#49: Dammi tre parole: cibo, amore, aspetto fisico.

Ho sempre avuto un rapporto conflittuale con 3 cose:
A. Cibo
B. Amore
C. Il mio corpo
in ordine totalmente casuale.

A. Cibo:
Piacere immediato.
Soddisfazione istantanea della voglia di dolce, salato, agrodolce, piccante.
Voglio provare tutto quello che posso, senza privarmi della goduria lussuriosa del mangiare.
In contrapposizione, odio masticare, una rottura INFINITA.
Le pietanze che metto in tavola sono legate ad odori, sapori e sensazioni, ai ricordi della mia infanzia e dell’adolescenza, benché nel passaggio tra le due età abbia sviluppato una serie di disordini alimentari che mi hanno accompagnata come Fido sino all’attuale senilità.
Quando mangio, tutto svanisce. Dolore, paura, felicità, tristezza, amore. Tutto viene cancellato con prestezza dalla beatitudine indotta durante l’atto del far scivolare in gola le pillole del divino. Nutrienti, venite a me!

B. Amore:
Scenario: identificazione dell’amore con coppia infelice, possibilmente impalcata di corna, con deviazioni morbose (liti, fughe, lotte libere corpo a corpo, drammi perpetui, silenzi, palizzate, vassalli, valvassori, valvassini e, perché no, dai, servi della gleba)
Risoluzione 1 (adolescenza inoltrata; 16-20+):
– Anni di nihil, annientamento, dolore, morire, dormire e nulla più.
– Romanticismo sgorgante combinato ad un completo appoggiarsi all’altro.
– Crocerossa italiana. Ti salverò io!
– Lacrime e amarezza.
– Bisogno di approvazione da parte del partner.
– Idea di metà.
– Confusione sessuale. Ma se mi piace una donna allora sono lesbica? Disperazione sociale parte II.
Risoluzione 2 (giovane adulta; 20+-30):
– Sfiducia verso il genere umano.
– Appoggio-stampella ancora ben presente.
– Riscoperta della stabilità, con risalita faticosa in stile arrampicata libera, senza funi, solo pietra e polpastrelli sudati a 2000 metri d’altezza, col vuoto che ti fa l’occhiolino sornione.
– Amore =/= Dolore.
– Che figo, anche io so ridere, chiccazzo l’avrebbe mai detto?
– Se fossi bisessuale non sarebbe un problema. Fine della disperazione sociale.
Risoluzione 3 (adulta attempata, con sogni ormai appesi al chiodo):
Let it be
Ciò che deve accadere, accade. (Quindi passando dal pop dei Beatles, ai CSI, con sfumature preoccupanti di Osho – per gli amici Shosho, che in sardo significa, erh, vagina)
Incasellamento delle varie componenti dello scambio amoroso – con inclinazione a vite separate, case divise e letti PURE.
– Nessun senso di competizione con altre figure femminili. Amo le donne, perché sono bellissime!
– Senso di integrità.

C. il mio corpo:
Ho passato gli anni della giovinezza a lagnarmi di fronte allo specchio. Quanto sono brutta, grassa, schifo, puh.
Millenni di diete buttate al cesso. Magra, grassa, atletica, grassa, magra, tisica, grassa. Pendolo di Focault spostati, che le mie oscillazioni sono così veloci che sarebbero in grado di spostare l’inclinazione dell’asse terrestre, NOW.

Nell’ultimo anno ho ricevuto una serie di messaggi contrastanti inerenti il mio aspetto fisico:
– Sei bella così
– Sei in carne, ma stai bene così
– Secondo me devi scendere di peso
– Effettivamente sei ingrassata un sacco
– La 44? Ma davvero? Vesti una taglia così tanto grande?
– Bel viso, ma grossa.
– Non si salva nemmeno il viso
– Ma mangi troppo? Cosa? A che ora? E bevi? E fumi? E dici parolacce?

Esiste un modo indolore per accettare l’immagine riflessa nello specchio?

Qui ci vuole la fata Madrina.
La aspetto mentre mi rammendo il cencio di fronte ad una fumante tazza di caffé.
Senza zucchero.
(Ma altrettanto peccaminoso)

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#46: Riguardo alle malattie mentali

Esco di casa in pijiama per andare a recuperare il kindle dall’abitacolo della mia autovettura, accompagnata da un inconfondibile sottofondo meccanico, il rombo sordo dei motori industriali che, instancabili, macinano olio, day-in-and-day-out, rompendo il silenzio di questa notte di tormenti.
Le finestre si spengono sulla via principale del paese, il che mi evoca lesto un umore atrabiliare, “così tra questa immensità s’annega il pensier mio“…
E il naufragar, onestamente, è dolce come un sorso di acido cloridrico a freddo – quello che ti manda all’ospedale perché eri convinto fosse acqua.

Per chi ha la testa incasinata come me è difficile fermarsi e valutare.
Inspirare ed espirare.
Ricordarsi di non essere sopra un treno che va a 300 km/h, ma di muoversi a piedi, con delle fantastiche Vans, la cui tela s’adorna d’una morigerata fantasia raffigurante una castigatissima Princess Peach contornata di stelline psicotrope dell’invincibilità – e Mario bestemmia contro quel lestofante di suo fratello Luigi che, nonostante in tutta la saga sia stato solo una spettrale comparsa, riesce pure a sottrargli la donna dei suoi sogni, lasciandolo a bocca asciutta, per non dire altro.

La testa incasinata, argomentavo, non aiuta nelle scelte quotidiane, né a lungo termine, né estemporanee; ogni decisione diventa un’impresa epocale che grava sul cuore, peggio dell’anello del potere che Frodo è costretto a sobbarcarsi, smazzandosi tutta la strada che, dalla Contea Baggins, conduce dritta dritta al Monte Fato. A piedi. Senza scarpe. Con Gollum che gli sfrangia le pudenda ogni tre per due. E Sauron che con il suo occhio vulvico gli strizza il cuore e la mente anche a distanza di centinaia di migliaia di miglia. E mettiamoci in mezzo anche la storia d’amore scassaminchia tra Arwen e Grampasso. E gli Hurukai. E tutto il carrozzone di Elfi, Maghi e personaggi insopportabili, Tom Bombadil in prima linea.

Nell’immaginario comune la persona affetta da disturbi o disordini mentali si tramuta magicamente in un mostro privo di ogni capacità di discernimento razionale, incapace, inaffidabile. In realtà esistono una moltitudine di patologie che comprendono ANCHE tali specificità – mostri a parte – ma il più delle volte si tratta di casi limite.

Quando i profani sentono parlare di “instabilità“, ti vedono già girare tra i corridoi imbiancati di un reparto Psichiatrico, con indosso una bella camiciola candida, munita di eleganti cinghie e lacci regolabili, one size fits all.

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Eppure non è esattamente così che funziona.
L’instabilità affonda le sue robuste radici nel terreno fertile dell’infanzia, quando mamma e/o papà non riconoscono le nostre esigenze primarie: amore, validazione emotiva, considerazione positiva. La discrepanza tra la percezione individuale e quella genitoriale comporta un’incoerenza di fondo che può sfociare, anche in età adulta, in devianze, dipendenze, alterazioni psicologiche di lieve, media e grave entità.
C’è chi si accorge di avere un problema, chi invece lo cova inconsapevolmente, chi vuole smettere di soffrire ma non sa da dove cominciare, chi decide di rivolgersi ad uno specialista.

Io faccio parte dell’ultima schiera, ovvero quelli che hanno riempito il sacco sin sopra l’orlo con sofferenza e rabbia, tanto da essere costretti ad appellarsi alla mano salvifica di uno che di cervelli ne capisca effettivamente qualcosa.

I veri pazzi, sussurra qualcuno, affermano di non esserlo.
C’è una buona speranza, dunque, che nel mio cammino verso il Monte Fato riesca anche io ad incontrare un saggio come Gandalf, in grado di indicarmi la via e che io stessa, con il solo tripode delle mie forze, riesca infine a gettare tra le fauci infernali tutto il nero che mi fa annaspare.

anello del potere

(ma quanto è figo l’anello del potere, eh? Dopo quelle due o trenta gocce, poi, ancora deppiù)

#38: Notturno Indiano

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Producendo un post all’anno raggiungerò le mie anelate 365 notti in altri 327 anni… Non male, devo dire. Ma io sono immortale, quindi chissenefrega!
Bando alle ciance…
Voglio raccontarvi di come i libri e lo scambio culturale uniscano le persone.

Ah, lo sapete ggià?
Allora passiamo subito alla descrizione più articolata del mio pensiero sul libro “notturno indiano” di Tabucchi.

A dispetto della semplicità della forma con cui è scritto il romanzo, la narrazione si presenta e svolge come una speculazione interiore che si rivela pezzo per pezzo, in continuo divenire, nelle sue più incongruenti sfaccettature, scivolando  gentilmente dalla ragione all’idea, intrecciandosi con le corde del sogno che sostengono la passerella oscillante del dialogo, sospeso nel vuoto di quel burrone che è la realtà.  Il concetto chiave è il “viaggio“, non la meta, non la destinazione, ma il viaggiare in sé e per sé, condito dalle anomalie, dagli imprevisti, dalla ricerca di sé negli altri ed in se stessi. I dialoghi proposti talvolta sfociano nel surreale, sono essenziali, leggeri e mai banali. Ogni persona incontrata ha una storia da narrare, un frammento di sé che in qualche modo apre una finestra sull’Universo racchiuso dell’animo, e questo accade in modo analogo nella vita quotidiana quando coloro che per caso attraversano il nostro sentiero e ci offrono un raggio di luce appena accennato, ci regalando una briciola della loro esperienza che diviene in parte anche nostra.
I periodi sono spesso lunghi ed interrotti da virgole, specie nei discorsi, pertanto rendono perfettamente l’idea della incongruenza e sregolatezza del pensiero che scorre fluido dalla mente alle labbra e si concretizza nella parola pronunciata, a volte ammantata di oscuri significati, altre cruda, essenziale, priva di pretese e verità soffuse.
Il lettore è libero di immaginare quello che il narratore omette e sta a lui riempire gli spazi vuoti ed interpretare i piccoli indizi disseminati in maniera del tutto casuale e personale.

In definitiva “Notturno indiano” è in realtà la descrizione di un’illusione, un susseguirsi di attimi sfuggenti e di storie, le une sconnesse dalle altre, ognuna lasciata a metà tra detto e taciuto, ognuna spezzettata ed incompiuta, come a volerci sussurrare che così è la nostra esistenza, così è la vita.

Consiglio la lettura di questo libro?
Se le arie trasognate, romantiche fanno breccia nel vostro cuore, sì.

Mi è piaciuto?
Sì!

#36: Tre piccole formichine a New York City

Nerdy, essendo un inguaribile appassionato di fumetti/cartoni/film/supereroi/cosplay, ha deciso di non perdersi il New York Comic Con 2015, esordendo con
Ho prenotato un ostello per quattro giorni a New York City,>> con entusiasmo, aggiungendo sottovoce << A ChinaTown,>> concludendo con << e domenica tutti al Comic Con!>>

Ora vi prego di immaginare una Nero che indossa un grembiule zebrato, intenta a gestire i piatti sporchi con la mano destra e la colazione di PiccolaPesteBubbonica con la sinistra, che ascolta il discorso del succitato Nerdy, senza emettere un fiato.
Poi esplode in un << NEW YORK CITY!>> scuotendo le pareti di tutto il condominio e facendo magicamente smettere di parlare la vicina del piano di sotto (vi assicuro che ha sempre un sacco di cose da dire, a qualsiasi ora del giorno e della notte e durante tutti i giorni della settimana. Ho addirittura pensato che stesse registrando se stessa, in una sorta di audioautobiografia. 

Per Christopher Lambert! Prendi fiato tra un “uin” ed un “chun”!).

Condomina logorroica a parte, Nerdy ha pensato a tutto: ha comprato la guida, la mappa della città ed ha strutturato degli itinerari interessanti persino per la nostra almost-teen.

La nostra avventura è iniziata mercoledì scorso e si conclude oggi, mentre ancora siamo sul bus di rientro.
Non voglio farvi un elenco dei pros&cons di viaggiare sul bus, perché diventerebbe una pallosa enumerazione di cose che potete sperimentare da voi una o l’altra volta nella vita.
Per me è sempre un misto tra “viaggio della speranza” e “anche stavolta ho dimenticato la busta di carta” ma, vabbè, ci si adatta!

Qual è la prima impressione quando si arriva a NYC?
Porcomondo, ci siamo persi,” un po’ come Kevin che perde di vista i suoi genitori, smarrendosi nella Grande Mela. Solo che noi non siamo arrivati in modo trionfale, sbarcando da uno di quegli aerei superlusso atterrati al JFK, ma scendendo da un bus poraccio dopo 4 ore di sbatti di qua e di là sinchè non rivedi anche la prima briciola della cena del giorno precedente.
Nonostante fossimo mappamuniti, tutt’attorno a noi c’erano solo muri di cemento e vetro enormi, intimidatori ed irraggiungiubili.
Alle quattro del pomeriggio, con una valigia pesantissima da trainare, abbiamo sfidato il caldo asfissiante ed insolito di questo  Ottobre, raggiungendo la stazione più vicina a noi passando per la via più lunga –e te pareva.
La metro di New York è un intrico di colori, numeri e lettere apparentemente incongruenti: la prima volta non è semplice venirne a capo, soprattutto con la pisciarella e la stanchezza di un intero anno di scuola e lavoro sul groppone.
Ad ogni modo ce l’abbiamo fatta, abbiamo preso un taxi!!
Come da copione, il taxista era arabo, superipertecnologico, parlava al cellulare con qualcuno. Non guidava, semplicemente schivava macchine, pedoni ed ostacoli, io invece ho visto più volte la mia vita passarmi davanti agli occhi.
Alla fine siamo arrivati illesi a Chinatown, o meglio nel Lower east side.

Mi sento di fare un pò di pubblicità all’ostello nel quale abbiamo alloggiato che, per quanto non fosse il migliore di sempre, era abbastanza pulito, abbastanza attrezzato e locato in una posizione favorevole agli spostamenti: si trova a due minuti  a piedi dalle fermate di Bowery e Grand Street, tutta la zona è inoltre piena zeppa di ristoranti aperti anche sino alle 23:00 ed è ad uno schioppo da Little Italy, casomai voleste mangiare un piatto di pasta aglio e olio per la modica cifra di 13 dollari (anche se al Piccolo Bufalo abbiamo speso 71 dollari in tre, prendendo un’insalata, tre primi, un sorbetto ed un dessert).

● Link all’hostel su booking ●

Com’è Chinatown?
Di giorno Chinatown è strapiena di bancarelle di frutta, verdura e pesce fresco con tutta la testa, il che è una vera rarità! Gli occhi sono colpiti da mille colori diversi, insegne in lingua cinese (non so se mandarino o cantonese o…), le orecchie invece dal continuo vociare e contrattare. Per le strade il lezzo di urina e scarti del cibo fa spesso stringere lo stomaco o storcere il naso, ma talvolta si viene investiti dal profumo inebriante dei dolci appena sfornati ed è praticamente impossibile resistervi!
Queste strane bakery hanno dei tavolini e ci si può sedere a degustare queste paste a mille sfoglie, che sono un tripudio di bontà, vaniglia, zucchero, burro, colesterolo… emh, con la possibilità di accompagnarvi una tazza di latte o tè o caffè caldo o un glaciale bubble tea (ewww!)
Ci sono dei market che vendono moltissimi prodotti, etnici e non, in cui vengono sfornati dei buonissimi bun a prezzi imbattibili.
Diciamocelo, Chinatown è superabbordabile. Ma è anche supersporca. Negli angoli delle strade troneggiano cataste di buste d’immondezza il cui percolato è disgustoso e va a comporre rivoltanti rigagnoli oleosi ai margini della strada,  nei quali potersi romanticamente specchiare… Aaaah

La lingua parlata non è l’inglese, ma un miscuglio incomprensibile. Spesso i venditori ti ignorano o sembrano infastiditi dalla tua presenza, poi però capisci che dopo 30 anni di lavoro continuativo, alzandosi alle 4 del mattino, lavorando sino alle X di sera, “shine or rain” (includiamoci anche snow) e senza manco il barlume di un giorno libero, magari abbiano un lieve vorticamento di eliche e tutta sta voglia di sorriderti l’abbiano persa assieme ai buoni propositi di inizio anno cinese.

Chinatown, che ci piaccia o no, merita di essere vista e vissuta

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Comprare o non comprare il citypass?

Ero partita con l’idea di acquistare un pass per le maggiori attrazioni della città, poi per una serie di eventi fortuiti non l’ho comprato e MENO MALE!
Tralasciando la simpatica parte in cui mi sento male in vacanza con capogiri terribili che ancora mi fanno sentire come se la mia testa fosse una palla con dentro l’acqua e la neve, non siamo stati in grado di visitare nemmeno la metà dei musei e degli edifici che ci eravamo riproposti.
Probabilmente con questo avremmo risparmiato qualche fila o alcuni dollari, ma alla fine per me è stato molto più rilassante decidere dove andare e quando, senza sentirmi vincolata in alcun modo.

Non avrò visto NYC dalla corona della Statua della Libertà, ma ho comunque immortalato il momento a modo mio, fotografando PPB e Nerdy intenti a contemplare la magnificenza del panorama urbano.

● Link alla compagnia ufficiale che si occupa dei transiti da/per Ellis Island e Statua della libertà ●

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Ci sarebbero innumerevoli cose da dire su questa strana città che raccoglie sotto lo stesso cielo milioni di persone con background a volte tanto simili a volte agli esatti opposti, che ti rapisce, ti abbandona e ti fa sentire piccola come una formichina lontana dal proprio formicaio, ma per ora mi fermo qui, lasciando qualche foto…

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E voi? Avete visto NYC?

#33: Cosa bolle nella pentola (di fagioli)?

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Blop, blop, blop, blop. Puuuffffssssh!
Blop, blop, blop, blop. Pufffffsssh!

[Ti trovi in una cucina ampia e pulita. C’è un costante sottofondo di mestoli che incontrano padelle, padelle che incontrano fornelli, fornelli che incontrano dita e lingue che incontrano denti e palato per formulare imprecazioni.]

Cosa c’è dentro quella pentola che mescoli da ore?” dice Nerdy alle mie spalle.
Qui dentro? Ci sono i fagioli di tutti gli americani!” rispondo io, alzando le orecchie come un gatto vigile.
Nerdy rimane interdetto e, senza studiarmi oltre, alza le spalle e ritorna al suo pc, favorendo la crescita esponenziale delle sue valigie cerchiate di viola cupo che adornano preziosamente i suoi occhioni da cerbiatto. Anzi da toro. Anzi da mucca. Insomma, quei suoi begli occhietti dolci.

C’erano una volta gli americani
Un popolo unico, unito, indivisibile, sotto la guida di Dio, in un paese dove la giustizia e la libertà sono per e di tutti.

[Due minuti di silenzio.
Perché uno effettivamente non è sufficiente per metabolizzare questa… Emh. Questa affermazione. Sì.]

I figli degli usurpatori degli indiani d’America vorrebbero insegnare al mondo come si vive in un Paese libero, moderno, culturalmente avanzato, lanciandosi nell’impresa di spiegare cosa sia e come si raggiunga la felicità.
Forse per alcuni è davvero difficile credere che, in uno dei paesi più ricchi del mondo, esista un numero così spropositato di persone infelici. Sì, avete letto bene INfelici.
Sembra inconcepibile, ma la realtà dei fatti lo dimostra costantemente ed in ogni salsa: ordinano un panino e vorrebbero che questo fosse già lì, pronto a farsi mangiare dopo un solo secondo dall’averlo pronunciato; chiedono al salumiere 400 g di prosciutto, ma non vogliono aspettare che la carne venga affettata; mettono il cibo dentro il microonde e guardano ogni-dannato-secondo il timer; si siedono sulla sedia della parrucchiera e la incitano a fare più svelta. E guai a VOI se sbagliate nel porvi, anche solo impercettibilmente, deludendo le loro enormi, mastodontiche aspettative nutrite anche verso la più banale delle cose, che sia il dargli l’erroneo dressing per l’insalata o mancare la vocale del loro incomprensibile cognome.
La loro vita si basa sul principio di fast = veloce, che non contempla, né rispetta, il legittimo ciclo degli eventi, la genuina essenza della natura per cui “ogni cosa a suo tempo” ed un “tempo per ogni cosa“.
Essere fast ti fa guadagnare tempo, pertanto stanno sempre coi piedi per aria a rincorrere i secondi che sfuggono via.

Ma come dice Euripide (mica uno così a caso, eh!) “il tempo è breve e chi insegue l’immenso perde l’attimo presente.”
La loro ossessione per il tempo è legata a tantissimi fattori, uno di essi è sicuramente la loro impossibilità a vivere la vita, perché impegnati nello strenuo sforzo di contare i centesimi che guadagnano per comprare spasmodicamente tutto quello che desiderano, masticando dalle sessanta alle ottanta ore settimanali di servizio, presentandosi al lavoro con la febbre, foss’anche l’ebola mutante, per non perdere nemmeno 1 dollaro (e con un dollaro a volte non compri manco le caramelle!).

Un altro concetto chiave della loro esistenza è: tempo = danaro.
Se lo ripetono come un mantra la mattina appena scendono dal letto come zombie e, automaticamente, accendono la tv, mangiando una tazza di cereali colorati (con solo-il-tuo-dio-sa-cosa) di fronte allo schermo, ipnotizzati dalla magnificenza del nulla trasmesso h 24/24, sempre, ogni giorno, anche a Natale.
Il loro vero Dio è il soldo. Lo venerano, lo amano ed ammazzano nel suo nome. Ovunque nel Mondo è così, ma qui assume l’aspetto della malattia, della brama che sfocia quasi nella depravazione.
La loro sete di tempo è congiunta indissolubilmente alla fame di moneta sonante, perché con i quattrini, tanti quattrini, si può avere tutto quello che si vuole, e si possono barattare i sentimenti (interni a sé) per gli oggetti (esterni da sé).

Questa devastante concupiscenza sfora nel “Io voglio“, la vera parola d’ordine, l’imperativo costante che fa diventare l’uomo lupo tra gli altri uomini. Niente è più collettivo, frutto dell’unione e della condivisione, tutto è individuale.

Non gli va mai bene niente! Si lamentano di qualsiasi cosa: del tempo, dei soldi, del governo ladro, della cameriera chiatta, del medico caro, del giornalista zoppo, la casa è brutta, e quello che schifo, e l’altro che indecenza e questo come si fa, ma è mai possibile, ti rendi conto, male ovunque…

EHY EHY, cavolo prendiamo fiato!
Non si può andare sempre in giro con una pentola piena di fagioli che bollono e sono pronti ad esplodere da qui a poco! Per cosa si vive davvero? Per il Sole, forse. O anche per il solo fatto essere testimoni di quanto sia meraviglioso veder nascere un prato verde punteggiato di microscopici fiorellini, dove prima si estendeva a perdita d’occhio un manto di gelida neve! O ancora per abbracciare le persone che ami e, perché no, per mangiare una buona pila di pancakes allo sciroppo d’acero.

L’America è meravigliosa, sono gli americani ad essere sbagliati!

Caffè e lavoro.

Un abbraccio a voi, biscottini di zenzero.

(Nerdy ha chiesto se la cena era pronta, gli ho detto che ho buttato la pentola, con tutti quei fagioli sai che concerti poi! Si cena fuori!)

#32: Altro che 365…

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Pensavo fosse passata qualche settimana dal mio ultimo post… Altro che 365 notti, qui “si batte la fiacca SoldatA Nero.” (Soldata, sì!)

La verità è che ho dovuto rincorrere il tempo, come Alice col bianconiglio, mettere una pezza al mio inglese, prestarmi come operatrice a tempo determinato, tentare di recuperare la mia decadente forma fisica, stare dietro alle sregolatezze della PPB e riassestare gli acciacchi di Nerdy a colpi di yoga-fai-da-te.
Dopo aver smesso le vesti di Wonder Woman (scusate la modestia), ho realizzato di aver trascurato drammaticamente il mio diario virtuale. Eppure mi ero ripromessa di

Ecco promessa e ripromessa, mannaggia a me.

Nel frattempo, per alleggerire il carico, ho aperto un nuovo diario, stavolta cartaceo e alimentare, dove annotare tutti i miei lauti pasti, le ricette più light e sane, i miei (frequenti) sgarri, il peso, le misure, i battiti cardiaci, l’acqua (seh… acqua…) tracannata, i passi, gli esercizi fisici e gli sforzi mentali per tenere a bada quella bestiolina che è rinchiusa da qualche parte dentro la mia anima e grida, come un’ossessa, testuali parole:

IO. ODIO. LE. REGOLE.

Ed è anche un po’ colpa sua se il mio piccolo, adorabile e verdeggiante giardino virtuale di tanto in tanto s’inaridisce.

Cos’ho fatto in questi mesi nella terra scoperta dal Cristoforone nostro?

1) Ho mangiato.
   Tutte le cose più buone e grasse e lucide conosciute al mondo.

2) Ho estratto un dente del giudizio.
Veramente me l’hanno estratto alla modica cifra di 434 verdoni, ma il risultato è lo stesso…

3) Ho criticato i costi della sanità.
Ma ne ho elogiato la rapidità e l’efficienza.

4) Ho provato a capire come ragionano i nativi.
Non ci sono ancora riuscita. Ed il massimo della mia perplessità è stato raggiunto di fronte ad una maglietta con la scritta “I’m NOT sorry.”
Se questo è il massimo della ribellione che riuscite a manifestare, amici a stelle e strisce, allora
Ma l’importante è crederci! (E loro ci credono duro e puro, siori e siore!)

5) Ho guardato qualche telefilm.
Ma di questo voglio parlare in un altro momento.

6) Ho aperto un account pinterest.
Dice:”E che non ce l’avevi ancora?”
E no! Non ce l’avevo!
Appena capirò come, lo sincronizzerò a questo disgraziato diario!

Ammazza se vola il tempo!

Ad ogni modo ECCOMI, o meglio ri-eccomi, a scrivere nuovamente!

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#31: Ah chicco, fa ‘mpochetto de freddo!

Eccoli i nostri impavidi eroi!
Nascosti in volto da una celata di lana di pecora a maglie strette, protetti sul corpo da una tuta di pile e vari strati di cotone grosso, sfidano la neve e le raffiche di vento che viaggiano a 100 km/h!
Le scarpe in VERA finta pelle sembrano ormai pezzi di vetro e, ad ogni passo, scricchiolano pericolosamente, minacciando di infrangersi in mille pezzi.
Non appena i due guerrieri bardati da testa a piedi si fermano per un secondo, le gambe rischiano di diventare dirette propaggini del ghiaccio che ricopre l’asfalto.

Nonostante la frenesia a cui tendono gli eredi di Franklin, i nostri encomiabili prodi conducono in maniera eccelsa la battaglia contro il nemico in arrivo e decidono di scagliarvisi addosso, con tutta la loro metallizzata carrozza moderna: un catorcio che se lo vedesse Giulio Cesare ci chiederebbe se vogliamo versarlo e fare a cambio con una biga da combattimento del suo tempo, sostenendo che sarebbe meno demodè.

Le foreste a bordo del trafficato sentiero sembrano provate dalla tormenta. Molti alberi resistono, lottando contro questa forza invisibile che li vorrebbe vedere piegati o, peggio ancora, sradicati dal suolo! Ma loro no! Stanno in piedi, sti poracci.
Tutti tranne due che, all’improvviso e con un agghiacciante grido di dolore, si spezzano e si accasciano poco distanti l’uno dall’altro.
Il cielo, bianco ed immutevole, è minaccioso: nella sua luce di un candore abbacinante nessun uccello libra lieve e spensierato. No!
Gli Yankee, ammantati da scafandri e maschere antiatomiche, irrompono nei supermercati ed intimano a chiunque si frapponga tra loro ed il latte in bottiglia di allontanarsi immediatamente, pena la morte immantinente per colpo d’arma laser.

Nel bel mezzo di questo scenario leggendario, una voce sottile risale da qualche lontano abisso…

“Scusa Nerdy… Non vorrei romperti l’epicità, ma…”
“Eh?”
“Non trovi che faccia un po’, pochino, pochettino… dico, piccolo eh… di freddo?”

Proprio così. Ci comportiamo come dei veri europei disfattisti. Attorno a noi la gente quasi si strappa i capelli per prendere un tozzo di pane al supermercato, mentre noi pascoliamo placidi dentro le corsie con una flemma letale, scegliendo meticolosamente uno ad uno i prodotti da introdurre dentro il carrello e contando calorie, grassi, carboidrati e zuccheri, manco fossimo dei grandi intenditori.

Ok, sarà una notte buia e tempestosa.
E se lo dice il “The Guardian“, io ci credo!

Snow Meme 10

Voglio rendervi partecipi anche di questo.

#30: Rispetto? Si mangia?!

Partiamo dal presupposto che tutti siamo destinati a lasciare questo mondo crudele.
Un dato di fatto, appurato, così è e così ci tocca.

La morte ci ossessiona talmente tanto che qualcuno ha sentito la necessità di aprire pagine come questa, di creare classifiche e premi ironici (tipo il premio Darwin) chiaramente consegnati a gggenteintelligente, capace di autoeliminarsi da questo allegro circo o compromettere la possibilità di riprodursi in modo irreversibile e davvero inconcepibile, ma fattibile, eh!

Confesso che qualche volta mi capita di farmi quattro o cinque risate, leggendo qua e là di come gli esponenti del genere umano ci tengano a confermare la teoria di Einstein sull’idiozia, ma secondo il mio modestissimo ed inutilissimo parere esiste un limite chiamato “decenza”, sconosciuto ai più.

Di recente in Italia ci sono stati vari lutti nel mondo dello spettacolo.
Ecco come vengono annunciate le morti nella mia homepage di FB:

1.”Ehy, adesso non rompete i cogl****i con questo st*** di ****, perché non era un c*** di nessuno.”
[con foto annessa del defunto, logicamente, giusto per non creare inutili equivoci!]

2. “Non ve lo siete cag**** in vita, adesso è un santo. Ma andate affan**** voi e pure lui

3. “Ciao ****, insegna agli angeli a suonare/cantare/ballare/fare l’attore. ANZI, fatti insegnare qualcosa visto che quando eri vivo non valevi proprio niente.

E via di “like“, come se piovesse! Tutti felici, tutti talmente soddisfatti da darsi delle pacche sulle spalle e fare finta che l’autodeterminazione di sé inizi e finisca con i “mi piace” ricevuti o, peggio, con i commenti degli amici-opinionisti, il cui spessore è talmente piatto che rasenta il sottosuolo.

Tutti loro, infatti, conoscono perfettamente la vita del neo-trapassato, dalle passioni ai dolori, poichè hanno partecipato e/o contribuito alla formazione di un percorso, facendo proprie le vittorie guadagnate con fatica, i traguardi raggiunti o anche le cocenti sconfitte. Hanno tenuto la mano di uno di quei parenti in lacrime, sostenendolo nel tragico momento del distacco finale…
Cazzo, ma se parlassero così di VOSTRA MAMMA? o di vostro padre, nonna, sorella, fratello, amico del cuore e del culo?

Questa ipocrisia schifosa mi crea davvero un disagio sconfinato e penso alla pochezza di quanti, di fronte alla tastiera del loro computerino, il cui uso si limita alla pubblicazione di cattiverie gratuite che non servono DAVVERO a nessuno, si sentono dei super-eroi, quelli che non-devono-chiedere-mai, quelli che “ma io dico solo quello che penso“, “ma io dico quello che tutti pensano e che non dicono perché sono ipocriti“.

AH, ma davvero?! E non vi prendete ALMENO un minuto per pensare a come non urtare il prossimo? Ma no, voi siete quelli troppo toghi, quelli che “la verità prima di tutto”, ma IO prima ancora della verità e soprattutto davanti a tutti quanti voi messi insieme.
I capofila delle teste lucide, insomma.

Poi sono gli stessi idioti che quando muore il loro idolo dell’underground si sprecano in piagnistei patetici, erigendo altari fatti di fuffa e aria fritta e stilando un epitaffio degno di Leopardi. Però voialtri, a cui non arriva la profondità del mito alternativo che è stato un pilastro degli anni X, perché era uno sperimentatore estremo, un grande, un vero intellettuale, uno per cui vale la pena di spendere due o tre parole DOPO che è morto, VOI (ripeto!) non avete diritto di ideare una dedica, di esprimere un pensiero positivo nei confronti di uno (chiunque esso sia) che per voi ha contato qualcosa perché magari ha accompagnato momenti della vostra vita, componendone la colonna sonora, per esempio, perché finireste subito con l’essere bersagli sensibili dei capofila che vi bombarderebbero (sui propri profili privati) di insulti indiretti (e se voi chiedeste “Ma era per me?”, vi sentireste rispondere “MA QUANDO MAI! MA SCHERZI?!“. No, non sto scherzando, idiota.).

Ecco, tutto questo ha a che fare col rispetto.
Una parola che vuol dire tutto e tutto il suo contrario. Tutti VOGLIONO rispetto, pretendono di spalare montagne di schifezze addosso a chiunque, in nome del “rispetto” (ovvero, tu devi rispettarmi, io però posso fare quello che mi pare con te, coi tuoi sentimenti, con la tua inutile e miserrima vita).
Ma cos’è questo “rispetto“?
Forse è rispettoso tacere, qualche volta, e piantarla di comportarsi da veri duri dal cuore di titanio.

#28: you’re going to have an “A”!

L’avrò sentito (e scritto) giusto?
Ebbene, sono passati 2 mesi e mezzo. Diggià? Are you kiddin’ me, dude?
Unfortunately I’m not.

In questi due mesi e mezzo ho “passato” 2 test, il primo con 96, il secondo con *rullo di tamburi* 100!

Ok, ok. Non sono ad Harvard o a Yale. Sono una semplicissima studentessa di una scuola che insegna l’inglese yankee e that’s it!
Il mio obiettivo è imparare e imparare ancora.

Nerdy ancora bestemmia per la sua F. I’m so sorry, come dicono di continuo qui – anche quando non sono sorry proprio per niente.

Per festeggiare questo traguardo ho deciso di ricominciare ad avere un’alimentazione accetabile in termini nutrizionali. Questo significa che mentre gli altri oggi si abbufferanno con le lasagne e tiramisù, io mangerò la mia insalata col tonno e pomodori ed i miei 60 grammi di riso integrale.

Come dolce, cosa gradisci Man? Un caffè, grazie.

Dimenticavo un dettaglio…
Dev’essere senza zucchero.

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Coff… Coff…