#9: Diamo un taglio netto ai rami secchi!

Credi che la tua vita senza certi elementi non abbia senso?

Provi un senso d’angoscia ogni qual volta il tuo telefono resta muto per giorni?

Hai mai avvertito uno strano fastidio quando i tuoi “amici” si mettono in contatto con te solo per utilizzarti come degno rimpiazzo?

“Essi” si fanno vivi esclusivamente per raccontarti:

1. Quanto sia figa la loro vita
            o

2. Quanti problemi non riescano ad affrontare, piangendosi puntualmente addosso e cercando il tuo totale appoggio?
E tutto questo senza chiederti MAI
(nemmeno quando hai la febbre più aggressiva della storia e pensi di aver contratto l’ebola mutante) come ti senti, quasi fosse un tabù oppure semplicemente perché di te gli interessa meno che della suola delle proprie scarpe?

Allora fai come me!
Dai un taglio ai rapporti pesanti, appassiti, inutili con un bel colpo di forbici!
Lascia cadere nell’oblio quel che ti fa soffrire, che ti toglie il sorriso o che ti procura stati d’animo negativi!

Ora, bando alle ciance
Quest’anno ho avuto modo di riflettere sulla veridicità dei miei strani rapporti d’amore e d’amicizia e, no, non ho raggiunto nessuna conclusione sensata.

Più che altro, osservando in modo distaccato i legami che intercorrono tra i singoli o tra i gruppi, ho potuto notare un latente distacco, un velo che divide l’uno dall’altro in un modo che appare indefinibile, ma è in realtà preciso.
L’insieme dei rapporti è relegato ad una grande bolla formata da piattaforme “social“, che di social hanno solo il nome!

Tra me e te
, a veder bene, c’è di mezzo un “mediatore“, che mi sottrae dal doverti guardare negli occhi mentre parlo/i, dal dover(ti) ricevere(trasmettere) la tua(mia) energia, mi esime dal viverti fattivamente, dal sentire la tua voce inondare la mia testa.
Mi dispensa dall’esprimere me stessa (nel bene o nel male), infine, di fronte ad una persona che, per quanto diversa, riconosco come mia simile.

Attraverso i social, poi, ognuno mostra solo una parte di sé, ovvero la “porzione” ritenuta migliore, nella quale vorremmo che gli altri ci identificassero!

Si arriva a sentirsi in dovere di indossare continuamente una o più maschere, per ovviare alle nostre insicurezze più radicate. Ma così facendo, molte delle nostre tonalità vanno disperdendosi o modificandosi.
Ed i rapporti diventano un agglomerato indistinto di gesti e parole artefatti.

Il detto lo dice (appunto!):
Meglio soli che mal accompagnati

Se è vero che a volte il problema siamo noi, è altrettanto vero che certe altre lo siano gli altri. Già farsi un esame di coscienza ci porta di un passo più vicini alla consapevolezza!

Ed ora, caffè! Beviamo assieme? ;3

#8: Giochi di ruolo

Sto per fare coming out.
Lo devo fare.

[Avviso per i deboli di cuore e stomaco:

le notizie che seguono potrebbero urtare la vostra sensibilità e/o causarvi gravi problemi mentali.
Io ve l’ho detto.]

Ebbene, sì, lo ammetto sinceramente.
Una delle mie più grandi passioni è il gioco di ruolo.

No, non quello in cui io divento l’infermiera e Nerdy il malato o Nerdy si trasforma nel maniaco esibizionista ed io nel suo salsicciotto.
Non che ci veda qualcosa di deviato in tutto questo divertente menage ma, mi spiace deludervi, intendo altro.

Tutto cominciò così…

Avevo circa otto anni e, al contrario di PiccolaPesteBubbonica, nutrivo un amore incondizionato per i libri e le biblioteche.
Nel mio paesello industriale ne abbiamo una sola: ora ha preso il posto di una vecchia scuola in disuso di fronte alla mia casa, ma in precedenza era ubicata presso una chiesetta del 1800. Immaginate quanto potesse essere suggestivo per una bambina entrarci dentro ed osservare come, dalle finestrelle decorate, i raggi del sole creassero un gioco di luci ed ombre unico.

L’odore del legno e della carta si confondeva con quello della polvere e degli incensi, rendendo tutto un po’ mistico, sacro, inviolabile.

Ma torniamo ai libri.

Ho iniziato a leggere racconti dell’orrore per ragazzi, al ritmo di uno ogni due giorni.
La bibliotecaria, una tipa molto attenta, mi propose di dare una scorsa ad alcuni “libri-game” esposti sugli scaffali, con la promessa “vedrai che ti piaceranno“.

Effettivamente così è stato. L’ignara donna non sapeva che quel suo suggerimento innocente, sarebbe ben presto diventato una droga.
Penso di aver letto con avidità tutti i libri-game della biblioteca in un’estate.
Da qui la mia passione per il genere fantasy.

Negli anni a seguire, oltre all’ormai consolidata predilizione per i libri, si è aggiunto un debole per i videogiochi.
Dopo vari RPG (diablo, neverwinter night, gothic, ultima, devils may cry, silent Hill e molti, molti altri ancora), ero alla ricerca di qualcosa che mi coinvolgesse maggiormente. Qualche gioco in cui il mio avatar parlasse, creasse una vera rete di rapporti, vivesse storie avventurose e potesse scriverne di proprio pugno.
Cerca cerca, naviga naviga, nel 2000 (o giù di lì) ho trovato The Gate, un gioco di ruolo testuale online.

Capito cosa significa? Libro + videogioco in un’unica soluzione!

Praticamente il paradiso per una come me.

Voglio dirvelo, sì, ci gioco ancora.

Tutta colpa dei libri, tutta colpa della bibliotecaria intrigante!

tumblr_n0qucd56B61sjoq1co1_500

#7: Pop-porno

Sai quando ti alzi la mattina ed una canzoncina risuona nella tua testa?
Durante il giorno ti tiene compagnia, non ti abbandona. Poi vai a letto e nemmeno allora sparisce.

Oggi, per me, è uno di quei giorni!

PiccolaPesteBubbonica, qualche anno fa, dopo aver visto questo video ha cominciato ad appassionarsi alle cose-da-adulabrahamti.
Un bel giorno mi chiede il computer per cercare “foto di cartoni animati“. “Certo“, le dico.
Quando torno (dopo forse cinque minuti) la trovo a digitare “come dare baci con la lingua” ed altre cose del genere.
Lì per lì la mia faccia somigliava esattamente a quella di Abraham Lincoln scolpita sul monte Rushmore.

 

Poi, ripensando a Nerobambina ed alla sua incredibile precocità, mi sono anche detta “forse è meglio spiegarle qualcosa con un libro“.

Dopo l’amaro pippone che si è dovuta sorbire su “internet è un mezzo pericoloso se non lo sai usare“, le ho comprato un bel libriccino con tante figure e spiegazioni “scientifiche altissime”, dettagliate ed accurate.

Ora PPB sa esattamente che il buchino da cui esce la pipì non è lo stesso dal quale escono i bambini!
E vissero tutti felici e contenti (fino a nuovo ordine!).

 

#6: A come amore, B come bottone, C come… Coerenza!

Per certe persone la vita è tutta una questione di coerenza.
Ma cosa significa, esattamente, essere coerenti?

Significa, ad esempio, pensare, dire e/o fare le stesse cose per tutta la vita? O appiccicarsi addosso un’etichetta che ci classifichi all’interno di una categoria? Identificare sé col proprio lavoro, titolo di studio, status sociale o ruolo?

E cosa ne è del cambiamento, quando la coerenza viene portata al limite dell’esasperazione, divenendo quasi una forzatura, un ostacolo invalicabile?

Sei cambiata“. Quante volte me lo son sentita dire con tono sprezzante, manco fosse una colpa avvertire l’esigenza di trasformarsi.
Prima ero un bruco, poi crisalide ed ambisco a diventare una farfalla: che male c’è nel volersi migliorare? Che male c’è nel cambiare idea-orientamento politico/sessuale/religioso-abbigliamento? Cosa c’è che proprio non va nel cambiamento?

A me tutta ‘sta corsa all’essere coerenti, urta.

Non si può “quantificare” l’integrità di una persona in base al vestiario, alla musica che ascolta, alle idee sociali e politiche, alle influenze educative ed alle letture che si concede.
O meglio, si può, ma non sono sicura che informazioni parziali e sommarie possano svelarci qualcosa sulla solidità di qualcuno.
Sarebbe comunque un giudicare preventivamente, senza tenere in considerazione le sfumature.

Conosco persone che vanno molto fiere della propria compattezza (che io trovo un po’ottusa, lo devo confessare), tanto da farne motivo di vanto ed arrivare a dispendare perle del proprio vissuto (“IO dieci/venti anni fa pensavo quello che penso ora/votavo X/ascoltavo X”), adirandosi brutalmente qualora qualcuno provi a mettere in discussione la loro divina coerenza(!?).

Sinceramente, detto tra noi, a vent’anni facevo e dicevo tante di quelle minchiate che sono felice di essere arrivata a trenta tutta intera, modificandomi e lavorando su me stessa duramente giorno dopo giorno.

Per me la coerenza dev’essere un leit motiv che riguarda sfere della vita ben più alte di un ideale o di un capo d’abbigliamento.
Coerenza è essere consapevoli di sé, sempre ed ovunque e di fronte a chiunque. Conoscere i propri limiti ed accettarli, mirando a migliorarsi con ogni mezzo, ma volendosi bene e sviluppando una solida capacità di autocritica.

Poi, cavolo, prendiamoci meno sul serio!  Rilassiamoci! La vita è una!

 

soffrirò morirò ma intanto, sole vento e trallallà!  (dai lo sapete tutti che è di Miša Sapego)
soffrirò morirò ma intanto, sole vento e trallallà! (dai lo sapete tutti che è di Miša Sapego)

#5 Il medioevo (all’ufficio anagrafe)

Nero: “Ci servirebbe un documento che attesti che la sottoscritta sia la VeraMadre di PiccolaPesteBubbonica (quella senza bottoni sugli occhi, per intenderci)

Signoranagrafe: “Certo, ma per ottenerlo deve attendere un giorno e mezzo.”

Nero:Come, un giorno e mezzo?!

Ecco come dal 2014, veniamo immediatamente catapultati nel 1014 D.C.
[Parte musichetta in cui si uniscono arpa e flagioletto]

Signoranagrafe: “Eh, sì. Il documento viene scritto a mano. Bisogna prendere i grandi tomi che custodiscono ogni segreto di questo piccolo paese del Sud. E solo gli eletti possono accedervi.

Nero (ancora vestita in abiti civili attuali, sbirciando verso una porta dischiusa alle spalle della donna): “Avete i monaci amanuensi, là dietro?

amanuensi

Ci sono cose che non capisco dell’Italia. No, davvero.
Non voglio indire una crociata contro il Bel Paeseh, anche perché sarebbe come sparare sulla Croce Rossa e nessuno lo vuole.
Però, nell’anno domini MMXIV, mi piacerebbe che i servizi di uso comune e frequente venissero snelliti. Abbiamo uno straordinario mezzo come internet, spesso usato per cazzaggiare bellamente, potremmo usarlo per dare una mano a questi poveri impiegati comunali/statali oberati di lavoro.
Sì, lo so, alcuni si siedono sul loro bel cuscino morbido, adagiandosi. Altri però si fanno un mazzo tanto, compensando anche per coloro che al massimo sul posto di lavoro timbrano il cartellino (o se lo fanno timbrare, per poi rimanere a zonzo impunemente).
Diamo una mano anche al cittadino, esonerandolo dall’accodarsi a file infinite, incoraggiandolo a non intasare gli uffici con richieste basilari (come la mia) per le quali, spesso e volentieri, si paga la bellezza di nulla!

Ecco, ti offrono il servizio gratuitamente, spendendo tempo e carta, quando invece il documento potrei richiederlo via internet inserendo i miei dati, premendo il tasto stampa et voilà!

Sarebbe possibile offrire celerissime prestazioni telematiche a costo ridotto!

Ma no. A noi italiani piace complicarci la vita, altrimenti sai che noia senza potersi lamentare?!

#4: Sì, viaggiare!

Quando viaggio ogni cosa, anche quella più insignificante, mi stupisce.

Osservo meravigliata il colore del cieloche è diverso da quello di casa”, la gente che passeggia o che, seduta ad un tavolino, consuma qualcosa di forma e gusto sconosciuti, le piste ciclabili immense, le vetrine dei negozietti situati in quelle viuzze lontane dai centri commerciali, la struttura delle case, in particolare quella dei tetti e delle finestre, la varietà delle piante spontanee e degli alberi, gli enormi parchi in cui perdersi, il colore del fiume che in alcuni casi scorre vicino alla città, gli animaletti.

Mi stupisco persino per come parla la gente attorno (“Nerdy, hai sentito come parla bene il polacco quella ragazza?” “, Nero, quella ragazza è polacca, se non lo parla bene lei…” “Ooooh – con un sotteso di ma-chi-se-lo-aspettava”).

Devo confessare di avere un debole per i negozi di souvenir. Sì, mea maxima culpa.

Insomma, ogni cosa mi sembra assolutamente degna di nota, quando sono lontana dalla mia terra. Forse perché, essendo “confinata” in un’isola, tutto al di fuori di essa sembra enormemente più grande, entusiasmante ed a volte ingestibile, adrenalinico.

Immagino quel che possano pensare i malcapitati che mi vedono girare per le strade della loro città a bocca aperta, indicando (e fotografando, peggio di tutti i giapponesi del mondo riuniti a Roma) come una disgraziata ogni fronzolo, lanciando gridolini da bambina di tre anni scarsi (“Hai viiiisto? Un negozietto di paccottiglia-inutile in cui possiamo comprare centinaia di stupidi-oggetti per tutti i nostri amici!”), mano nella mano col Nerdy che mi guarda con annesso sopracciglio folto e nero sollevato, colmo di dubbio/perplessità.

Penso e ripenso che chiunque viva nel posto in cui sono in visita veda queste cose, che io riesco a percepire strabilianti ed inspiegabili, come normali, noiose e totalmente ordinarie, mentre per me qualsiasi odore, tinta, pezzetto di storia, scorcio letterario dissimile dal mio quotidiano, diviene fonte di immensa ispirazione.

E poi, ogni posto mi lascia qualcosa in eredità e non sempre questo qualcosa è semplice da gestire o comprendere. Magari prima di capire e somatizzare cosa sia questo peso che mi sono inconsciamente sobbarcata, passa del tempo.

A volte, scopro solo a casa che questa pesantezza altro non è che l’urlo disperato della mia bilancia (“Tzè, ogni volta che torni da un viaggio la tara si sminchia!”).

Scusate, eh, ma quei pierogi/tacos/bratwurst/naan/stinchi-di-maiale/polpette di verdure fritte erano davvero irresistibili.

#3: Il fanta-lavoro ti dà un sacco di emozioni

Il fanta-lavoro è un luogo oscuro e di perdizione.

Incontri tutti i casi umani, anche quelli che penseresti frutto di un racconto fantascientifico, sci-fi, fantasy, horror (se state pensando ad altri generi che non conosco, potete aggiungerli alla lista!).

Hai per colleghi uomini-in-arancione (non belli come QUELL’UOMO-in-arancione), per colleghe hai tutte le esponenti più rilevanti della città di Topolinia ed alcune rappresentanti di Sex and the city versione safari.

Il fatto che si abbiglino come odalische o antiche nobili egizie è dato, probabilmente, dal fatto che l’utenza con la quale trattiamo sia composta da giovani uomini prestanti, provenienti dal Sud e dall’Est del Mondo.

La mattina è possibile infatti poter ammirare una ricca fauna di esemplari muscolosi/scolpiti, al pascolo dentro la struttura coperti da un risibile slip ed un microscopico asciugamano stretto in vita.

Il maschio predatore con totale noncuranza, esibisce ogni centimetro d’ebano del proprio corpo, profondendo nell’aria una dose considerevole di testosterone che inebria l’anima (e non solo) di tutte le mie co-workers (and not).

Lo stabilimento dentro il quale lavoro è stato costruito quando Mussolini era ancora in vita, quindi è vecchio di quasi ottant’anni. Ed è ridotto in condizioni penose.

Ma per raccontarvi meglio questo, dovrò scrivere un altro post. Forse, prima o poi!

E’ puntuale abitudine, sul posto di lavoro, quella di inventare storielle assurde sulla colleganza, per poi far scoppiare liti epiche, di quelle alle quali si assiste con pop-corn e birra (tassativamente analcolica, almeno in quel posto). Di questa pratica barbara non ho mai compreso esattamente il senso, ma, devo dirlo, quando scattano le lotte questo è il mio assetto-aspetto:

popcorn

 

Anche a voi capita di fare da gratuiti (ed a volte ignari) spettatori?

 

#2: PiccolaPesteBubbonica ha ereditato il “tempismo” di mammà.

Cosa stavo dicendo?
Ah, sì.

I documenti. Ora è il turno di PiccolaPesteBubbonica. Ebbè, ti pare mica che a meno di un mese dalla scadenza sia tutto al proprio posto? No, certo che no!
Quindi mi arriva un’altra e-mail che dice più o meno così:
Distinta Nero,
ci scusi davvero se, prima di questo momento, di compilare i documenti di PPB non ce n’è potuta fregare una mazza chiodata. Le andrebbe di compilare tutti questi form, mettere crocette (non troppo a caso) qui-qui-e-qui, mandarci la documentazione che attesti che questa mocciosetta sia davvero stata messa al mondo con dolore da lei?
La preghiamo di essere celere, il tempo stringe.
A risentirci

Non basta la pressione, il caldo, la stanchezza, la già poca voglia di vivere che pervade ultimamente il Nerdy e me.
Mi ci mancavano gli intoppi dell’ultimo quarto d’ora. Ed è ancora tutto incerto!

Aaaah, in certi momenti un caffè non basta, ma di certo ti tira davvero su il morale

Ce la faranno i nostri eroi?

 

coffee-galaxy

#1: Del perché sono su Facebook sotto mentite spoglie (Ssssh!)

Once upon a time there was a sweet little girl. Everyone who saw her loved her.

C’era una volta una dolce piccola donna (che noi chiameremo la Nero), tutti quelli che la incontravano finivano con l’innamorarsene perdutamente.
MA ANCHE NO, grazie!

Questa è la storia di come gli stalker hanno infestato la mia vita nell’ultimo anno (e di come Nerdy volesse prima scovarli con metodi degni di un giocatore di softair – quale lui è-, poi materialmente eliminarli dalla faccia della terra, architettando qualcosa di atroce ed estenuante).

Partiamo subito dal

  • SOGGETTO N.1: il milite ignoto.

No, non è risorto dalla tomba ed arrivato a noi, dal 1918, come un vagante in puro stile Pet Sematary.
È piuttosto un uomo in divisa di circa quaranta/quarantacinque anni, con moglie e figli a carico. Uno di quelli che già dopo il primo figlio, aveva ponderato la possibilità di troncare con sua moglie perché stufo del menage fami(g)liare, della routine quotidiana, del sesso sempre piatto, della lavastoviglie col filtro sporco, del cane da portare a far la passeggiatina notturna per fargli vuotare intestino et vescica (o come si dice da queste parti “scende il cane a pisciare”).
Uno di quelli che, siccome la vita di coppia è uno schifo, “proviamo a risanare il rapporto con un altro figlio ed un altro ancora (sino a raggiungere un numero ennesimo, che a noi non è dato sapere)”, col risultato di ammazzare anche l’ultimo, remoto barlume di speranza rimasto.
Agisce contattandoti tramite facebook, anche se potrebbe fermarti di persona dato che lo vedi quotidianamente, facendo domande stupide, poi cercando di tastare il terreno credendo di giocare a “campo minato”. Chiede appuntamenti informali con tono innocente, tipo: <<ci facciamo un caffè? Un bicchiere di vino?>>, con l’unico scopo di guardarvi il culo come se fosse l’ultima fetta di torta del Cafè Sacher di Vienna.
Dissemina le vostre foto di “I like”, appesta ogni vostro pensiero con un commento inutile come “bellissimo” intendendo in realtà “sei bellissima”, lanciandosi prontamente in una chat della quale non ve ne facevate nulla prima, figurarsi DOPO, dichiarandosi appassionato al vostro essere. In qualsiasi forma esso (il vostro essere, dico) compaia in questo lembo di terra.

Ok. Grazie. Però basta.
Dopo innumerevoli <<disturbo? Sai io e mia moglie non facciamo patapimpatapam, non ci si diverte, non si legge, non si guarda il mare, non si respira, non si parla, non si fa altro che litigare>>, ripetuto in loop per mesi, alla mia legittima domanda <<perché non la lasci?>>, la risposta è <<NON E’ FACILE>>.

Ho capito, quindi? Quindi in sostanza quello che vuole il milite ignoto sei TU, proprio TU, sempre TU, nient’altro che TU.

Arma usata: so chi è tua moglie.

  • SOGGETTO N. 2: il mutaforma.

È un tipo davvero carino. I suoi modi sono gentili, ti insegna la sua lingua (perché devi sapere che il mutaforma è straniero. Non uno straniero qualunque, lui ti insegna l’urdu!), ti invita a bere un caffé, ti fa assaggiare il roti, ti parla della sua religione e, nonostante appaia lievemente invasato con quest’ultima, conquista la tua fiducia. Vi scambiate numeri di telefono, indirizzi dei social, email.

Dopo mesi di chiacchiere e qualche coccola, che secondo la tua cultura si riterrebbe abbastanza innocente, il mutaforma comincia con le avances. Le quali vengono puntualmente respinte, con la classica delicatezza che contraddistingue noi donne della generazione X.

Il mutaforma non tollera che i “no” provengano dalla bocca di una donna, come la definisce lui, occidentale, allora decide di diventare sempre più pressante, presente. Quando ti giri senti il suo alito sul collo, i suoi occhi sulle spalle.
Le sue gentilezze continuano, ma si alternano in modo sempre più veloce ad insulti di vario genere, minacce di violenza.
Sei costretta a parlare con poliziotti, ufficio immigrazioni, Nerdy, parentado, amici e colleghi, cosicché tutti sappiano.

Il mutaforma è capace di incontrare qualcuno che conoscete entrambi e parlare bene di te, giusto per farti “arrivare il messaggio”.

L’unico modo per liberarsene, oltre a denunciarlo, è IGNORARLO, bloccandolo da/con qualsiasi mezzo.

Arma usata: ti denuncio.

  • SOGGETTO N.3: La donna che si finge uomo.

Hai presente catfish? Se sì, sei già arrivat* pienamente al concetto di cui vorrei parlare. Se non hai mai visto questo programma, be’, dovresti!

Attacca con complimenti di vario genere, sforando nell’irreale. Ti racconta una storia che sfiora il melodrammatico, con accessi da commedia comica di serie Z. Si spaccia per un uomo/donna. Il suo affacciarsi nella tua vita si protrae per giorni, mesi, a volte anni.
Spesso sembra avere l’alzheimer perché, inventandosi tutto e non avendo una memoria di ferro, cade in contraddizioni ilari!
Finché un giorno il grillo parlante non ti sussurra che qualcosa davvero non va, ti armi di coraggio e, come Nev e compagno, ti lanci in una ricerca incrociata assurda, scoprendo chi si celi realmente dietro quella falsa identità.

Arma usata: so chi sei.
Ora, essendomi creata un account con nome+cognome palesemente fittizi, posso PRIMA DI TUTTO seguire cosa/chi realmente m’interessa, senza che qualcuno si offenda vedendo la propria richiesta di amicizia rifiutata o decida di eliminarl* – previo avviso – dai contatti o scriva qualche mia opinione politically incorrect. DOPO DI TUTTO, posso circolare su facebook senza dover necessariamente scambiare le mie idee, perle di filosofia, canzoni, citazioni di libri, foto dei pasti, di gatti, di cani, di bambini morti (possibilmente in modo cruento, altrimenti i “I like” non salgono abbastanza sulla pagina), di veganicontrocarnivoricontrofruttarianicontroentomofagi o semplicemente posso farlo senza che qualcuno si senta ferito nell’intimo.

PER TUTTO IL RESTO, c’è il blog.