#11: Il risveglio.

Organizziamoci!“. Esordisce così il Nerdy-risvegliato-nel-cucinino, destatosi autonomamente ben trenta minuti prima di me.

E va bene, organizziamoci, penso nel guardarlo. Sai, a dieci minuti dall’aver dischiuso (io!!) le palpebre al mattino, non è che abbia tutta sta gran voglia di comunicazione immediata.

Ti senti stanco di dover aprire bocca o rispondere a cenni di buon mattino? Vorresti comunicare telepaticamente e senza sforzo, stando semplicemente seduta sulla sedia di fronte alla tua tazza di caffè mattutina?
Apriamo il nostro e-voto! Invia 1 per rispondere “” e due per dire “no”.

Premi 1, invia 1… Fatto!

OK, ci siamo.

Posizione da uomo-dell’-era-telematica: acquisita.
Versione occhialuta della Nero: acquisita.
Facce spente irradiate da radiazioni a bassa frequenza: acquisite.
Flemma dell’uomo Nerd: connaturata.

Direi che gli elementi esatti per comprare un biglietto aereo ci siano tutti.

Inizio: Nerdy:”Non mi fa fare il pagamento
Nero:”Come no? Riprova
(Ripeti per 3 volte dalla parola inizio)

Nero:”Allora controlla il sito delle posteitalianeh
[Avvio modem 56k]
Nerdy:”Ma ha i criceti che corrono sulla ruota questa *imprecazione* connessione?
Nero (sbalordita dalla veemenza dell’uomo-in-arancione):”Non va il sito delle posteitalianeh, Nerdosissimo amore” (che detta così è un po’ bruttina, ma vi assicuro è un vezzeggiativo)
Nerdy:”Pagamento fatto. Non mi fa fare il check-in *imprecazione artistica*

Dopo 30 minuti di silenzio ed ingobbimento progressivo, un sorriso fiorisce sulle labbra raggrinzite di Nerdy.
Questo significa solo una cosa: i nostri biglietti sono stati check-inati.

Nero porge una tazza rovente al Nerdy:”Ecco, beviti il caffè.”

Comunicazione telepatica: “E la prossima volta, quando mi sarò svegliata, aspetta mezz’ora prima di parlarmi.”

Fine.

#10: Ma che domanda è?

Conosci una persona. Ci parli (chatti/mandi SMS) per un po’ di tempo, diciamo quel tanto giusto per dire a te stess* “ma sì, diamogli/le la sacrosanta opportunità di entrare nella mia vita!“, poi…

Poi, eccola. Arriva la fatidica domanda che ogni ( o quasi) persona fa ad un’altra, solo per capire meglio l’andamento della sua vita o per avvicinarsi ad un livello più sensibile di intimità (credo): “Sei felice?

Quando mi pongono una questione del genere, mi sento pietrificare dentro ed assomiglio in maniera impressionante ad un opossum che adotta la tanatosi per sfuggire all’indecente predatore inquisitore travestito da essere umano curioso.

Ed ora cosa cacchio rispondo?

Essendo la domanda postami una yes/no question, potrei sfoderare il mio miglior inglese, esibendo un emozionante “oh yes, Man!“, tirando avanti come nulla fosse.

Ma se dici “no“, allora succede che il tuo interlocutore/inquisitore si sente autorizzato a farti domande di ogni genere per scoprire la causa della tua “ipotetica” infelicità.

Ma se io, per esempio, non sapessi esattamente come classificare la felicità?

Se dicessi “Ma… Per me la felicità è un attimo” o ” è la sostanza di tutte le cose che mi rendono ricca anche solo perché esistono” o “la felicità è un concetto difficile da sviscerare, mi è impossibile rispondere con yes/no“, temo sforerei in un trattato filosofico ontologico nel quale inserire, a sostegno delle mie strampalate tesi, autori vari ( Sull’essere e sul non essere” ultima fatica filosofico-umanistica di Nero Come La Notte -ammettiamolo, suona proprio fiQo).

Ma la risposta potrebbe anche essere “Discutiamone di fronte ad una tazza di caffè, che ne dici?

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Damian Kłaczkiewicz

#9: Diamo un taglio netto ai rami secchi!

Credi che la tua vita senza certi elementi non abbia senso?

Provi un senso d’angoscia ogni qual volta il tuo telefono resta muto per giorni?

Hai mai avvertito uno strano fastidio quando i tuoi “amici” si mettono in contatto con te solo per utilizzarti come degno rimpiazzo?

“Essi” si fanno vivi esclusivamente per raccontarti:

1. Quanto sia figa la loro vita
            o

2. Quanti problemi non riescano ad affrontare, piangendosi puntualmente addosso e cercando il tuo totale appoggio?
E tutto questo senza chiederti MAI
(nemmeno quando hai la febbre più aggressiva della storia e pensi di aver contratto l’ebola mutante) come ti senti, quasi fosse un tabù oppure semplicemente perché di te gli interessa meno che della suola delle proprie scarpe?

Allora fai come me!
Dai un taglio ai rapporti pesanti, appassiti, inutili con un bel colpo di forbici!
Lascia cadere nell’oblio quel che ti fa soffrire, che ti toglie il sorriso o che ti procura stati d’animo negativi!

Ora, bando alle ciance
Quest’anno ho avuto modo di riflettere sulla veridicità dei miei strani rapporti d’amore e d’amicizia e, no, non ho raggiunto nessuna conclusione sensata.

Più che altro, osservando in modo distaccato i legami che intercorrono tra i singoli o tra i gruppi, ho potuto notare un latente distacco, un velo che divide l’uno dall’altro in un modo che appare indefinibile, ma è in realtà preciso.
L’insieme dei rapporti è relegato ad una grande bolla formata da piattaforme “social“, che di social hanno solo il nome!

Tra me e te
, a veder bene, c’è di mezzo un “mediatore“, che mi sottrae dal doverti guardare negli occhi mentre parlo/i, dal dover(ti) ricevere(trasmettere) la tua(mia) energia, mi esime dal viverti fattivamente, dal sentire la tua voce inondare la mia testa.
Mi dispensa dall’esprimere me stessa (nel bene o nel male), infine, di fronte ad una persona che, per quanto diversa, riconosco come mia simile.

Attraverso i social, poi, ognuno mostra solo una parte di sé, ovvero la “porzione” ritenuta migliore, nella quale vorremmo che gli altri ci identificassero!

Si arriva a sentirsi in dovere di indossare continuamente una o più maschere, per ovviare alle nostre insicurezze più radicate. Ma così facendo, molte delle nostre tonalità vanno disperdendosi o modificandosi.
Ed i rapporti diventano un agglomerato indistinto di gesti e parole artefatti.

Il detto lo dice (appunto!):
Meglio soli che mal accompagnati

Se è vero che a volte il problema siamo noi, è altrettanto vero che certe altre lo siano gli altri. Già farsi un esame di coscienza ci porta di un passo più vicini alla consapevolezza!

Ed ora, caffè! Beviamo assieme? ;3

#8: Giochi di ruolo

Sto per fare coming out.
Lo devo fare.

[Avviso per i deboli di cuore e stomaco:

le notizie che seguono potrebbero urtare la vostra sensibilità e/o causarvi gravi problemi mentali.
Io ve l’ho detto.]

Ebbene, sì, lo ammetto sinceramente.
Una delle mie più grandi passioni è il gioco di ruolo.

No, non quello in cui io divento l’infermiera e Nerdy il malato o Nerdy si trasforma nel maniaco esibizionista ed io nel suo salsicciotto.
Non che ci veda qualcosa di deviato in tutto questo divertente menage ma, mi spiace deludervi, intendo altro.

Tutto cominciò così…

Avevo circa otto anni e, al contrario di PiccolaPesteBubbonica, nutrivo un amore incondizionato per i libri e le biblioteche.
Nel mio paesello industriale ne abbiamo una sola: ora ha preso il posto di una vecchia scuola in disuso di fronte alla mia casa, ma in precedenza era ubicata presso una chiesetta del 1800. Immaginate quanto potesse essere suggestivo per una bambina entrarci dentro ed osservare come, dalle finestrelle decorate, i raggi del sole creassero un gioco di luci ed ombre unico.

L’odore del legno e della carta si confondeva con quello della polvere e degli incensi, rendendo tutto un po’ mistico, sacro, inviolabile.

Ma torniamo ai libri.

Ho iniziato a leggere racconti dell’orrore per ragazzi, al ritmo di uno ogni due giorni.
La bibliotecaria, una tipa molto attenta, mi propose di dare una scorsa ad alcuni “libri-game” esposti sugli scaffali, con la promessa “vedrai che ti piaceranno“.

Effettivamente così è stato. L’ignara donna non sapeva che quel suo suggerimento innocente, sarebbe ben presto diventato una droga.
Penso di aver letto con avidità tutti i libri-game della biblioteca in un’estate.
Da qui la mia passione per il genere fantasy.

Negli anni a seguire, oltre all’ormai consolidata predilizione per i libri, si è aggiunto un debole per i videogiochi.
Dopo vari RPG (diablo, neverwinter night, gothic, ultima, devils may cry, silent Hill e molti, molti altri ancora), ero alla ricerca di qualcosa che mi coinvolgesse maggiormente. Qualche gioco in cui il mio avatar parlasse, creasse una vera rete di rapporti, vivesse storie avventurose e potesse scriverne di proprio pugno.
Cerca cerca, naviga naviga, nel 2000 (o giù di lì) ho trovato The Gate, un gioco di ruolo testuale online.

Capito cosa significa? Libro + videogioco in un’unica soluzione!

Praticamente il paradiso per una come me.

Voglio dirvelo, sì, ci gioco ancora.

Tutta colpa dei libri, tutta colpa della bibliotecaria intrigante!

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#7: Pop-porno

Sai quando ti alzi la mattina ed una canzoncina risuona nella tua testa?
Durante il giorno ti tiene compagnia, non ti abbandona. Poi vai a letto e nemmeno allora sparisce.

Oggi, per me, è uno di quei giorni!

PiccolaPesteBubbonica, qualche anno fa, dopo aver visto questo video ha cominciato ad appassionarsi alle cose-da-adulabrahamti.
Un bel giorno mi chiede il computer per cercare “foto di cartoni animati“. “Certo“, le dico.
Quando torno (dopo forse cinque minuti) la trovo a digitare “come dare baci con la lingua” ed altre cose del genere.
Lì per lì la mia faccia somigliava esattamente a quella di Abraham Lincoln scolpita sul monte Rushmore.

 

Poi, ripensando a Nerobambina ed alla sua incredibile precocità, mi sono anche detta “forse è meglio spiegarle qualcosa con un libro“.

Dopo l’amaro pippone che si è dovuta sorbire su “internet è un mezzo pericoloso se non lo sai usare“, le ho comprato un bel libriccino con tante figure e spiegazioni “scientifiche altissime”, dettagliate ed accurate.

Ora PPB sa esattamente che il buchino da cui esce la pipì non è lo stesso dal quale escono i bambini!
E vissero tutti felici e contenti (fino a nuovo ordine!).

 

#6: A come amore, B come bottone, C come… Coerenza!

Per certe persone la vita è tutta una questione di coerenza.
Ma cosa significa, esattamente, essere coerenti?

Significa, ad esempio, pensare, dire e/o fare le stesse cose per tutta la vita? O appiccicarsi addosso un’etichetta che ci classifichi all’interno di una categoria? Identificare sé col proprio lavoro, titolo di studio, status sociale o ruolo?

E cosa ne è del cambiamento, quando la coerenza viene portata al limite dell’esasperazione, divenendo quasi una forzatura, un ostacolo invalicabile?

Sei cambiata“. Quante volte me lo son sentita dire con tono sprezzante, manco fosse una colpa avvertire l’esigenza di trasformarsi.
Prima ero un bruco, poi crisalide ed ambisco a diventare una farfalla: che male c’è nel volersi migliorare? Che male c’è nel cambiare idea-orientamento politico/sessuale/religioso-abbigliamento? Cosa c’è che proprio non va nel cambiamento?

A me tutta ‘sta corsa all’essere coerenti, urta.

Non si può “quantificare” l’integrità di una persona in base al vestiario, alla musica che ascolta, alle idee sociali e politiche, alle influenze educative ed alle letture che si concede.
O meglio, si può, ma non sono sicura che informazioni parziali e sommarie possano svelarci qualcosa sulla solidità di qualcuno.
Sarebbe comunque un giudicare preventivamente, senza tenere in considerazione le sfumature.

Conosco persone che vanno molto fiere della propria compattezza (che io trovo un po’ottusa, lo devo confessare), tanto da farne motivo di vanto ed arrivare a dispendare perle del proprio vissuto (“IO dieci/venti anni fa pensavo quello che penso ora/votavo X/ascoltavo X”), adirandosi brutalmente qualora qualcuno provi a mettere in discussione la loro divina coerenza(!?).

Sinceramente, detto tra noi, a vent’anni facevo e dicevo tante di quelle minchiate che sono felice di essere arrivata a trenta tutta intera, modificandomi e lavorando su me stessa duramente giorno dopo giorno.

Per me la coerenza dev’essere un leit motiv che riguarda sfere della vita ben più alte di un ideale o di un capo d’abbigliamento.
Coerenza è essere consapevoli di sé, sempre ed ovunque e di fronte a chiunque. Conoscere i propri limiti ed accettarli, mirando a migliorarsi con ogni mezzo, ma volendosi bene e sviluppando una solida capacità di autocritica.

Poi, cavolo, prendiamoci meno sul serio!  Rilassiamoci! La vita è una!

 

soffrirò morirò ma intanto, sole vento e trallallà!  (dai lo sapete tutti che è di Miša Sapego)
soffrirò morirò ma intanto, sole vento e trallallà! (dai lo sapete tutti che è di Miša Sapego)

#5 Il medioevo (all’ufficio anagrafe)

Nero: “Ci servirebbe un documento che attesti che la sottoscritta sia la VeraMadre di PiccolaPesteBubbonica (quella senza bottoni sugli occhi, per intenderci)

Signoranagrafe: “Certo, ma per ottenerlo deve attendere un giorno e mezzo.”

Nero:Come, un giorno e mezzo?!

Ecco come dal 2014, veniamo immediatamente catapultati nel 1014 D.C.
[Parte musichetta in cui si uniscono arpa e flagioletto]

Signoranagrafe: “Eh, sì. Il documento viene scritto a mano. Bisogna prendere i grandi tomi che custodiscono ogni segreto di questo piccolo paese del Sud. E solo gli eletti possono accedervi.

Nero (ancora vestita in abiti civili attuali, sbirciando verso una porta dischiusa alle spalle della donna): “Avete i monaci amanuensi, là dietro?

amanuensi

Ci sono cose che non capisco dell’Italia. No, davvero.
Non voglio indire una crociata contro il Bel Paeseh, anche perché sarebbe come sparare sulla Croce Rossa e nessuno lo vuole.
Però, nell’anno domini MMXIV, mi piacerebbe che i servizi di uso comune e frequente venissero snelliti. Abbiamo uno straordinario mezzo come internet, spesso usato per cazzaggiare bellamente, potremmo usarlo per dare una mano a questi poveri impiegati comunali/statali oberati di lavoro.
Sì, lo so, alcuni si siedono sul loro bel cuscino morbido, adagiandosi. Altri però si fanno un mazzo tanto, compensando anche per coloro che al massimo sul posto di lavoro timbrano il cartellino (o se lo fanno timbrare, per poi rimanere a zonzo impunemente).
Diamo una mano anche al cittadino, esonerandolo dall’accodarsi a file infinite, incoraggiandolo a non intasare gli uffici con richieste basilari (come la mia) per le quali, spesso e volentieri, si paga la bellezza di nulla!

Ecco, ti offrono il servizio gratuitamente, spendendo tempo e carta, quando invece il documento potrei richiederlo via internet inserendo i miei dati, premendo il tasto stampa et voilà!

Sarebbe possibile offrire celerissime prestazioni telematiche a costo ridotto!

Ma no. A noi italiani piace complicarci la vita, altrimenti sai che noia senza potersi lamentare?!

#4: Sì, viaggiare!

Quando viaggio ogni cosa, anche quella più insignificante, mi stupisce.

Osservo meravigliata il colore del cieloche è diverso da quello di casa”, la gente che passeggia o che, seduta ad un tavolino, consuma qualcosa di forma e gusto sconosciuti, le piste ciclabili immense, le vetrine dei negozietti situati in quelle viuzze lontane dai centri commerciali, la struttura delle case, in particolare quella dei tetti e delle finestre, la varietà delle piante spontanee e degli alberi, gli enormi parchi in cui perdersi, il colore del fiume che in alcuni casi scorre vicino alla città, gli animaletti.

Mi stupisco persino per come parla la gente attorno (“Nerdy, hai sentito come parla bene il polacco quella ragazza?” “, Nero, quella ragazza è polacca, se non lo parla bene lei…” “Ooooh – con un sotteso di ma-chi-se-lo-aspettava”).

Devo confessare di avere un debole per i negozi di souvenir. Sì, mea maxima culpa.

Insomma, ogni cosa mi sembra assolutamente degna di nota, quando sono lontana dalla mia terra. Forse perché, essendo “confinata” in un’isola, tutto al di fuori di essa sembra enormemente più grande, entusiasmante ed a volte ingestibile, adrenalinico.

Immagino quel che possano pensare i malcapitati che mi vedono girare per le strade della loro città a bocca aperta, indicando (e fotografando, peggio di tutti i giapponesi del mondo riuniti a Roma) come una disgraziata ogni fronzolo, lanciando gridolini da bambina di tre anni scarsi (“Hai viiiisto? Un negozietto di paccottiglia-inutile in cui possiamo comprare centinaia di stupidi-oggetti per tutti i nostri amici!”), mano nella mano col Nerdy che mi guarda con annesso sopracciglio folto e nero sollevato, colmo di dubbio/perplessità.

Penso e ripenso che chiunque viva nel posto in cui sono in visita veda queste cose, che io riesco a percepire strabilianti ed inspiegabili, come normali, noiose e totalmente ordinarie, mentre per me qualsiasi odore, tinta, pezzetto di storia, scorcio letterario dissimile dal mio quotidiano, diviene fonte di immensa ispirazione.

E poi, ogni posto mi lascia qualcosa in eredità e non sempre questo qualcosa è semplice da gestire o comprendere. Magari prima di capire e somatizzare cosa sia questo peso che mi sono inconsciamente sobbarcata, passa del tempo.

A volte, scopro solo a casa che questa pesantezza altro non è che l’urlo disperato della mia bilancia (“Tzè, ogni volta che torni da un viaggio la tara si sminchia!”).

Scusate, eh, ma quei pierogi/tacos/bratwurst/naan/stinchi-di-maiale/polpette di verdure fritte erano davvero irresistibili.

#3: Il fanta-lavoro ti dà un sacco di emozioni

Il fanta-lavoro è un luogo oscuro e di perdizione.

Incontri tutti i casi umani, anche quelli che penseresti frutto di un racconto fantascientifico, sci-fi, fantasy, horror (se state pensando ad altri generi che non conosco, potete aggiungerli alla lista!).

Hai per colleghi uomini-in-arancione (non belli come QUELL’UOMO-in-arancione), per colleghe hai tutte le esponenti più rilevanti della città di Topolinia ed alcune rappresentanti di Sex and the city versione safari.

Il fatto che si abbiglino come odalische o antiche nobili egizie è dato, probabilmente, dal fatto che l’utenza con la quale trattiamo sia composta da giovani uomini prestanti, provenienti dal Sud e dall’Est del Mondo.

La mattina è possibile infatti poter ammirare una ricca fauna di esemplari muscolosi/scolpiti, al pascolo dentro la struttura coperti da un risibile slip ed un microscopico asciugamano stretto in vita.

Il maschio predatore con totale noncuranza, esibisce ogni centimetro d’ebano del proprio corpo, profondendo nell’aria una dose considerevole di testosterone che inebria l’anima (e non solo) di tutte le mie co-workers (and not).

Lo stabilimento dentro il quale lavoro è stato costruito quando Mussolini era ancora in vita, quindi è vecchio di quasi ottant’anni. Ed è ridotto in condizioni penose.

Ma per raccontarvi meglio questo, dovrò scrivere un altro post. Forse, prima o poi!

E’ puntuale abitudine, sul posto di lavoro, quella di inventare storielle assurde sulla colleganza, per poi far scoppiare liti epiche, di quelle alle quali si assiste con pop-corn e birra (tassativamente analcolica, almeno in quel posto). Di questa pratica barbara non ho mai compreso esattamente il senso, ma, devo dirlo, quando scattano le lotte questo è il mio assetto-aspetto:

popcorn

 

Anche a voi capita di fare da gratuiti (ed a volte ignari) spettatori?