#29: La lettera che non ti ho mai scritto (e che forse nemmeno ti meriti).

Vedi, ci sono tantissimi esseri viventi in questo mondo. Ognuno ha le proprie peculiarità: c’è chi è distratto e si dimentica qualcosa perché ha la testa fra le nuvole, perso nei propri perché, impegnato a rincorrere il Bianconiglio seguendo il lontano richiamo del ticchettio dell’orologio; c’è chi ha un carattere ostile, impenetrabile e niente e nessuno può fargli/le  cambiare idea, opinione; c’è chi ha un gran cuore e vuole dimostrarlo a tutti i costi, “costi quel che costi”. C’è ancora chi ha una grande pazienza, ma rimane in silenzio ad ascoltare, osservare, coltivando emozioni e riflessioni segrete che poi sbocciano in un meraviglioso giardino di fiori nascosto da alte mura di intricate edere, le quali celano ancora un piccolo passaggio segreto, forse una porticina con una chiave che spetta a te cercare. Ci sono quelli che sembrano rudi e sono in realtà delle torte di cioccolato fondente dal cuore morbido, ma ci sono anche quelli che sembrano rudi e sono rudi, volgari e inopportuni. Alcuni hanno un’anima sensibile intrappolata in un corpo che sembra non volergli appartenere, altri ancora hanno un corpo meraviglioso ma un’anima lercia. Ci sono quelli che non badano al proprio corpo ma ai propri atteggiamenti, vivono per gli ideali “ben più alti” di ogni umana frivolezza.
Poi ci sei tu.

Tu.

Avrei voluto scriverti una lettera, ma non trovo mai le parole adatte che possano descriverti esattamente. Quelle giuste, che ti si cuciano addosso come fossero un abito.
Per un momento della mia vita ho pensato di aver trovato in te un’amica perfetta. Non ho mai dato troppo peso alle mancanze, alle assenze, alle parole non dette o alle parole dette con leggerezza. Ho sempre pensato che tra noi esistesse un legame vero, profondo, illudendomi fosse “inossidabile”, capace di sfidare ogni sorte ed ogni avversità.
Avevo un’immagine in mente di te totalmente diversa dalla realtà. Mi sono illusa di poterti stare vicino nella tua sofferenza, nei tuoi sorrisi, nella tua vita e di poter toccare, con la mia, la tua anima, anche solo sfiorandola appena appena, gentilmente, come si fa con la punta delle dita contro il petalo di un bocciolo profumato e fresco.
Non credo di aver cercato spasmodicamente di invadere la tua essenza, ma posso dirti di non averti capita e di aver preso un forte abbaglio, di aver letto male i “sintomi” della tua inimicizia ed aver interpretato la realtà a mio modo, forse perché ciò che “sentivo” si scontrava totalmente con quel che “vedevo”.
Ho percepito un cambiamento, ma non credevo in quello che mostravi. Era troppo difficile da ingoiare e digerire.
Non capivo il perché dei tuoi atteggiamenti freddi, scostanti e dettati dalla presenza di questa o quella persona, dei tuoi momenti di ostilità, dei tuoi falsi abbracci, delle moine prive di qualsiasi vero affetto.
Le parole dette alle mie spalle, così pesanti e terribili, mi hanno ferita.
Sono ferita tutt’ora. Ma non ti porto rancore.
L’unica mia domanda è “perché?”.
E sai cosa mi fa più male? Non trovare una risposta e, al posto di quest’ultima, lasciare un enorme vuoto. Una voragine. Non capisco quale motivo ti abbia portata ad essere irraggiungibile ed intangibile.

Non voglio più stare male per te. Voglio lasciarti andare, leggera ed ondeggiante come una barca sul mare placido, e stare dove sono, sulla riva a fissare il cielo e l’orizzonte nel quale ti perdi e, piano piano, sparisci lontana da me a cercare la tua felicità.

Ci sono tante parole che non ti ho detto e che non ti dirò mai. Solo ora capisco che non te le meriteresti. Non più.

#28: you’re going to have an “A”!

L’avrò sentito (e scritto) giusto?
Ebbene, sono passati 2 mesi e mezzo. Diggià? Are you kiddin’ me, dude?
Unfortunately I’m not.

In questi due mesi e mezzo ho “passato” 2 test, il primo con 96, il secondo con *rullo di tamburi* 100!

Ok, ok. Non sono ad Harvard o a Yale. Sono una semplicissima studentessa di una scuola che insegna l’inglese yankee e that’s it!
Il mio obiettivo è imparare e imparare ancora.

Nerdy ancora bestemmia per la sua F. I’m so sorry, come dicono di continuo qui – anche quando non sono sorry proprio per niente.

Per festeggiare questo traguardo ho deciso di ricominciare ad avere un’alimentazione accetabile in termini nutrizionali. Questo significa che mentre gli altri oggi si abbufferanno con le lasagne e tiramisù, io mangerò la mia insalata col tonno e pomodori ed i miei 60 grammi di riso integrale.

Come dolce, cosa gradisci Man? Un caffè, grazie.

Dimenticavo un dettaglio…
Dev’essere senza zucchero.

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Coff… Coff…

#27: Il tacchino, la neve e lo shopping sotto le stelle.

Passiamo con la macchina affianco al cimitero ricoperto di neve. Attraverso i finestrini, riesco a vedere le lapidi ricoperte di un sottile strato bianco di cristalli ghiacciati che risplendono quando toccati dalla luce dei fari.
PiccolaPesteBubbonica, seduta nei sedili posteriori, canticchia qualcosa assieme ad un’amica brasiliana. Sono circa le nove e mezzo di sera e stiamo andando a fare shopping.
Nella mente ho un milione di pensieri. No, forse due. Miliardi. Di milioni.
Abbiamo passato una giornata a mangiare e chiacchierare a casa di un’amica/collega, che ha preparato una tavola meravigliosa imbandita di ogni grazia di Dio. In verità erano due: una per il salato e l’altra per il dolce. Il clima era quello che trovi dentro casa tua durante la cena della vigilia di Natale: pace, amore, calore e voglia di stare insieme per condividere le cose belle della vita ( e anche quelle meno belle, diciamocelo).
E certo che si ha voglia di stare vicini e spartire! Siamo, chi più chi meno, lontani almeno 10,000 miglia da casa nostra, con una voglia matta di essere amati e accettati per come siamo. Niente di più facile, giusto?
Eh
Thanksgiving.
Parliamone.
Ringraziamento… E chi devo ringraziare?
Non posso mettermi proprio ora a stilare una lista delle persone a cui devo tutta la mia gratitudine. Come potrei? Rischierei di battere sulla tastiera migliaia di nomi, migliaia di ragioni, scartabellando faticosamente i fogli impilati sulla scrivania della mia mente, esaminando i ricordi, uno dopo l’altro.
Sono grata. Sappiatelo. Sono riconoscente verso tutto e tutti. Verso ogni respiro che lascio andare e che riprendo dentro me, sono grata del cielo, del Sole, della pioggia, del vento e del Sole mentre piove e fa vento. Sono grata di essermi svegliata stamattina, di aver potuto vivere questa meravigliosa giornata con delle persone che, come me, si sforzano di sorridere nonostante le difficoltà. Dico grazie per i frutti del mio raccolto, per l’amore che mi circonda. Per avere con me due gioie (PPB e Nerdy), ed è per loro che la mattina mi alzo e faccio tutto quello che posso.
Grazie, grazie, grazie. Grazie anche a chi mi ha fatto del male, a chi mi ha dato delle lezioni, a quelle parti della mia vita che sono state come brutti schiaffi perché sono state motivo di crescita.
Sempre più spesso ho paura che questo incanto possa infrangersi da un momento all’altro. Ho tantissime paure che cerco di tenere nascoste dentro me. E che per oggi rimarranno silenziose. Voglio pensare che questa magia possa durare eternamente, rinchiusa in questo infinito attimo.

Ok. Poi al Mall ho comprato una caffettiera nuova. Elettronica. E fa 12 cups di caffè.
E anche la bilancia elettronica. Ho bisogno di riprendere a mangiare come un essere umano.  (e smetterla di mangiare queste cose buonissime e piene di zucchero, burro, olio, colesterolo, grasso…)

Thanksgiving-Day-1

#26: Mh, mh.

Stavo cercando una ricetta al PC.
Una di quelle sfiziosette che mi ritrovavo a creare, voglia&tempo permettendo, quando vivevo in Italia. Nel bel mezzo del mio momento cogitabondo, sono stata colta da un pensiero fulminante “Porcocane. Sono dall’altra parte del mondo!”.

Chi ha deciso di emigrare (e ce l’ha fatta) è stato secondo me investito da questo pensiero e stato d’animo più di una volta!
Eccomi preda di sconforto, così, improvvisamente.

In realtà il pensiero consecutivo è stato “Non posso raggiungere mia madre/mio padre/mia nonna/la mia amica/mia suocera quando mi pare“.

La distanza.

Un problema che mi ero posta in precedenza, prima di essere fisicamente nella terra dei cowboy, ma che non avevo mai concretamente fatto mio.

Sta scorrendo via la quinta settimana di permanenza e ne trascorreranno probabilmente tante altre, lontana dai miei affetti. Presto arriverà l’inverno e la neve ed il buio presto. E saremo solo Nerdy, PiccolaPeste ed io.
Che, intendiamoci, è un mix più che sufficiente per riempirmi la vita, ma a volte si ha bisogno di amenità, leggerezza, compagnia e qualche sorriso sincero, un volto amico ed il calore della tua famiglia.
Quel calore che altrove non trovi o che forse VUOI non trovare.

Com’è difficile essere una donna allegra durante il pre-ciclo.

#25: “Beata te” a chi?!

Oggi ho esagerato col caffè. Va be’ che è lungo, va be’ che non è fatto con la moka e nemmeno è un espresso del bar, va be’ che non ha zucchero ma, accidenti a me, tre tazze da colazione quasi colme sono DAVVERO troppe.
Va be’,  ormai è andata ed è inutile versare lacrime amare sul coccodrillo. Versare il latte sulle lacrime di coccodrillo.  Piangere sul caffellatte. Caffellatex (mi vengono in mente cose idicibili!).
** 1 – 2 – 3 prova, prova, sah, sah ***
L’ultimo neurone ha detto ciao. È educato, “mica come questi ragazzi di oggi… Quando ero giovane io…

Comunque, so bene che tutti avete perfettamente capito cosa intendevo:

È inutile piangere sul caffè bevuto.

Tanto ormai è andato, anche quello. Più o meno come il mio amico neurone in cerca di compagnia. Non voglio deluderlo, però, dicendogli che una volta morti i neuroni non resuscitano più. Forse ne nascono di nuovi, ma non sono un medico e, ad ogni modo, non sono qui per parlarvi di Nancy (il mio neurone biondo che controbilancia la mia parte cupa).

Sto fondendo. Lavoro così tanto che il mio cervello ha deciso di prendersi una vacanza autonomamente. Quando l’ho visto andar via con la corda spinale avvolta attorno alla valigia e l’ombrellone piantato nel ventricolo destro, non ho avuto bisogno di ricevere altre spiegazioni.
Però non mi lamento e penso a quanti non hanno nulla, nemmeno un tetto sulla testa o un affetto relativamente vicino.
Rifletto sul fatto che in pochi anni ho realizzato molti dei miei obiettivi e, lo dico, tenetevi, sono abbastanza soddisfatta del mio operato. Mi sento sufficientemente fiera di me stessa, ma ancora non abbastanza.

Ce la metto tutta, impiego tempo, voglia, denaro ed energia per ottenere il massimo. Questo “massimo” costa caro, non è gratuito ed è una salita nemmeno troppo agevole sulla quale inerpicarsi. Ma questa è la via e, armata di tutto punto, decido di affrontarla e rischiare.
Ogni buon obiettivo cela una dose di rischio, questo è quanto devo pagare e sono pronta a farlo.
E se va male?  E se va male, allora si ricomincia da qualche parte, con un bagaglio nuovo, un po’ più pesante e sicuramente colmo di nuove cose: panorami, orizzonti, idee, volti, storie, parole, culture, gesti e chissà cos’altro.

Ogni giorno diventa una pagina bianca sulla quale sono IO a decidere cosa scrivervi sopra, nero su bianco, evidenziando le parti che ritengo più ricche ed utili, scartando quelle che non mi fanno crescere o che non incrementano le mie conoscenze, la mia curiosità, la criticità che ho verso il mondo e quella verso me stessa. Forse queste ultime in ordine inverso.

Quando raggiungi uno dei tuoi “goal” (al singolare, altrimenti i grammar-nazi mi puniscono nel nome della Luna – ma in questo post di errori ce ne sono a iosa), senti tutto l’Universo congiungersi e sorriderti con un certo compiacimento, quasi strizzandoti l’occhio. Un’ondata di positività ti stravolge la mente. “Ah, il potere della vittoria!”
Poi…
Arriva.

È un tuo amico/una tua amica. O almeno tu lo definiresti tale. Ci credi davvero.
Ti stringe la mano, ti fa i complimenti di rito, si congratula emulando la serietà di un avvocato nel momento in cui presenta al cliente la (salatissima) parcella e, aprendo per bene le labbra in modo che le sillabe vengano scandite con efficienza, ti dice:

BEATA TE“.

In quel momento il buio obnubila ogni mio pensiero.
L’unica cosa lucida che la mia mente sgrava è uno scenario apocalittico in cui Bafometto ed i suoi fidi amici vomitano lava, lapilli, peste e colera sulla terra sconquassata da tremori, maree, crepe e *aggiungi qualcosa di terribile ed agghiacciante per me, grazie*.

Beata? DICO IO?
Ma con tutte le parole che esistono nel fantastico vocabolario italiano, vai a scegliere la più sfigata? La più attribuibile ad una divinità che ad un essere umano in carne ed ossa?!
MI STAI FORSE DICENDO CHE I MIEI SUCCESSI HANNO DEL MAGICO? Che non ho lavorato per meritarmeli?! O che sono unta dal Signore? E quindi i miei successi NON li ho costruiti, ma sono frutto del tuo dio?

Se avessi vinto un triliardoditrilioni, allora forse potrei sentirmi dire “Beata te”, ma con tutte le ore, i nervi, lo studio, lo stress e mille problemi di contorno costatimi per ottenere una briciola di quello che in realtà è il mio sogno, sentirmi appellare in quel modo così restrittivo e banale, che per nulla al mondo mi rispecchia, è uno schiaffo alla mia persona.

E va be‘, vorrà dire che sono una di quelle beate pronte a sobbarcarsi kg di…

Cacca_e_carta_igienica_in_love

Camomillina, ora?

#24: Ma chi l’ha detto che l’inglese è facile?

La conversazione tipo sull’apprendimento delle lingue comincia più o meno così:

A: “Il tedesco? No, davvero è incomprensibile raga. Anche se mi applico, non ci capisco niente.
B: “Il francese somiglia all’italiano!
C: “Ebbè, sono lingue romanze
B: “Come lo spagnolo, dai. Se uno ti parla in spagnolo TU lo capisci, di-si-cu-roh!
C: “L’inglese invece…
A: “Dai l’inglese è una cazzata! Tutti lo sanno e tutti lo capiscono!
All’unisono: “Infatti

wtf

Cominciamo con lo sfatare il mito de “l’inglese è una lingua facile“.
Tutte le lingue sono facili se hai dieci anni, la mente aperta e libera che assorbe ogni informazione, oppure se hai vissuto a lungo in un determinato posto, se sei portato per lo studio delle lingue o semplicemente sei fortunatissimo e qualsiasi novità ti rimane impressa nella mente come un pezzo di gomma masticata appiccicata ai capelli.

Direi che i dieci li ho passati da qualche tempo, non ho mai vissuto da nessuna parte se non nell’isola-laggiù ed ho avuto pochi contatti con esseri umani parlanti la lingua di Queen Elizabeth II, figurati con i restanti pronipoti dei settlers inglesi frammisti a solo-il-tuo-dio-lo-sa chi altro. Insomma tutto questo per dire (o meglio, summarizing! come dice il mio teacher Trevor, che somiglia vagamente ad un pastore tedesco dato l’imperante neo che mi squadra dalla sua grigiastra guancia sinistra) che quando mi approccio con uno di questi indigeni cappello-da-baseball-munito, non capisco assolutamente nulla di quello che mi dice o, più in generale, di quello che sento.

A differenza del popolo della ridente terra di Dante, questi anglosassoni pretendono che tu conosca e padroneggi perfettamente la loro lingua, pertanto il più delle volte si risentono a dover ripetere i loro articolatissimi pensieri, i quali mancano di vocali o consonanti essenziali per la comprensione, non dico totale ma almeno sufficiente, di un argomento. Oltre ai twinkies ed ai deep fried Oreo, avranno ingurgitato anche parti di frasi e parole. Roba dietetica, eh, vi rovina la media carissimi nipoti dello zio Tom!

Volevo dirvi anche che nei fairground ti friggono anche la mamma, se chiedi e paghi.
E che i dolci sanno di cannella, che io amo alla follia.
E che quando, di fronte ad un curatissimo giardino rigoglioso e punteggiato di fiori colorati e profumati, rimango incantata a guardare le foglie dorate, arancioni e rosse che sospinte dal vento vorticano danzando leggerissime ed eleganti, il cuore mi si riempie di gioia e mi sento felice ed incredula, incapace di credere di poter meritare tanta bellezza e tutta in colpo solo.

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#23: Impressioni (di Settembre)

Cos’è cambiato rispetto ad Agosto?
Sostanzialmente niente, togliendo nove ore di aereo, un appartamento con moquette, una scuola di lingue multietnica ed il caffè aromatizzato alla vaniglia e nocciola.

Analizziamo in sequenza:

  1. Nove ore di aereo:
    Tutti quelli che mi conoscono sanno che già una sola ora di aereo rappresenta per me un enorme scoglio insormontabile.
    La sera prima del decollo verso una qualsiasi meta quasi non dormo, passando una terrificante notte insonne (un romantico esempio qui. Seh! Me piacerebbe. Un esempio concreto di non-ho-chiuso-occhio-nemmeno-per-errore cliccando qui... Ma perché quando cerco immagini di donne stressate o stanchissime, vengono fuori solo signorine rilassatissime?! Forse per affermazione delladottrina dei contrari…). Per me, abituata alle traversate con le compagnie low-cost – il che include una serie di vantaggi fichissimi controbilanciata da svantaggi considerevoli -, viaggiare con quella di bandiera è stata veramente un’esperienza unica. Mentre PPB sonnecchiava e Nerdy tentava invano di imitarla, mi sono dedicata alla visione di “The Wolf of Wall Street” e, devo dirlo, mi è piaciuto parecchio. (Leo, sono una tua fan e sono riuscita a portare dalla mia anche l’uomo-in-arancione, ora anche lui vuole il tuo autografo! “Ma quanto sono poraccia?“)
    Comunque sì, in nove ore sono passata da casa di mammà al Paese-Laggiù.
  2. Un appartamento con la moquettah:
    Cosa odio dopo l’aereo? Ovviamente la moquettah. Che è marrone, pure, e sa sempre di “ehy, passami sopra l’aspirapolvere perché sono un posto perfetto per gli acari e per solo-il-signore(chiunque esso sia)-sa cosa.”
    Questo “carpet“, che nulla ha a che fare con quello red e fashion degli Awards, è vecchio, macchiato di varechina ed emette un odore acre ed indescrivibile.
    Le pareti della casetta sono bianche, sicuramente tinte di fresco.
    Le finestre sono ampie e la luce ci può agilmente svegliare alle sei e mezza del mattino, assieme agli uccellini che cinguettano gioiosi ed agli scoiattoli che si affacciano allegramente sulla nostra camera da letto, abbracciando una ghianda o trasportando un legnetto.
    Ho cercato di convincerli di essere in presenza di Biancaneve, cantando una canzoncina su come rifare i letti tirando su le lenzuola con zampette e becco, ma non mi sembrano affatto persuasi
    Di fronte a casa c’è un centro commerciale ed un cimitero. Insomma, Eraclito potrebbe aver avuto un’illuminazione sulla sua dottrina esattamente qui, nella Smallville de noantri.
  3. Una scuola di lingue multietnica:
    Una ovviamente vuole andare da una parte X del mondo per interiorizzare la lingua, la cultura e lo stile di vita.
    Qual è la soluzione a tutto ciò? Trovare una scuola che risponda alle nostre esigenze. Facile, no?
    Sappi che però non sarai l’unico personaggio dei cartoni animati, ma incontrerai anche varie Mulan, Cenerentola, Rapunzel, Merida, Tiana, Belle, Ariel, Koda, Bambi, Mowgli, Pumba, Timon, Simba & so on…
    Preparati anche a sentirti un* complet* idiota. Sì, perché tutti quelli in classe con te conoscono QUESTO Paese che ti ospita da molto più tempo. Parlando come veri nativi.
    Grazie.
  4. Caffè aromatizzato alla vaniglia e nocciola:
    Ero decisamente scettica in merito alla commistione di caffé ed “altre porcate emerite”.
    Poi è arrivata questa miscela del demonio, da mettere dentro la moka.
    Ah, che buono l’odore del caffè che ti sveglia al mattino. Profuma di bei ricordi…Trovata su: http://www.dissapore.com/

#22: Omertà o Incapacità?

Sto cercando di contattare il maggior numero di persone a cui voglio bene per renderle partecipi di questo nuovo progetto della mia vita.

Premetto che quest’anno ho deciso di amputare quei rapporti tenuti “in nome di qualcosa” tipo conoscenza prolungata (e allungata), amicizia (che credevi sincera e invece si è dimostrata per quel che è veramente), quieto vivere ed altri fattori che noi descriveremo brevissimamente con etc, allontanandomi volutamente e lasciando ad ognuno la possibilità di realizzarsi ed essere felice a distanza dalla mia persona, perché secondo me è questo che fanno gli intelligenti (in ambito sentimentale). Non augurano male, infilandosi in un tunnel di odio/rancore/invidia, ma sperano che coloro a cui hanno dedicato parte di sé possano vivere e godere delle migliori fortune.
Riflettendoci è quello che vorrei per me stessa.

Questi legami, caduti in disgrazia per qualche ragione, hanno costellato la nostra vita di episodi indelebili di vario genere, a volte molto gradevoli, altre decisamente spiacevoli. Oltre agli episodi vissuti, di cui ognuno ha goduto ed è stato protagonista seguendo il proprio punto di vista, ci sono i metri di giudizio differenti, le onde di pensiero sintonizzate su canali diversi ed il confronto, quando esiste.

Quando esiste
È un po’ strano per me, donna conosciuta per la naturale dote di saper divenire un’ enorme e sconfinata faccia da c… – Umh, sincera, dicevo! -, pensare che una persona voglia omettere la propria reale opinione su un’altra ritenuta amica e si nasconda volutamente dietro una serie di moine sfacciate, inverosimili e costruite.

Facciamo ora un esempio concreto di quello che succede alle donne ed ai loro rapporti, soprattutto in ambito lavorativo [chiameremo i nostri figuranti Brutilde, Cicciola e Elvira (i fatti narrati NON sono di pura fantasia; chiunque si riconoscesse in uno o più personaggi è libero di far partire immantinente un esame di coscienza di quelli-che-proprio-non-ti-dimentichi-mai.)]:

Brutilde:”Cicciola, ma hai visto quanto è grassa Elvira. Ha un culo che fa provincia, ma come fa a guidare la macchina quella? Non riesce a passare dalle porte!”
Cicciola:”Effettivamente dovrebbe dimagrire. Più che altro per la sua salute”

Arriva Elvira

Brutilde salta su dalla sedia, manco fosse in preda ad un attacco di diarrea fulminante, e corre scalpicciando contro Elvira, festante come a 12 anni.

Brutilde ad Elvira:”Ma quanto siamo belle oggi. Ma quando-to-sia-mo-bbbell-llleh!

Seguono baci, manco fosse la vigilia di Natale o anno nuovo. Ovviamente è Brutilde la bacitrice compulsiva.

Cicciola pensa:”Ovviamente con me non lo farà mai. Figurati se potrebbe mai criticarmi dopo tutti i segretucci e le effusioni scambiate e gli anni di feste assieme…” (illusa!)

Cicciola ha un impegno e lascia le due amiche esattamente dove sono, lì in piedi a chiacchierare.

Brutilde è furba però, sa che Elvira non ascolterebbe mai una critica senza poi rifletterci sopra e smascherarla. Ed allora cosa fa? Va da altre persone e critica quell’atteggiamento di Cicciola, sì quello là, che tanto le da sui nervi.
Brutilde pensa di essere il centro dell’Universo conosciuto e sconosciuto e, come esso, di essere infinitamente esplosivo e magnetico. Purtroppo non sa che l’unica cosa di illimitatamente visibile è la sua idiozia e ridicolaggine.
Un altro dato da aggiungere a questa analisi è l’imprevedibilità, ovvero “non so cosa aspettarmi da te“.
Persone come Brutilde sono capacissim* attori/trici, dissimulano con scioltezza amore, devozione e affetto, indistintamente e clamorosamente, emettendo versi come “tu devi sapere che ti voglio bene, per me sei speciale, ho bisogno di te e sei l’unica persona che sa tutto di me [anche se alle spalle dico peste e corna di te (ma questa è una di quelle avvertenze scritte nei bugiardini in un minuscolo talmente minuscolo da risultare illeggibile)]”.

Elementi di questo livello possono impiegare un tempo più o meno lungo per mostrarsi al tornasole.

Il vero problema per me è senza dubbio l’incapacità di calibrare le parole, di comprendere davvero quanto una parola ricevuta pesi nel cuore di un essere umano e di centellinare le parole che escono dalla gola, cercando di fare una cernita tra quelle che provengono dal cervello, dallo stomaco, dal fegato o dal deretano. L’ho detto, cacchio!

In opposizione al problema del parlo-ma-non-penso c’è il non-parlo-per-(inserisci qui qualsiasi cosa ti venga in mente. Esempi: principio/orgoglio/non-ho-voglia/non-ne-sono-capace…).

L’assordante mutismo cinge buona parte dei rapporti, tutta la spontaneità si perde sfumando in mezzi di comunicazione alternativi che mediano la parola detta, trasformandola in un paradiso di byte privi di qualsiasi emozione.
Si è un po’ perso il bisogno di dialogo e contatto, perché si crea una dualità tra l’essere ed il dover essere, in uno sforzo sovrumano di risultare qualcosa che ai fatti non si è! Ci si sforza di mostrarsi sempre felici, di far vedere a tutti quale meraviglioso accessorio è andato ad aggiungersi ai milioni di altri inutili orpelli, si vuol mostrare ed ostentare un personaggio inventato da noi per alimentare un ego insaziabile.
Che cosa limita o distrugge la volontà di rivelarsi per chi si è davvero, dentro i propri panni? Vogliamo essere omertosi con noi e con gli altri perché è la via più semplice per non esporsi mai o siamo solo incapaci di gestire questo senso del dover apparire per forza belli, ricchi e simpatici? O peggio ancora siamo incapaci di essere e capire semplicemente noi stessi?

Dopo questo mattone, vado a bere un caffè. Doppio, eh!

#21: Il preavviso

Guarda che bel cielo azzurro qua fuori, PiccolaPesteBubbonica!

Hey, Nerdy! Domani finalmente finiremo di riempire le scatole! Abbiamo ancora DUE giorni di ferie!

È tutto perfetto, studiato nel minimo dettaglio. Ogni cosa si svolge come dovrebbe, dallo smistamento del vestiario all’imballaggio degli utensili, passando per un trallallá ed un “a presto!“.

Poi l’espressione di Nerdy alle 18:00 in punto muta di netto e quello che prima sembrava uno spensierato sorriso da puer in locus amoenus, svanisce, sostituito da un feroce ghigno.

Oh amato Nerdy con paresi da Joker, cos’accade?!“, chiedo con un occhio a PPB e l’altro alla montagna di pacchi che invade casa.

La notizia quasi sembra non voler abbandonare le pallide e rabbiose labbra dell’uomo-in-arancione, per paura che il suono di quel temibile segreto possa concretizzare l’inevitabile.
Le ipotesi sono:

A. Decesso di felino
Ti è morto il gatto?
Scuote il capo.

B. Appuntamento procrastinato
Il dentista ha detto che la pulizia semestrale salta?
Di nuovo no.

C. Catastrofe naturale
Un meteorite ha colpito casa della suocera?
Ancora niente.

D. Fenomeni paranormali o incontri del terzo tipo
Gli alieni sono venuti in visita nel piccolo paesello industriale?
No, no e no!

Qualcosa però si muove, risalendo l’oscuro abisso delle interiora dell’uomo Nerd. Lui, un pezzo di protonpack in mano e uno smeriglietto nell’altra, mi guarda attraverso i suoi occhiali da saldatore con espressione immobile. Così rassegnato l’ho visto solo quella volta che eravamo in ferie e… Ohcacchio!
Sibilando striscia, arrancando tra lingua e denti, la frase che nessun essere vivente vorrebbe mai sentirsi dire.

“C O S A?!” rispondo io, armata di calzini e reggiseni appena tolti dalla fune.

Sì, avete capito bene.

Nero e Nerdy sono stati richiamati al lavoro dalle ferieper esigenze di servizio” con un preavviso di dodici ore esatte.
Mapporc