 23:00 ed è ad uno schioppo da Little Italy, casomai voleste mangiare un piatto di pasta aglio e olio per la modica cifra di 13 dollari (anche se al Piccolo Bufalo abbiamo speso 71 dollari in tre, prendendo un’insalata, tre primi, un sorbetto ed un dessert).

● Link all’hostel su booking ●

Com’è Chinatown?
Di giorno Chinatown è strapiena di bancarelle di frutta, verdura e pesce fresco con tutta la testa, il che è una vera rarità! Gli occhi sono colpiti da mille colori diversi, insegne in lingua cinese (non so se mandarino o cantonese o…), le orecchie invece dal continuo vociare e contrattare. Per le strade il lezzo di urina e scarti del cibo fa spesso stringere lo stomaco o storcere il naso, ma talvolta si viene investiti dal profumo inebriante dei dolci appena sfornati ed è praticamente impossibile resistervi!
Queste strane bakery hanno dei tavolini e ci si può sedere a degustare queste paste a mille sfoglie, che sono un tripudio di bontà, vaniglia, zucchero, burro, colesterolo… emh, con la possibilità di accompagnarvi una tazza di latte o tè o caffè caldo o un glaciale bubble tea (ewww!)
Ci sono dei market che vendono moltissimi prodotti, etnici e non, in cui vengono sfornati dei buonissimi bun a prezzi imbattibili.
Diciamocelo, Chinatown è superabbordabile. Ma è anche supersporca. Negli angoli delle strade troneggiano cataste di buste d’immondezza il cui percolato è disgustoso e va a comporre rivoltanti rigagnoli oleosi ai margini della strada,  nei quali potersi romanticamente specchiare… Aaaah

La lingua parlata non è l’inglese, ma un miscuglio incomprensibile. Spesso i venditori ti ignorano o sembrano infastiditi dalla tua presenza, poi però capisci che dopo 30 anni di lavoro continuativo, alzandosi alle 4 del mattino, lavorando sino alle X di sera, “shine or rain” (includiamoci anche snow) e senza manco il barlume di un giorno libero, magari abbiano un lieve vorticamento di eliche e tutta sta voglia di sorriderti l’abbiano persa assieme ai buoni propositi di inizio anno cinese.

Chinatown, che ci piaccia o no, merita di essere vista e vissuta

image

Comprare o non comprare il citypass?

Ero partita con l’idea di acquistare un pass per le maggiori attrazioni della città, poi per una serie di eventi fortuiti non l’ho comprato e MENO MALE!
Tralasciando la simpatica parte in cui mi sento male in vacanza con capogiri terribili che ancora mi fanno sentire come se la mia testa fosse una palla con dentro l’acqua e la neve, non siamo stati in grado di visitare nemmeno la metà dei musei e degli edifici che ci eravamo riproposti.
Probabilmente con questo avremmo risparmiato qualche fila o alcuni dollari, ma alla fine per me è stato molto più rilassante decidere dove andare e quando, senza sentirmi vincolata in alcun modo.

Non avrò visto NYC dalla corona della Statua della Libertà, ma ho comunque immortalato il momento a modo mio, fotografando PPB e Nerdy intenti a contemplare la magnificenza del panorama urbano.

● Link alla compagnia ufficiale che si occupa dei transiti da/per Ellis Island e Statua della libertà ●

image

Ci sarebbero innumerevoli cose da dire su questa strana città che raccoglie sotto lo stesso cielo milioni di persone con background a volte tanto simili a volte agli esatti opposti, che ti rapisce, ti abbandona e ti fa sentire piccola come una formichina lontana dal proprio formicaio, ma per ora mi fermo qui, lasciando qualche foto…

image

E voi? Avete visto NYC?

#33: Cosa bolle nella pentola (di fagioli)?

blblbl

Blop, blop, blop, blop. Puuuffffssssh!
Blop, blop, blop, blop. Pufffffsssh!

[Ti trovi in una cucina ampia e pulita. C’è un costante sottofondo di mestoli che incontrano padelle, padelle che incontrano fornelli, fornelli che incontrano dita e lingue che incontrano denti e palato per formulare imprecazioni.]

Cosa c’è dentro quella pentola che mescoli da ore?” dice Nerdy alle mie spalle.
Qui dentro? Ci sono i fagioli di tutti gli americani!” rispondo io, alzando le orecchie come un gatto vigile.
Nerdy rimane interdetto e, senza studiarmi oltre, alza le spalle e ritorna al suo pc, favorendo la crescita esponenziale delle sue valigie cerchiate di viola cupo che adornano preziosamente i suoi occhioni da cerbiatto. Anzi da toro. Anzi da mucca. Insomma, quei suoi begli occhietti dolci.

C’erano una volta gli americani
Un popolo unico, unito, indivisibile, sotto la guida di Dio, in un paese dove la giustizia e la libertà sono per e di tutti.

[Due minuti di silenzio.
Perché uno effettivamente non è sufficiente per metabolizzare questa… Emh. Questa affermazione. Sì.]

I figli degli usurpatori degli indiani d’America vorrebbero insegnare al mondo come si vive in un Paese libero, moderno, culturalmente avanzato, lanciandosi nell’impresa di spiegare cosa sia e come si raggiunga la felicità.
Forse per alcuni è davvero difficile credere che, in uno dei paesi più ricchi del mondo, esista un numero così spropositato di persone infelici. Sì, avete letto bene INfelici.
Sembra inconcepibile, ma la realtà dei fatti lo dimostra costantemente ed in ogni salsa: ordinano un panino e vorrebbero che questo fosse già lì, pronto a farsi mangiare dopo un solo secondo dall’averlo pronunciato; chiedono al salumiere 400 g di prosciutto, ma non vogliono aspettare che la carne venga affettata; mettono il cibo dentro il microonde e guardano ogni-dannato-secondo il timer; si siedono sulla sedia della parrucchiera e la incitano a fare più svelta. E guai a VOI se sbagliate nel porvi, anche solo impercettibilmente, deludendo le loro enormi, mastodontiche aspettative nutrite anche verso la più banale delle cose, che sia il dargli l’erroneo dressing per l’insalata o mancare la vocale del loro incomprensibile cognome.
La loro vita si basa sul principio di fast = veloce, che non contempla, né rispetta, il legittimo ciclo degli eventi, la genuina essenza della natura per cui “ogni cosa a suo tempo” ed un “tempo per ogni cosa“.
Essere fast ti fa guadagnare tempo, pertanto stanno sempre coi piedi per aria a rincorrere i secondi che sfuggono via.

Ma come dice Euripide (mica uno così a caso, eh!) “il tempo è breve e chi insegue l’immenso perde l’attimo presente.”
La loro ossessione per il tempo è legata a tantissimi fattori, uno di essi è sicuramente la loro impossibilità a vivere la vita, perché impegnati nello strenuo sforzo di contare i centesimi che guadagnano per comprare spasmodicamente tutto quello che desiderano, masticando dalle sessanta alle ottanta ore settimanali di servizio, presentandosi al lavoro con la febbre, foss’anche l’ebola mutante, per non perdere nemmeno 1 dollaro (e con un dollaro a volte non compri manco le caramelle!).

Un altro concetto chiave della loro esistenza è: tempo = danaro.
Se lo ripetono come un mantra la mattina appena scendono dal letto come zombie e, automaticamente, accendono la tv, mangiando una tazza di cereali colorati (con solo-il-tuo-dio-sa-cosa) di fronte allo schermo, ipnotizzati dalla magnificenza del nulla trasmesso h 24/24, sempre, ogni giorno, anche a Natale.
Il loro vero Dio è il soldo. Lo venerano, lo amano ed ammazzano nel suo nome. Ovunque nel Mondo è così, ma qui assume l’aspetto della malattia, della brama che sfocia quasi nella depravazione.
La loro sete di tempo è congiunta indissolubilmente alla fame di moneta sonante, perché con i quattrini, tanti quattrini, si può avere tutto quello che si vuole, e si possono barattare i sentimenti (interni a sé) per gli oggetti (esterni da sé).

Questa devastante concupiscenza sfora nel “Io voglio“, la vera parola d’ordine, l’imperativo costante che fa diventare l’uomo lupo tra gli altri uomini. Niente è più collettivo, frutto dell’unione e della condivisione, tutto è individuale.

Non gli va mai bene niente! Si lamentano di qualsiasi cosa: del tempo, dei soldi, del governo ladro, della cameriera chiatta, del medico caro, del giornalista zoppo, la casa è brutta, e quello che schifo, e l’altro che indecenza e questo come si fa, ma è mai possibile, ti rendi conto, male ovunque…

EHY EHY, cavolo prendiamo fiato!
Non si può andare sempre in giro con una pentola piena di fagioli che bollono e sono pronti ad esplodere da qui a poco! Per cosa si vive davvero? Per il Sole, forse. O anche per il solo fatto essere testimoni di quanto sia meraviglioso veder nascere un prato verde punteggiato di microscopici fiorellini, dove prima si estendeva a perdita d’occhio un manto di gelida neve! O ancora per abbracciare le persone che ami e, perché no, per mangiare una buona pila di pancakes allo sciroppo d’acero.

L’America è meravigliosa, sono gli americani ad essere sbagliati!

Caffè e lavoro.

Un abbraccio a voi, biscottini di zenzero.

(Nerdy ha chiesto se la cena era pronta, gli ho detto che ho buttato la pentola, con tutti quei fagioli sai che concerti poi! Si cena fuori!)

#31: Ah chicco, fa ‘mpochetto de freddo!

Eccoli i nostri impavidi eroi!
Nascosti in volto da una celata di lana di pecora a maglie strette, protetti sul corpo da una tuta di pile e vari strati di cotone grosso, sfidano la neve e le raffiche di vento che viaggiano a 100 km/h!
Le scarpe in VERA finta pelle sembrano ormai pezzi di vetro e, ad ogni passo, scricchiolano pericolosamente, minacciando di infrangersi in mille pezzi.
Non appena i due guerrieri bardati da testa a piedi si fermano per un secondo, le gambe rischiano di diventare dirette propaggini del ghiaccio che ricopre l’asfalto.

Nonostante la frenesia a cui tendono gli eredi di Franklin, i nostri encomiabili prodi conducono in maniera eccelsa la battaglia contro il nemico in arrivo e decidono di scagliarvisi addosso, con tutta la loro metallizzata carrozza moderna: un catorcio che se lo vedesse Giulio Cesare ci chiederebbe se vogliamo versarlo e fare a cambio con una biga da combattimento del suo tempo, sostenendo che sarebbe meno demodè.

Le foreste a bordo del trafficato sentiero sembrano provate dalla tormenta. Molti alberi resistono, lottando contro questa forza invisibile che li vorrebbe vedere piegati o, peggio ancora, sradicati dal suolo! Ma loro no! Stanno in piedi, sti poracci.
Tutti tranne due che, all’improvviso e con un agghiacciante grido di dolore, si spezzano e si accasciano poco distanti l’uno dall’altro.
Il cielo, bianco ed immutevole, è minaccioso: nella sua luce di un candore abbacinante nessun uccello libra lieve e spensierato. No!
Gli Yankee, ammantati da scafandri e maschere antiatomiche, irrompono nei supermercati ed intimano a chiunque si frapponga tra loro ed il latte in bottiglia di allontanarsi immediatamente, pena la morte immantinente per colpo d’arma laser.

Nel bel mezzo di questo scenario leggendario, una voce sottile risale da qualche lontano abisso…

“Scusa Nerdy… Non vorrei romperti l’epicità, ma…”
“Eh?”
“Non trovi che faccia un po’, pochino, pochettino… dico, piccolo eh… di freddo?”

Proprio così. Ci comportiamo come dei veri europei disfattisti. Attorno a noi la gente quasi si strappa i capelli per prendere un tozzo di pane al supermercato, mentre noi pascoliamo placidi dentro le corsie con una flemma letale, scegliendo meticolosamente uno ad uno i prodotti da introdurre dentro il carrello e contando calorie, grassi, carboidrati e zuccheri, manco fossimo dei grandi intenditori.

Ok, sarà una notte buia e tempestosa.
E se lo dice il “The Guardian“, io ci credo!

Snow Meme 10

Voglio rendervi partecipi anche di questo.

#29: La lettera che non ti ho mai scritto (e che forse nemmeno ti meriti).

Vedi, ci sono tantissimi esseri viventi in questo mondo. Ognuno ha le proprie peculiarità: c’è chi è distratto e si dimentica qualcosa perché ha la testa fra le nuvole, perso nei propri perché, impegnato a rincorrere il Bianconiglio seguendo il lontano richiamo del ticchettio dell’orologio; c’è chi ha un carattere ostile, impenetrabile e niente e nessuno può fargli/le  cambiare idea, opinione; c’è chi ha un gran cuore e vuole dimostrarlo a tutti i costi, “costi quel che costi”. C’è ancora chi ha una grande pazienza, ma rimane in silenzio ad ascoltare, osservare, coltivando emozioni e riflessioni segrete che poi sbocciano in un meraviglioso giardino di fiori nascosto da alte mura di intricate edere, le quali celano ancora un piccolo passaggio segreto, forse una porticina con una chiave che spetta a te cercare. Ci sono quelli che sembrano rudi e sono in realtà delle torte di cioccolato fondente dal cuore morbido, ma ci sono anche quelli che sembrano rudi e sono rudi, volgari e inopportuni. Alcuni hanno un’anima sensibile intrappolata in un corpo che sembra non volergli appartenere, altri ancora hanno un corpo meraviglioso ma un’anima lercia. Ci sono quelli che non badano al proprio corpo ma ai propri atteggiamenti, vivono per gli ideali “ben più alti” di ogni umana frivolezza.
Poi ci sei tu.

Tu.

Avrei voluto scriverti una lettera, ma non trovo mai le parole adatte che possano descriverti esattamente. Quelle giuste, che ti si cuciano addosso come fossero un abito.
Per un momento della mia vita ho pensato di aver trovato in te un’amica perfetta. Non ho mai dato troppo peso alle mancanze, alle assenze, alle parole non dette o alle parole dette con leggerezza. Ho sempre pensato che tra noi esistesse un legame vero, profondo, illudendomi fosse “inossidabile”, capace di sfidare ogni sorte ed ogni avversità.
Avevo un’immagine in mente di te totalmente diversa dalla realtà. Mi sono illusa di poterti stare vicino nella tua sofferenza, nei tuoi sorrisi, nella tua vita e di poter toccare, con la mia, la tua anima, anche solo sfiorandola appena appena, gentilmente, come si fa con la punta delle dita contro il petalo di un bocciolo profumato e fresco.
Non credo di aver cercato spasmodicamente di invadere la tua essenza, ma posso dirti di non averti capita e di aver preso un forte abbaglio, di aver letto male i “sintomi” della tua inimicizia ed aver interpretato la realtà a mio modo, forse perché ciò che “sentivo” si scontrava totalmente con quel che “vedevo”.
Ho percepito un cambiamento, ma non credevo in quello che mostravi. Era troppo difficile da ingoiare e digerire.
Non capivo il perché dei tuoi atteggiamenti freddi, scostanti e dettati dalla presenza di questa o quella persona, dei tuoi momenti di ostilità, dei tuoi falsi abbracci, delle moine prive di qualsiasi vero affetto.
Le parole dette alle mie spalle, così pesanti e terribili, mi hanno ferita.
Sono ferita tutt’ora. Ma non ti porto rancore.
L’unica mia domanda è “perché?”.
E sai cosa mi fa più male? Non trovare una risposta e, al posto di quest’ultima, lasciare un enorme vuoto. Una voragine. Non capisco quale motivo ti abbia portata ad essere irraggiungibile ed intangibile.

Non voglio più stare male per te. Voglio lasciarti andare, leggera ed ondeggiante come una barca sul mare placido, e stare dove sono, sulla riva a fissare il cielo e l’orizzonte nel quale ti perdi e, piano piano, sparisci lontana da me a cercare la tua felicità.

Ci sono tante parole che non ti ho detto e che non ti dirò mai. Solo ora capisco che non te le meriteresti. Non più.

#28: you’re going to have an “A”!

L’avrò sentito (e scritto) giusto?
Ebbene, sono passati 2 mesi e mezzo. Diggià? Are you kiddin’ me, dude?
Unfortunately I’m not.

In questi due mesi e mezzo ho “passato” 2 test, il primo con 96, il secondo con *rullo di tamburi* 100!

Ok, ok. Non sono ad Harvard o a Yale. Sono una semplicissima studentessa di una scuola che insegna l’inglese yankee e that’s it!
Il mio obiettivo è imparare e imparare ancora.

Nerdy ancora bestemmia per la sua F. I’m so sorry, come dicono di continuo qui – anche quando non sono sorry proprio per niente.

Per festeggiare questo traguardo ho deciso di ricominciare ad avere un’alimentazione accetabile in termini nutrizionali. Questo significa che mentre gli altri oggi si abbufferanno con le lasagne e tiramisù, io mangerò la mia insalata col tonno e pomodori ed i miei 60 grammi di riso integrale.

Come dolce, cosa gradisci Man? Un caffè, grazie.

Dimenticavo un dettaglio…
Dev’essere senza zucchero.

image

Coff… Coff…

#27: Il tacchino, la neve e lo shopping sotto le stelle.

Passiamo con la macchina affianco al cimitero ricoperto di neve. Attraverso i finestrini, riesco a vedere le lapidi ricoperte di un sottile strato bianco di cristalli ghiacciati che risplendono quando toccati dalla luce dei fari.
PiccolaPesteBubbonica, seduta nei sedili posteriori, canticchia qualcosa assieme ad un’amica brasiliana. Sono circa le nove e mezzo di sera e stiamo andando a fare shopping.
Nella mente ho un milione di pensieri. No, forse due. Miliardi. Di milioni.
Abbiamo passato una giornata a mangiare e chiacchierare a casa di un’amica/collega, che ha preparato una tavola meravigliosa imbandita di ogni grazia di Dio. In verità erano due: una per il salato e l’altra per il dolce. Il clima era quello che trovi dentro casa tua durante la cena della vigilia di Natale: pace, amore, calore e voglia di stare insieme per condividere le cose belle della vita ( e anche quelle meno belle, diciamocelo).
E certo che si ha voglia di stare vicini e spartire! Siamo, chi più chi meno, lontani almeno 10,000 miglia da casa nostra, con una voglia matta di essere amati e accettati per come siamo. Niente di più facile, giusto?
Eh
Thanksgiving.
Parliamone.
Ringraziamento… E chi devo ringraziare?
Non posso mettermi proprio ora a stilare una lista delle persone a cui devo tutta la mia gratitudine. Come potrei? Rischierei di battere sulla tastiera migliaia di nomi, migliaia di ragioni, scartabellando faticosamente i fogli impilati sulla scrivania della mia mente, esaminando i ricordi, uno dopo l’altro.
Sono grata. Sappiatelo. Sono riconoscente verso tutto e tutti. Verso ogni respiro che lascio andare e che riprendo dentro me, sono grata del cielo, del Sole, della pioggia, del vento e del Sole mentre piove e fa vento. Sono grata di essermi svegliata stamattina, di aver potuto vivere questa meravigliosa giornata con delle persone che, come me, si sforzano di sorridere nonostante le difficoltà. Dico grazie per i frutti del mio raccolto, per l’amore che mi circonda. Per avere con me due gioie (PPB e Nerdy), ed è per loro che la mattina mi alzo e faccio tutto quello che posso.
Grazie, grazie, grazie. Grazie anche a chi mi ha fatto del male, a chi mi ha dato delle lezioni, a quelle parti della mia vita che sono state come brutti schiaffi perché sono state motivo di crescita.
Sempre più spesso ho paura che questo incanto possa infrangersi da un momento all’altro. Ho tantissime paure che cerco di tenere nascoste dentro me. E che per oggi rimarranno silenziose. Voglio pensare che questa magia possa durare eternamente, rinchiusa in questo infinito attimo.

Ok. Poi al Mall ho comprato una caffettiera nuova. Elettronica. E fa 12 cups di caffè.
E anche la bilancia elettronica. Ho bisogno di riprendere a mangiare come un essere umano.  (e smetterla di mangiare queste cose buonissime e piene di zucchero, burro, olio, colesterolo, grasso…)

Thanksgiving-Day-1

#25: “Beata te” a chi?!

Oggi ho esagerato col caffè. Va be’ che è lungo, va be’ che non è fatto con la moka e nemmeno è un espresso del bar, va be’ che non ha zucchero ma, accidenti a me, tre tazze da colazione quasi colme sono DAVVERO troppe.
Va be’,  ormai è andata ed è inutile versare lacrime amare sul coccodrillo. Versare il latte sulle lacrime di coccodrillo.  Piangere sul caffellatte. Caffellatex (mi vengono in mente cose idicibili!).
** 1 – 2 – 3 prova, prova, sah, sah ***
L’ultimo neurone ha detto ciao. È educato, “mica come questi ragazzi di oggi… Quando ero giovane io…

Comunque, so bene che tutti avete perfettamente capito cosa intendevo:

È inutile piangere sul caffè bevuto.

Tanto ormai è andato, anche quello. Più o meno come il mio amico neurone in cerca di compagnia. Non voglio deluderlo, però, dicendogli che una volta morti i neuroni non resuscitano più. Forse ne nascono di nuovi, ma non sono un medico e, ad ogni modo, non sono qui per parlarvi di Nancy (il mio neurone biondo che controbilancia la mia parte cupa).

Sto fondendo. Lavoro così tanto che il mio cervello ha deciso di prendersi una vacanza autonomamente. Quando l’ho visto andar via con la corda spinale avvolta attorno alla valigia e l’ombrellone piantato nel ventricolo destro, non ho avuto bisogno di ricevere altre spiegazioni.
Però non mi lamento e penso a quanti non hanno nulla, nemmeno un tetto sulla testa o un affetto relativamente vicino.
Rifletto sul fatto che in pochi anni ho realizzato molti dei miei obiettivi e, lo dico, tenetevi, sono abbastanza soddisfatta del mio operato. Mi sento sufficientemente fiera di me stessa, ma ancora non abbastanza.

Ce la metto tutta, impiego tempo, voglia, denaro ed energia per ottenere il massimo. Questo “massimo” costa caro, non è gratuito ed è una salita nemmeno troppo agevole sulla quale inerpicarsi. Ma questa è la via e, armata di tutto punto, decido di affrontarla e rischiare.
Ogni buon obiettivo cela una dose di rischio, questo è quanto devo pagare e sono pronta a farlo.
E se va male?  E se va male, allora si ricomincia da qualche parte, con un bagaglio nuovo, un po’ più pesante e sicuramente colmo di nuove cose: panorami, orizzonti, idee, volti, storie, parole, culture, gesti e chissà cos’altro.

Ogni giorno diventa una pagina bianca sulla quale sono IO a decidere cosa scrivervi sopra, nero su bianco, evidenziando le parti che ritengo più ricche ed utili, scartando quelle che non mi fanno crescere o che non incrementano le mie conoscenze, la mia curiosità, la criticità che ho verso il mondo e quella verso me stessa. Forse queste ultime in ordine inverso.

Quando raggiungi uno dei tuoi “goal” (al singolare, altrimenti i grammar-nazi mi puniscono nel nome della Luna – ma in questo post di errori ce ne sono a iosa), senti tutto l’Universo congiungersi e sorriderti con un certo compiacimento, quasi strizzandoti l’occhio. Un’ondata di positività ti stravolge la mente. “Ah, il potere della vittoria!”
Poi…
Arriva.

È un tuo amico/una tua amica. O almeno tu lo definiresti tale. Ci credi davvero.
Ti stringe la mano, ti fa i complimenti di rito, si congratula emulando la serietà di un avvocato nel momento in cui presenta al cliente la (salatissima) parcella e, aprendo per bene le labbra in modo che le sillabe vengano scandite con efficienza, ti dice:

BEATA TE“.

In quel momento il buio obnubila ogni mio pensiero.
L’unica cosa lucida che la mia mente sgrava è uno scenario apocalittico in cui Bafometto ed i suoi fidi amici vomitano lava, lapilli, peste e colera sulla terra sconquassata da tremori, maree, crepe e *aggiungi qualcosa di terribile ed agghiacciante per me, grazie*.

Beata? DICO IO?
Ma con tutte le parole che esistono nel fantastico vocabolario italiano, vai a scegliere la più sfigata? La più attribuibile ad una divinità che ad un essere umano in carne ed ossa?!
MI STAI FORSE DICENDO CHE I MIEI SUCCESSI HANNO DEL MAGICO? Che non ho lavorato per meritarmeli?! O che sono unta dal Signore? E quindi i miei successi NON li ho costruiti, ma sono frutto del tuo dio?

Se avessi vinto un triliardoditrilioni, allora forse potrei sentirmi dire “Beata te”, ma con tutte le ore, i nervi, lo studio, lo stress e mille problemi di contorno costatimi per ottenere una briciola di quello che in realtà è il mio sogno, sentirmi appellare in quel modo così restrittivo e banale, che per nulla al mondo mi rispecchia, è uno schiaffo alla mia persona.

E va be‘, vorrà dire che sono una di quelle beate pronte a sobbarcarsi kg di…

Cacca_e_carta_igienica_in_love

Camomillina, ora?

#24: Ma chi l’ha detto che l’inglese è facile?

La conversazione tipo sull’apprendimento delle lingue comincia più o meno così:

A: “Il tedesco? No, davvero è incomprensibile raga. Anche se mi applico, non ci capisco niente.
B: “Il francese somiglia all’italiano!
C: “Ebbè, sono lingue romanze
B: “Come lo spagnolo, dai. Se uno ti parla in spagnolo TU lo capisci, di-si-cu-roh!
C: “L’inglese invece…
A: “Dai l’inglese è una cazzata! Tutti lo sanno e tutti lo capiscono!
All’unisono: “Infatti

wtf

Cominciamo con lo sfatare il mito de “l’inglese è una lingua facile“.
Tutte le lingue sono facili se hai dieci anni, la mente aperta e libera che assorbe ogni informazione, oppure se hai vissuto a lungo in un determinato posto, se sei portato per lo studio delle lingue o semplicemente sei fortunatissimo e qualsiasi novità ti rimane impressa nella mente come un pezzo di gomma masticata appiccicata ai capelli.

Direi che i dieci li ho passati da qualche tempo, non ho mai vissuto da nessuna parte se non nell’isola-laggiù ed ho avuto pochi contatti con esseri umani parlanti la lingua di Queen Elizabeth II, figurati con i restanti pronipoti dei settlers inglesi frammisti a solo-il-tuo-dio-lo-sa chi altro. Insomma tutto questo per dire (o meglio, summarizing! come dice il mio teacher Trevor, che somiglia vagamente ad un pastore tedesco dato l’imperante neo che mi squadra dalla sua grigiastra guancia sinistra) che quando mi approccio con uno di questi indigeni cappello-da-baseball-munito, non capisco assolutamente nulla di quello che mi dice o, più in generale, di quello che sento.

A differenza del popolo della ridente terra di Dante, questi anglosassoni pretendono che tu conosca e padroneggi perfettamente la loro lingua, pertanto il più delle volte si risentono a dover ripetere i loro articolatissimi pensieri, i quali mancano di vocali o consonanti essenziali per la comprensione, non dico totale ma almeno sufficiente, di un argomento. Oltre ai twinkies ed ai deep fried Oreo, avranno ingurgitato anche parti di frasi e parole. Roba dietetica, eh, vi rovina la media carissimi nipoti dello zio Tom!

Volevo dirvi anche che nei fairground ti friggono anche la mamma, se chiedi e paghi.
E che i dolci sanno di cannella, che io amo alla follia.
E che quando, di fronte ad un curatissimo giardino rigoglioso e punteggiato di fiori colorati e profumati, rimango incantata a guardare le foglie dorate, arancioni e rosse che sospinte dal vento vorticano danzando leggerissime ed eleganti, il cuore mi si riempie di gioia e mi sento felice ed incredula, incapace di credere di poter meritare tanta bellezza e tutta in colpo solo.

flying_leaves-1389510