#45: Altro giro, altra corsa

Con la musica nelle orecchie imbocco il solito gate, indossando delle sobrie scarpe cromate che riflettono di luce propria, mentre attorno a me una marea di ragazzini tedeschi dell’età di PPB – che ora dovrei chiamare PAB, ovvero Piccola Adolescente Bubbonica, il che calzerebbe alla perfezione con la costellazione ormonale cutanea in germinazione, segno distintivo del suo passaggio da bocciolo ancor chiuso a fiore acerbo- che tornano, tra sandaletti e cozze di piede allevate accuratamente sin dalla nascita, in patria con gran ricarico di grana padano ed endorfine smollate a secchiate da Sole, vento, vino e trallallà (si spera).

Ma dicevo, mi piazzo sul sedile e per ammazzare il tempo, una volta preso quota dopo il decollo, decido di concedermi una tazza di prelibato caffè finto-americano, dal retrogusto di terra fresca di Hiroshima del secolo scorso, e di leggere qualche riga di un libro di Agatha Christie, che male mai ha fatto, il cui pezzo forte è decisamente Poirot che risolve a mezzo di sofisticatissime tecniche di indagine (aka: occhiometro) qualsiasi caso gli passi sotto il nasone; è proprio un gran figaccione supersmart che se la suona e se la canta in totale solitudine, sollazzandosi del suo medesimo acume sferzante.

Di nuovo sull’aereo, rimembravo, a cambiare Stato e non cielo, a mestare con più impegno il brodo dei pensieri ed altre solite menate da descrivere romanticamente, come semper accidit quando, dopo 19 ore sveglia, gli arcobaleni di unicorni si sostituiscono al mio solidissimo raziocinio.

Di. Nuovo. A. Cercare. Qualcosa. Che. Non. So. Cos’è. (ched’è)

Il mio legame con l’aereo è intriso di quella dicotomia catulliana di Odi et Amo, dove tutto è molto bello e profondo, ma mette alla prova l’elasticità dei miei nervi.

Forse dovrei chiamare questo dualismo con il suo vero nome: bipolarismo.

Anyways.

L’aereo arriva in fretta – o forse ho solo l’impressione che sia così, dato che mi addormento, ormai puntuale come i treni di quando-c’era-lui, ogni santissima volta – e vengo immediatamente abbordata da un organizzatore di eventi culturali, vestito da hip-hip-hurrà che Patty Smith in confronto sembrerebbe una principiante nel genere, con accento alla Manuel Agnelli della poratchitudine, irrompendo, dal nulla cosmico più profondo, al caldo interrogativo di “smezziamo un taxi?” – il pubblico da casa ha suggerito di rispondere “No,” col 99,9% dei voti ed io non ho davvero potuto sottrarmi alla sua cortese raccomandazione, senza contare l’intervento prontissimo della back-voice nella mia mente che sibilava di non accettare caramelle dagli sconosciuti, figurati un fifty-fifty di condivisione auto.

Declino cortese il gradito invito e tento di defilarmi, ma nulla. Sorbisco con interesse moderato, quasi da encefalogramma piatto, tutta una serie di argomentazioni che ora mi sfuggono, un peccato non poterle riproporre come avviene con la lasagna del pranzo di domenica.

A salvare la nostra beniamina, giunge da un punto indistinto ad ovest (?) un un losco figuro barba-munito che, con estrema noncuranza, estrae l’arma segretissima di distruzione di massa, la fatality che nessun uomo vorrebbe mai provare sulla propria pelle, quella che farebbe dilatare il tempo e sublimare lo spazio: l’abbraccio coeur-á-coeur.

Flaviano, l’uomo dei drappi floreali e del peace-and-cultural (?), diviene un pallido spettro che svanisce al primo raggio di luce irradiato all’alba.

Ed in effetti il cielo sopra la città degli Orsi è baciato dal Sole.

Da questo punto in avanti la storia assume una piega ed una forma ben diverse da quel che mi aspettavo. Sebbene mi verrebbe da citare in eterno questo trittico di giornate come “l’umiliazione di Canossa“, ma solo per l’uso sostanzioso di ginocchia supplici e per similitudine della durata in giorni della stessa, mi limiterò invece a ricordarlo così com’è ovvero una corsa rampante nel bel mezzo del cammin di nostra vita, con selva oscura annessa e gironi d’inferno abbastanza succulenti, quanto dannatamente pericolosi.

Cosa ho imparato, dunque?

1. Al cuor non si comanda, ma alla forchetta anche meno;

2. Quei 2/4kg o li perdo o non diverrò mai più un essere vaj-munito appetibile;

3. Esistono muscoli del corpo che non sapevo di avere, ma forse anche pareti;

4. Non sono l’unico esemplare di umano a non saper vomitare;

5. Ci sono persone che, nel loro buio, hanno più luce da dare di quanto possano anche solo lontanamente immaginare;

6. È ora che torni in psichiatria 2, con Carla che mi chiede soave “esattamente, che emozioni hai provato? Credi di poter sopravvivere senza annegare nel lexotan?”

7. Berlino è bellissima ed ogni volta un suo freak mi si deposita dritto dritto dentro l’heart.

Sono le 7, caffè?

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