#46: Riguardo alle malattie mentali

Esco di casa in pijiama per andare a recuperare il kindle dall’abitacolo della mia autovettura, accompagnata da un inconfondibile sottofondo meccanico, il rombo sordo dei motori industriali che, instancabili, macinano olio, day-in-and-day-out, rompendo il silenzio di questa notte di tormenti.
Le finestre si spengono sulla via principale del paese, il che mi evoca lesto un umore atrabiliare, “così tra questa immensità s’annega il pensier mio“…
E il naufragar, onestamente, è dolce come un sorso di acido cloridrico a freddo – quello che ti manda all’ospedale perché eri convinto fosse acqua.

Per chi ha la testa incasinata come me è difficile fermarsi e valutare.
Inspirare ed espirare.
Ricordarsi di non essere sopra un treno che va a 300 km/h, ma di muoversi a piedi, con delle fantastiche Vans, la cui tela s’adorna d’una morigerata fantasia raffigurante una castigatissima Princess Peach contornata di stelline psicotrope dell’invincibilità – e Mario bestemmia contro quel lestofante di suo fratello Luigi che, nonostante in tutta la saga sia stato solo una spettrale comparsa, riesce pure a sottrargli la donna dei suoi sogni, lasciandolo a bocca asciutta, per non dire altro.

La testa incasinata, argomentavo, non aiuta nelle scelte quotidiane, né a lungo termine, né estemporanee; ogni decisione diventa un’impresa epocale che grava sul cuore, peggio dell’anello del potere che Frodo è costretto a sobbarcarsi, smazzandosi tutta la strada che, dalla Contea Baggins, conduce dritta dritta al Monte Fato. A piedi. Senza scarpe. Con Gollum che gli sfrangia le pudenda ogni tre per due. E Sauron che con il suo occhio vulvico gli strizza il cuore e la mente anche a distanza di centinaia di migliaia di miglia. E mettiamoci in mezzo anche la storia d’amore scassaminchia tra Arwen e Grampasso. E gli Hurukai. E tutto il carrozzone di Elfi, Maghi e personaggi insopportabili, Tom Bombadil in prima linea.

Nell’immaginario comune la persona affetta da disturbi o disordini mentali si tramuta magicamente in un mostro privo di ogni capacità di discernimento razionale, incapace, inaffidabile. In realtà esistono una moltitudine di patologie che comprendono ANCHE tali specificità – mostri a parte – ma il più delle volte si tratta di casi limite.

Quando i profani sentono parlare di “instabilità“, ti vedono già girare tra i corridoi imbiancati di un reparto Psichiatrico, con indosso una bella camiciola candida, munita di eleganti cinghie e lacci regolabili, one size fits all.

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Eppure non è esattamente così che funziona.
L’instabilità affonda le sue robuste radici nel terreno fertile dell’infanzia, quando mamma e/o papà non riconoscono le nostre esigenze primarie: amore, validazione emotiva, considerazione positiva. La discrepanza tra la percezione individuale e quella genitoriale comporta un’incoerenza di fondo che può sfociare, anche in età adulta, in devianze, dipendenze, alterazioni psicologiche di lieve, media e grave entità.
C’è chi si accorge di avere un problema, chi invece lo cova inconsapevolmente, chi vuole smettere di soffrire ma non sa da dove cominciare, chi decide di rivolgersi ad uno specialista.

Io faccio parte dell’ultima schiera, ovvero quelli che hanno riempito il sacco sin sopra l’orlo con sofferenza e rabbia, tanto da essere costretti ad appellarsi alla mano salvifica di uno che di cervelli ne capisca effettivamente qualcosa.

I veri pazzi, sussurra qualcuno, affermano di non esserlo.
C’è una buona speranza, dunque, che nel mio cammino verso il Monte Fato riesca anche io ad incontrare un saggio come Gandalf, in grado di indicarmi la via e che io stessa, con il solo tripode delle mie forze, riesca infine a gettare tra le fauci infernali tutto il nero che mi fa annaspare.

anello del potere

(ma quanto è figo l’anello del potere, eh? Dopo quelle due o trenta gocce, poi, ancora deppiù)

#45: Altro giro, altra corsa

Con la musica nelle orecchie imbocco il solito gate, indossando delle sobrie scarpe cromate che riflettono di luce propria, mentre attorno a me una marea di ragazzini tedeschi dell’età di PPB – che ora dovrei chiamare PAB, ovvero Piccola Adolescente Bubbonica, il che calzerebbe alla perfezione con la costellazione ormonale cutanea in germinazione, segno distintivo del suo passaggio da bocciolo ancor chiuso a fiore acerbo- che tornano, tra sandaletti e cozze di piede allevate accuratamente sin dalla nascita, in patria con gran ricarico di grana padano ed endorfine smollate a secchiate da Sole, vento, vino e trallallà (si spera).

Ma dicevo, mi piazzo sul sedile e per ammazzare il tempo, una volta preso quota dopo il decollo, decido di concedermi una tazza di prelibato caffè finto-americano, dal retrogusto di terra fresca di Hiroshima del secolo scorso, e di leggere qualche riga di un libro di Agatha Christie, che male mai ha fatto, il cui pezzo forte è decisamente Poirot che risolve a mezzo di sofisticatissime tecniche di indagine (aka: occhiometro) qualsiasi caso gli passi sotto il nasone; è proprio un gran figaccione supersmart che se la suona e se la canta in totale solitudine, sollazzandosi del suo medesimo acume sferzante.

Di nuovo sull’aereo, rimembravo, a cambiare Stato e non cielo, a mestare con più impegno il brodo dei pensieri ed altre solite menate da descrivere romanticamente, come semper accidit quando, dopo 19 ore sveglia, gli arcobaleni di unicorni si sostituiscono al mio solidissimo raziocinio.

Di. Nuovo. A. Cercare. Qualcosa. Che. Non. So. Cos’è. (ched’è)

Il mio legame con l’aereo è intriso di quella dicotomia catulliana di Odi et Amo, dove tutto è molto bello e profondo, ma mette alla prova l’elasticità dei miei nervi.

Forse dovrei chiamare questo dualismo con il suo vero nome: bipolarismo.

Anyways.

L’aereo arriva in fretta – o forse ho solo l’impressione che sia così, dato che mi addormento, ormai puntuale come i treni di quando-c’era-lui, ogni santissima volta – e vengo immediatamente abbordata da un organizzatore di eventi culturali, vestito da hip-hip-hurrà che Patty Smith in confronto sembrerebbe una principiante nel genere, con accento alla Manuel Agnelli della poratchitudine, irrompendo, dal nulla cosmico più profondo, al caldo interrogativo di “smezziamo un taxi?” – il pubblico da casa ha suggerito di rispondere “No,” col 99,9% dei voti ed io non ho davvero potuto sottrarmi alla sua cortese raccomandazione, senza contare l’intervento prontissimo della back-voice nella mia mente che sibilava di non accettare caramelle dagli sconosciuti, figurati un fifty-fifty di condivisione auto.

Declino cortese il gradito invito e tento di defilarmi, ma nulla. Sorbisco con interesse moderato, quasi da encefalogramma piatto, tutta una serie di argomentazioni che ora mi sfuggono, un peccato non poterle riproporre come avviene con la lasagna del pranzo di domenica.

A salvare la nostra beniamina, giunge da un punto indistinto ad ovest (?) un un losco figuro barba-munito che, con estrema noncuranza, estrae l’arma segretissima di distruzione di massa, la fatality che nessun uomo vorrebbe mai provare sulla propria pelle, quella che farebbe dilatare il tempo e sublimare lo spazio: l’abbraccio coeur-á-coeur.

Flaviano, l’uomo dei drappi floreali e del peace-and-cultural (?), diviene un pallido spettro che svanisce al primo raggio di luce irradiato all’alba.

Ed in effetti il cielo sopra la città degli Orsi è baciato dal Sole.

Da questo punto in avanti la storia assume una piega ed una forma ben diverse da quel che mi aspettavo. Sebbene mi verrebbe da citare in eterno questo trittico di giornate come “l’umiliazione di Canossa“, ma solo per l’uso sostanzioso di ginocchia supplici e per similitudine della durata in giorni della stessa, mi limiterò invece a ricordarlo così com’è ovvero una corsa rampante nel bel mezzo del cammin di nostra vita, con selva oscura annessa e gironi d’inferno abbastanza succulenti, quanto dannatamente pericolosi.

Cosa ho imparato, dunque?

1. Al cuor non si comanda, ma alla forchetta anche meno;

2. Quei 2/4kg o li perdo o non diverrò mai più un essere vaj-munito appetibile;

3. Esistono muscoli del corpo che non sapevo di avere, ma forse anche pareti;

4. Non sono l’unico esemplare di umano a non saper vomitare;

5. Ci sono persone che, nel loro buio, hanno più luce da dare di quanto possano anche solo lontanamente immaginare;

6. È ora che torni in psichiatria 2, con Carla che mi chiede soave “esattamente, che emozioni hai provato? Credi di poter sopravvivere senza annegare nel lexotan?”

7. Berlino è bellissima ed ogni volta un suo freak mi si deposita dritto dritto dentro l’heart.

Sono le 7, caffè?

#43: Il diario di una donna ansiosa

L’ansia è come una mano nera che ti soffoca, opprimendo il petto, mozzando il respiro, scoperchiando il tombino delle tue paure recondite, incuneandosi in qualsiasi anfratto del tuo essere, fino ad una completa paralisi.

Ecco, paralizzata è come mi sento.
Vorrei solo piangere tutte le lacrime che mi sono rimaste e farla finita ora e subito, ma con quale coraggio?
Mi guardo allo specchio e nei miei occhi riesco a scorgere un lago infinito di angoscia. E’ buio e non c’è nemmeno una falce di luna ad illuminare il mio cielo.

I mostri stanno risalendo il pozzo, aggrappandosi alle asperità delle pareti. Li sento grattare con un unghie sordide l’esofago, al ritmo delle pulsazioni cardiache che aumentano ed echeggiano in modo eccessivo dentro le orecchie.

Punti interrogativi costellano il panorama corvino dei miei pensieri e sembrano croci bianche, epitaffi senza voce, con un carico troppo opprimente da consentire loro d’ottenere una risposta.
Passeggio nel mezzo e difficilmente riesco ad orientarmi dentro l’enorme caos che mi attanaglia.
“Come stai?”, il vuoto.

Allora, per scongiurare la follia, mi appello alla parte sana di me stessa, quella spensierata e felice, in grado di ironizzare anche sulla più bieca delle situazioni, ma deve essersi presa una lunga vacanza dalla sua gemella cattiva che, strisciando sibilante, si è seduta sul trono e con lo scettro nero dileggia quel poco che rimane della stabilità su cui a lungo ho lavorato.

“Tu non sei mai stata felice”. E hai ragione, non lo sono mai stata.
“Hai sempre cercato quel che non avevi, senza mai guardare alla bellezza delle cose essenziali di ogni giorno”. Mea culpa, mea maxima culpa.

La vita è così, imprevedibile e selvaggia. Un giorno ti porge un piccolo raggio di sole, poi, alla stessa velocità con cui ha donato, ti toglie il pavimento da sotto i tacchi.

E cosa puoi fare, se non precipitare?

#41: Sibilla Aleramo e “Una donna”

In questa giornata uggiosa e fredda di Gennaio ho deciso di dedicarmi alla “recensione” di un libro che, se non avessi fatto parte del book club Pasionaria, non credo avrei mai letto.

È stato però una piacevole sorpresa, per cui è bene parlarne.

Premetto che negli anni mi è capitato di essere stata chiamata “femminista” in modo dispregiativo da più di un uomo, specialmente in ambito scolastico.

E sì, perché mai una donna ha ardito tanto nei miei confronti (a parte chiamarmi puttana alle spalle, ma quello lo fanno anche gli uomini).

Non ho mai sentito di appartere al gruppo femminista per vari motivi, primo fra tutti il loro modo, spesso aggressivo, di trattare col resto del mondo.

Poi un giorno mi sono detta che forse se sono tanto incazzate, ‘ste donne, un motivo valido lo avranno pure. Andando a ritroso nella storia spiccano pochissimi nomi femminili a differenza degli stuoli di medici, pensatori e filosofi  che saturano il panorama culturale.  Non credo, anche guardando molte di quelle che conosco, che le donne di allora fossero meno intelligenti di quanto non lo siano quelle che vivono in tempi moderni, o che mancassero di qualche qualità fisica o cognitiva tale da inficiare la validità del loro pensiero critico. Più semplicemente, l’accesso agli ambienti scientifici, filosofici e culturali veniva loro precluso per ragioni di stampo sessista.

Nella scala sociale la donna era collocata un gradino sotto l’uomo, perché ritenuta inferiore, debole e inadatta ai ruoli di potere.

La società occidentale ha sempre delegato alla famiglia carichi onerosi, come l’allevamento e l’educazione primaria dei figli, affidando distintamente la responsabilità della prole alla madre e quella del mantenimento economico al padre.

L’uomo, grazie al salario, era “libero” ovvero aveva la possibilità di spendere il danaro come meglio credeva, a volte in modo egoistico, altre per le necessità della famiglia. Alla donna talvolta veniva concesso di amministrare le entrate, ma in più di un caso non lavorava ed era quindi dipendente dal marito; le sue necessità venivano scavalcate da altre priorità, spesso legate al benessere dei figli.

In una società in cui l’uomo è “forte” e la donna ha un valore infimo, le violenze a qualsiasi rappresaglia o dissenso manifestato tra le quattro mura domestiche sono all’ordine del giorno.

Ed eccoci arrivare al dunque: “Una donna”. Questo libro viene considerato uno dei capisaldi della letteratura femminista, poiché descrive, talvolta con caratteri irreali e idealistici, avvolti in spirali di anacronismo, l’intera vita di una donna, Modesta, che di modesto non ha nulla. 

La trama si svolge in un vortice di eventi, dipinta sopra un magnifico sfondo siciliano Novecentesco, secolo ricco di avvenimenti che sconvolgeranno la storia mondiale e la storia delle donne italiane.

I temi principali sono la libera sessualità,  l’amore, la prole, l’indipendenza, il lavoro intellettuale femminile e l’eterno dilemma di Eva contro Eva.

Senz’altro da leggere e da “sognare”.

#39: la maledizione

Vorrei non essere nata con la maledizione di poter sentire anche quello che non viene pronunciato, di poter percepire quando non piaccio a qualcuno nonostante i miei sforzi di  agire in modo carino, mettendoci dentro tutta la mia energia e buona volontà.

Vorrei non essere nata con la maledizione di essere al posto giusto ma al momento sbagliato, di non essere mai abbastanza -mai abbastanza isolana, mai abbastanza italiana, mai abbastanza all’altezza, mai abbastanza simpatica, comprensiva, compiacente, interessante.

E’ la storia della mia vita che si ripete all’infinito. E’ la maledizione che si avvera e si rigenera, nutrendo se stessa, nei secoli dei secoli (amen).

Mi sembra di essere scivolata dentro un buco nero senza fine e senza senso che, giorno per giorno, strappa un pezzo della mia anima e lo fa scomparire in un baratro oscuro ed inaccessibile.

Mi sento persa dentro questa valanga di delusioni, lacrime, dispiaceri e rabbia.
Rabbia di non essere accettata dalle persone che vorrei vicino, rabbia di non essere amata come credo ogni essere umano in questo mondo voglia e meriti, rabbia di venire esclusa, di non aver abbastanza coraggio per cambiare una volta e per tutte le ingiustizie che ho subito e che, in modo silente, continuo a subire.

Non ho chiesto quel che mi sta capitando, non lo volevo e non lo voglio. E mi fa male.

Chi non è mai stato lontano dal proprio Paese, dai propri affetti, chi non ha mai dovuto confrontarsi con persone a cui non interessa sapere, né – figurarsi- comprendere, quanto sia difficile vivere a mille miglia dal tepore famigliare, chi è chiuso dentro i suoi schemi mentali, ricamati di gelosia, avidità,  menefreghismo, altezzosità e maree di capricci, pensa solo ed esclusivamente a sé, senza andare oltre la punta del proprio naso nemmeno di un piccolo, insignificante millimetro.

In mezzo al mio petto sento solo un gran vuoto, anche se accanto a me ho le due persone che amo di più al mondo.
E’ come se la foresta rigogliosa dei miei propositi stia lasciando spazio ad un deserto roccioso, arido e misero come non è mai stato prima d’ora.

La vita mi sta dando una lezione indimenticabile.

Davvero, indimenticabile.

#37:Lunchbox

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Lunchbox” è un film del 2013, ambientato in un’India recente, successiva o subitaneamente contemporanea al 1995, data in cui Bombay è divenuta Mumbai, luogo in cui la vicenda prende vita.
I personaggi principali sono tre: Ila, che incarna la tipica madre, moglie e casalinga indiana, ligia al proprio dovere di angelo del focolare, Sajaan, che lavora nell’ufficio contabilità di una importante compagnia, e Shaik, un orfano senza arte né parte che verrà affiancato sul lavoro come apprendista a Sajaan.

La vicenda fa perno su una falla del sistema di consegna del cibo, in particolare quello recapitato agli uffici durante le pause pranzo, che a Mumbai è affidato ai dabbawallah, “fattorini”che si muovono su bici in mezzo all’ intenso traffico cittadino e che sono spesso analfabeti. Nonostante questo piccolo neo, la loro conoscenza complessiva delle strade gli permette di limitare gli sbagli nella distribuzione dei viveri.
Sarà proprio per un errore di consegna che Ila “incontrerà” Sajaan.
Tra loro inizierà uno scambio di piccoli biglietti, attraverso i quali i due si narreranno l’un l’altra le proprie perplessità sulla vita. Il cibo diviene non solo un mezzo per nutrire il corpo, ma soprattutto per sfamare l’anima.

Sajaan durante il momento del pranzo ricerca un’intima solitudine per godere e del pasto e delle parole di Ila, per quanto poche, ma viene spesso interrotto dall’apprendista.
Ad un certo punto i due uomini si ritrovano a pranzare allo stesso tavolo. Il protagonista invita il giovane ad assaggiare le portate ed il ragazzo, favorevolmente colpito dalla bontà del cibo, chiede che venga ordinato anche per lui un pranzo del genere per i giorni a venire, ma Sajaan, mentendo, asserisce che a breve il ristorante che fornisce lui il quotidiano pasto verrà chiuso, perché in India, anche di fronte ad un lavoro svolto ottimamente, non viene riconosciuto “il merito”.
L’ovvia critica al sistema politico Indiano, per quanto all’interno del contesto appaia come una debole lamentela, innesca nello spettatore un senso di disagio e di riconoscimento immediato nei due protagonisti: quante volte al ristorante o al bar o a casa, di fronte ad un piatto caldo, ci si è ritrovati a maledire l’inefficienza dello Stato? Penso che persino ora, da qualche parte, qualcuno stia argomentando in merito.
Inoltre la critica è avvalorata dalle immagini proposte, che risultano quasi uno schiaffo morale e visivo: le strade, le costruzioni e le persone vengono rappresentate nella loro crudezza e verità. Il sudiciume e il caos  urbani si riflettono nella vita quotidiana, anzi ne fanno pienamente parte.

Nonostante i leit motiv di questo film siano in un certo senso la quotidianità, l’amore e l’intimità personale, viene introdotta anche una tematica a me molto cara, che è quella della condizione femminile all’interno della società indiana.
Anche se le figure femminili all’interno della pellicola sono ben presenti, la loro essenza è inscritta in quello stigma sociale che pervade la struttura della società complessa dai suoi albori.
L’opposizione, contrastata dalla rassegnazione riguardo l’archetipo di donna-madre, donna-casalinga e donna-sottomessa  prende voce gradatamente sino a raggiungere il proprio acme in una scena che vede come protagoniste Ila, sua figlia e sua madre di fronte al letto del padre malato.
Ila, accortasi della precaria situazione economica in cui versa la sua famiglia d’origine, si propone di prestare/regalare una certa quantità di soldi per le cure del padre; la madre rifiuta dicendo << Siamo donne, ti sembra bello chiedere continuamente i soldi? >> sottolineando che se il padre malato avesse scoperto tal fatta, l’umiliazione derivata avrebbe in un certo modo macchiato l’onore familiare.

 
Lo scambio di epistole tra Ila e Sajaan iniziato così per caso, prosegue in un fiume discorsivo tra i due sconosciuti protagonisti e si tramuta in un dialogo con il proprio inconscio; le riflessioni sulla vita vissuta conducono ad astrazioni, viaggi più profondi dentro la psiche dell’uomo.
In una scena che mi ha colpita molto, Saajan dice : << Verso sera mentre andavo alla stazione con Shaikh – Shaikh ed io lavoriamo insieme -, mi sono fermato a guardare i quadri di un pittore: sono quadri tutti assolutamente identici, ma se li guardi da vicino, molto da vicino, vedi che sono diversi. Ognuno leggermente diverso dall’altro: qui un’automobile diversa, lì un passeggero sull’autobus diverso, perso nei suoi pensieri, un cane randagio che attraversa la strada, qualunque cosa avesse attratto l’attenzione del pittore quel giorno… e in uno di quei quadri ho visto me stesso! O almeno penso si tratti di me.
Mi sono concesso un risciò.
Le vecchie case dei bambini con cui giocavo da piccolo non ci sono più. E anche la mia vecchia scuola.
Ma alcune cose sono rimaste le stesse: il vecchio ufficio postale c’è ancora e l’ospedale dove sono nato, dove sono morti i miei e mia moglie.
Penso che dimentichiamo le cose quando non abbiamo qualcuno a cui raccontarle
.>>

Mi è piaciuto questo film?
Decisamente!

Lo consiglio?
Se vi piacciono le commedie drammatiche, dategli una chance.

#34: Quant’e’ difficile dire “Io sono bella”!

Ma Christopher Lambert! Guarda che buco di cellulite ho qui.”
Perche’ non hai guardato bene quanto mi e’ sceso il culo. Guarda qua!”
Vuoi mettere con questo lardo intramontabile di cui sono munita sul salvagente?! No, veramente.”
Ma che lardo e lardo. Io ho dei very lardominali. Sembro incinta di sei mesi!
Io di nove e quando nascera’ la chiamero’ Pizza

Oggi in classe stavamo parlando di bellezza, uno degli argomenti piu’ controvers ed incredibili del Mondo.
E’ molto difficile parlarne, perche’ e’ talmente vasto da perdercisi dentro senza speranza di uscirne fuori, se non aggrovigliati tremendamente, come un gattino minuscolo che gioca con tanti fili di lana, oppure come Renzi che prova a parlare in inglese e finisce con l’emettere suoni intermittenti e –ssshish.
Ad ogni modo, per focalizzare in maniera piu’ umana questo abisso, del quale sin dall’antica greca si dibatte e ci si prende per I capelli, ci e’ stato un proposto un fantastico link in cui una Modella ci dice:

Ragazzi, l’aspetto non e’ tutto e se ve lo dice una top model dovete crederci!”.

E OK, qualcuno ci crede, ma ci credono un po’ meno le donne, spremute da una realta’ ben diversa da quella che appare nelle riviste, quelle a cui qualche KG di troppo va stretto, perche’ nell’immaginario collettivo bello=magro e non bello=sano!
Quelle a cui il marito dice che tanto sono ciccione e non riusciranno mai a diventare come [nome-Modella-a-caso]. Quelle che “smettila di zampettare di fronte alla TV che sembri un’oca“, quelle che dopo aver sfornato prole si sentono svuotate ed impoverite di tutto. Quelle che quando il capo, o uno stronzo qualsiasi, approfitta di un sorriso per metter loro una mano sul culo, si chiedono “cos’ho fatto di sbagliato?”. Perche’, diciamocelo, certi uomini ritengono che la pacchetta affettuosa sia un “riconoscimento” a qualcosa, di cui non so darvi una sincera spiegazione. Solo bestemmie, al momento,ma torniamo al “quelle che”. Dicevo
Quelle che vogliono migliorarsi sempre e comunque, ma poi si perdono perche’ non esiste un vero perche’ e, se c’e’, e’ troppo profondo o doloroso per poter essere tirato fuori. Non abbiamo mica sempre la pazienza di un tombarolo egizio, noi!
Quelle che “sei bella”  “mi stai prendendo in giro?” quelle che quando si guardano allo specchio si vedono come Nessy, nascoste sotto la placida superficie del Lago di Lockness.

Il nostro corpo non ci andra’ mai bene. Ci sentiamo sempre sbagliate, informi e sgraziate, diamo la colpa alla bilancia, allo stress, al ciclo, alla stagione, alla fame atavica che ci prende dopo ogni pasto. Ci ammazziamo di palestra per diventare come quell’attrice la’. E troppo spesso ci sentiamo sporche e deboli, come quando da bambine venivamo scoperte a mangiare la cioccolata, di cui lasciavamo traccia per casa, appoggiando le nostre manine tutte appiccicose su qualsiasi superficie – meglio se riflettente, certo!
Dietro la nostra costante ricerca di perfezione, si cela la paura, l’imposizione sociale e centaia di altri pesi inutile e medievali che continuiamo ad osannare come dei cretini!
Detto cio’, qualche volta dovremmo ricordarci che belle lo siamo davver facendoci qualche dovuta coccola, portandoci a cena fuori, comprandoci un bel paio di scarpe celesti fluo per andare in palestra, stando con persone che ci stimano e ci sostengono, ma soprattutto smettiamo di vittimizzarci.

#26: Mh, mh.

Stavo cercando una ricetta al PC.
Una di quelle sfiziosette che mi ritrovavo a creare, voglia&tempo permettendo, quando vivevo in Italia. Nel bel mezzo del mio momento cogitabondo, sono stata colta da un pensiero fulminante “Porcocane. Sono dall’altra parte del mondo!”.

Chi ha deciso di emigrare (e ce l’ha fatta) è stato secondo me investito da questo pensiero e stato d’animo più di una volta!
Eccomi preda di sconforto, così, improvvisamente.

In realtà il pensiero consecutivo è stato “Non posso raggiungere mia madre/mio padre/mia nonna/la mia amica/mia suocera quando mi pare“.

La distanza.

Un problema che mi ero posta in precedenza, prima di essere fisicamente nella terra dei cowboy, ma che non avevo mai concretamente fatto mio.

Sta scorrendo via la quinta settimana di permanenza e ne trascorreranno probabilmente tante altre, lontana dai miei affetti. Presto arriverà l’inverno e la neve ed il buio presto. E saremo solo Nerdy, PiccolaPeste ed io.
Che, intendiamoci, è un mix più che sufficiente per riempirmi la vita, ma a volte si ha bisogno di amenità, leggerezza, compagnia e qualche sorriso sincero, un volto amico ed il calore della tua famiglia.
Quel calore che altrove non trovi o che forse VUOI non trovare.

Com’è difficile essere una donna allegra durante il pre-ciclo.

#22: Omertà o Incapacità?

Sto cercando di contattare il maggior numero di persone a cui voglio bene per renderle partecipi di questo nuovo progetto della mia vita.

Premetto che quest’anno ho deciso di amputare quei rapporti tenuti “in nome di qualcosa” tipo conoscenza prolungata (e allungata), amicizia (che credevi sincera e invece si è dimostrata per quel che è veramente), quieto vivere ed altri fattori che noi descriveremo brevissimamente con etc, allontanandomi volutamente e lasciando ad ognuno la possibilità di realizzarsi ed essere felice a distanza dalla mia persona, perché secondo me è questo che fanno gli intelligenti (in ambito sentimentale). Non augurano male, infilandosi in un tunnel di odio/rancore/invidia, ma sperano che coloro a cui hanno dedicato parte di sé possano vivere e godere delle migliori fortune.
Riflettendoci è quello che vorrei per me stessa.

Questi legami, caduti in disgrazia per qualche ragione, hanno costellato la nostra vita di episodi indelebili di vario genere, a volte molto gradevoli, altre decisamente spiacevoli. Oltre agli episodi vissuti, di cui ognuno ha goduto ed è stato protagonista seguendo il proprio punto di vista, ci sono i metri di giudizio differenti, le onde di pensiero sintonizzate su canali diversi ed il confronto, quando esiste.

Quando esiste
È un po’ strano per me, donna conosciuta per la naturale dote di saper divenire un’ enorme e sconfinata faccia da c… – Umh, sincera, dicevo! -, pensare che una persona voglia omettere la propria reale opinione su un’altra ritenuta amica e si nasconda volutamente dietro una serie di moine sfacciate, inverosimili e costruite.

Facciamo ora un esempio concreto di quello che succede alle donne ed ai loro rapporti, soprattutto in ambito lavorativo [chiameremo i nostri figuranti Brutilde, Cicciola e Elvira (i fatti narrati NON sono di pura fantasia; chiunque si riconoscesse in uno o più personaggi è libero di far partire immantinente un esame di coscienza di quelli-che-proprio-non-ti-dimentichi-mai.)]:

Brutilde:”Cicciola, ma hai visto quanto è grassa Elvira. Ha un culo che fa provincia, ma come fa a guidare la macchina quella? Non riesce a passare dalle porte!”
Cicciola:”Effettivamente dovrebbe dimagrire. Più che altro per la sua salute”

Arriva Elvira

Brutilde salta su dalla sedia, manco fosse in preda ad un attacco di diarrea fulminante, e corre scalpicciando contro Elvira, festante come a 12 anni.

Brutilde ad Elvira:”Ma quanto siamo belle oggi. Ma quando-to-sia-mo-bbbell-llleh!

Seguono baci, manco fosse la vigilia di Natale o anno nuovo. Ovviamente è Brutilde la bacitrice compulsiva.

Cicciola pensa:”Ovviamente con me non lo farà mai. Figurati se potrebbe mai criticarmi dopo tutti i segretucci e le effusioni scambiate e gli anni di feste assieme…” (illusa!)

Cicciola ha un impegno e lascia le due amiche esattamente dove sono, lì in piedi a chiacchierare.

Brutilde è furba però, sa che Elvira non ascolterebbe mai una critica senza poi rifletterci sopra e smascherarla. Ed allora cosa fa? Va da altre persone e critica quell’atteggiamento di Cicciola, sì quello là, che tanto le da sui nervi.
Brutilde pensa di essere il centro dell’Universo conosciuto e sconosciuto e, come esso, di essere infinitamente esplosivo e magnetico. Purtroppo non sa che l’unica cosa di illimitatamente visibile è la sua idiozia e ridicolaggine.
Un altro dato da aggiungere a questa analisi è l’imprevedibilità, ovvero “non so cosa aspettarmi da te“.
Persone come Brutilde sono capacissim* attori/trici, dissimulano con scioltezza amore, devozione e affetto, indistintamente e clamorosamente, emettendo versi come “tu devi sapere che ti voglio bene, per me sei speciale, ho bisogno di te e sei l’unica persona che sa tutto di me [anche se alle spalle dico peste e corna di te (ma questa è una di quelle avvertenze scritte nei bugiardini in un minuscolo talmente minuscolo da risultare illeggibile)]”.

Elementi di questo livello possono impiegare un tempo più o meno lungo per mostrarsi al tornasole.

Il vero problema per me è senza dubbio l’incapacità di calibrare le parole, di comprendere davvero quanto una parola ricevuta pesi nel cuore di un essere umano e di centellinare le parole che escono dalla gola, cercando di fare una cernita tra quelle che provengono dal cervello, dallo stomaco, dal fegato o dal deretano. L’ho detto, cacchio!

In opposizione al problema del parlo-ma-non-penso c’è il non-parlo-per-(inserisci qui qualsiasi cosa ti venga in mente. Esempi: principio/orgoglio/non-ho-voglia/non-ne-sono-capace…).

L’assordante mutismo cinge buona parte dei rapporti, tutta la spontaneità si perde sfumando in mezzi di comunicazione alternativi che mediano la parola detta, trasformandola in un paradiso di byte privi di qualsiasi emozione.
Si è un po’ perso il bisogno di dialogo e contatto, perché si crea una dualità tra l’essere ed il dover essere, in uno sforzo sovrumano di risultare qualcosa che ai fatti non si è! Ci si sforza di mostrarsi sempre felici, di far vedere a tutti quale meraviglioso accessorio è andato ad aggiungersi ai milioni di altri inutili orpelli, si vuol mostrare ed ostentare un personaggio inventato da noi per alimentare un ego insaziabile.
Che cosa limita o distrugge la volontà di rivelarsi per chi si è davvero, dentro i propri panni? Vogliamo essere omertosi con noi e con gli altri perché è la via più semplice per non esporsi mai o siamo solo incapaci di gestire questo senso del dover apparire per forza belli, ricchi e simpatici? O peggio ancora siamo incapaci di essere e capire semplicemente noi stessi?

Dopo questo mattone, vado a bere un caffè. Doppio, eh!