#42: Kitchen Confidential di Anthony Bourdain


Questo libro, questo libro… Questo libro mi ha annoiata a morte, ad eccezione di qualche simpatico aneddoto lasciato qui e là, così per puro caso. 

Non vedevo l’ora di terminarlo e non per vedere dove andasse a finire, piuttosto per l’esigenza impellente di passare a qualcosa di bello, coinvolgente.

Anthony Bourdain è un cuoco-scrittore americano, che nel suo Kitchen Confidential tenta di rappresentare il mondo della gastronomia come un enorme vascello di pirati brutti, cattivi, sporchi e tossici in modo completamente esaltato ed affettato. Le cucine vengono dipinte come inferni danzanti (il che rispecchia il vero), capitanati da folli Ammiragli coi denti marci e con la fiatella di whiskey che impesta l’aria sin dalle prime luci dell’alba.

Vi è un impasto totale di stupefacenti, alcol, mafia, scopate sui luoghi di lavoro – meglio se sopra materiale deperibile-, sozzura e ciarpame. 

Non essendo uno scrittore, si avventura in una catena inutile di dettagli e sorvola invece su impressioni/ragionamenti non evidenti che abbisognerebbero di delucidazioni.

In un totale e confortevole onanismo si bulla di quanto la sua carriera sia stata dura, a tratti schifosa e di quanto sia dovuto divenire spietato e senza cuore, ma con un cuore. Sì, esattamente, il libro è trapunto di contraddizioni, smentite e noiosi salti temporali,  del tipo “quella volta al campo della banda…“.

Chiuso il libro la sensazione è stata quella del dolorosissimo postpartum, oltreché di LIBERAZIONE totale. 

Non posso dire che il frasario e i vocaboli altisonanti utilizzati non siano talvolta in completa dissonanza con il gergo, ma questa, almeno, è stata una sorpresa piuttosto piacevole.

Lo avessi letto a vent’anni forse l’avrei apprezzato, ma oggi lo trovo pretenzioso e ostentato. 

La frase più stupida che abbia letto riguardava il fatto che un cuoco che macella un’anatra ascoltando i Sex Pistol mostri alla sua brigata la propria posizione di potere e autorità… Cioè, solo perché i Sex Pistols erano dei tossici – e tu pure-, altri esseri umani, tuoi sottoposti, dovrebbero sentirsi intimoriti dalla tua mannaia che batte al ritmo delle loro canzoni sopra il cadavere di un pennuto di cinque kg? Che pateticità, amici.

Giusto un appunto: non ho nulla contro i Sex Pistol ed i i tossicodipendenti, ma contro gli stereotipi che questo libro vuole far passare per simpatici e decorativi, quando in realtà mettono in risalto soltanto il mare di cliché nel quale l’autore sguazza bellamente.

Mi è piaciuto? Su goodreads gli ho dato due stelle, essendo generosa, ma la realtà dei fatti è che non mi ha entusiasmata.

Lo consiglio? Nì. Sicuramente per gli amanti del settore culinario, per chi comprende i termini tecnici senza doverli cercare su wikipedia o sulla Treccani, questo libro potrebbe essere una chicca da aggiungere a ben più celebri romanzi sul cibo e sulla ristorazione.
Peace out!

 

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#38: Notturno Indiano

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Producendo un post all’anno raggiungerò le mie anelate 365 notti in altri 327 anni… Non male, devo dire. Ma io sono immortale, quindi chissenefrega!
Bando alle ciance…
Voglio raccontarvi di come i libri e lo scambio culturale uniscano le persone.

Ah, lo sapete ggià?
Allora passiamo subito alla descrizione più articolata del mio pensiero sul libro “notturno indiano” di Tabucchi.

A dispetto della semplicità della forma con cui è scritto il romanzo, la narrazione si presenta e svolge come una speculazione interiore che si rivela pezzo per pezzo, in continuo divenire, nelle sue più incongruenti sfaccettature, scivolando  gentilmente dalla ragione all’idea, intrecciandosi con le corde del sogno che sostengono la passerella oscillante del dialogo, sospeso nel vuoto di quel burrone che è la realtà.  Il concetto chiave è il “viaggio“, non la meta, non la destinazione, ma il viaggiare in sé e per sé, condito dalle anomalie, dagli imprevisti, dalla ricerca di sé negli altri ed in se stessi. I dialoghi proposti talvolta sfociano nel surreale, sono essenziali, leggeri e mai banali. Ogni persona incontrata ha una storia da narrare, un frammento di sé che in qualche modo apre una finestra sull’Universo racchiuso dell’animo, e questo accade in modo analogo nella vita quotidiana quando coloro che per caso attraversano il nostro sentiero e ci offrono un raggio di luce appena accennato, ci regalando una briciola della loro esperienza che diviene in parte anche nostra.
I periodi sono spesso lunghi ed interrotti da virgole, specie nei discorsi, pertanto rendono perfettamente l’idea della incongruenza e sregolatezza del pensiero che scorre fluido dalla mente alle labbra e si concretizza nella parola pronunciata, a volte ammantata di oscuri significati, altre cruda, essenziale, priva di pretese e verità soffuse.
Il lettore è libero di immaginare quello che il narratore omette e sta a lui riempire gli spazi vuoti ed interpretare i piccoli indizi disseminati in maniera del tutto casuale e personale.

In definitiva “Notturno indiano” è in realtà la descrizione di un’illusione, un susseguirsi di attimi sfuggenti e di storie, le une sconnesse dalle altre, ognuna lasciata a metà tra detto e taciuto, ognuna spezzettata ed incompiuta, come a volerci sussurrare che così è la nostra esistenza, così è la vita.

Consiglio la lettura di questo libro?
Se le arie trasognate, romantiche fanno breccia nel vostro cuore, sì.

Mi è piaciuto?
Sì!

#36: Tre piccole formichine a New York City

Nerdy, essendo un inguaribile appassionato di fumetti/cartoni/film/supereroi/cosplay, ha deciso di non perdersi il New York Comic Con 2015, esordendo con
Ho prenotato un ostello per quattro giorni a New York City,>> con entusiasmo, aggiungendo sottovoce << A ChinaTown,>> concludendo con << e domenica tutti al Comic Con!>>

Ora vi prego di immaginare una Nero che indossa un grembiule zebrato, intenta a gestire i piatti sporchi con la mano destra e la colazione di PiccolaPesteBubbonica con la sinistra, che ascolta il discorso del succitato Nerdy, senza emettere un fiato.
Poi esplode in un << NEW YORK CITY!>> scuotendo le pareti di tutto il condominio e facendo magicamente smettere di parlare la vicina del piano di sotto (vi assicuro che ha sempre un sacco di cose da dire, a qualsiasi ora del giorno e della notte e durante tutti i giorni della settimana. Ho addirittura pensato che stesse registrando se stessa, in una sorta di audioautobiografia. 

Per Christopher Lambert! Prendi fiato tra un “uin” ed un “chun”!).

Condomina logorroica a parte, Nerdy ha pensato a tutto: ha comprato la guida, la mappa della città ed ha strutturato degli itinerari interessanti persino per la nostra almost-teen.

La nostra avventura è iniziata mercoledì scorso e si conclude oggi, mentre ancora siamo sul bus di rientro.
Non voglio farvi un elenco dei pros&cons di viaggiare sul bus, perché diventerebbe una pallosa enumerazione di cose che potete sperimentare da voi una o l’altra volta nella vita.
Per me è sempre un misto tra “viaggio della speranza” e “anche stavolta ho dimenticato la busta di carta” ma, vabbè, ci si adatta!

Qual è la prima impressione quando si arriva a NYC?
Porcomondo, ci siamo persi,” un po’ come Kevin che perde di vista i suoi genitori, smarrendosi nella Grande Mela. Solo che noi non siamo arrivati in modo trionfale, sbarcando da uno di quegli aerei superlusso atterrati al JFK, ma scendendo da un bus poraccio dopo 4 ore di sbatti di qua e di là sinchè non rivedi anche la prima briciola della cena del giorno precedente.
Nonostante fossimo mappamuniti, tutt’attorno a noi c’erano solo muri di cemento e vetro enormi, intimidatori ed irraggiungiubili.
Alle quattro del pomeriggio, con una valigia pesantissima da trainare, abbiamo sfidato il caldo asfissiante ed insolito di questo  Ottobre, raggiungendo la stazione più vicina a noi passando per la via più lunga –e te pareva.
La metro di New York è un intrico di colori, numeri e lettere apparentemente incongruenti: la prima volta non è semplice venirne a capo, soprattutto con la pisciarella e la stanchezza di un intero anno di scuola e lavoro sul groppone.
Ad ogni modo ce l’abbiamo fatta, abbiamo preso un taxi!!
Come da copione, il taxista era arabo, superipertecnologico, parlava al cellulare con qualcuno. Non guidava, semplicemente schivava macchine, pedoni ed ostacoli, io invece ho visto più volte la mia vita passarmi davanti agli occhi.
Alla fine siamo arrivati illesi a Chinatown, o meglio nel Lower east side.

Mi sento di fare un pò di pubblicità all’ostello nel quale abbiamo alloggiato che, per quanto non fosse il migliore di sempre, era abbastanza pulito, abbastanza attrezzato e locato in una posizione favorevole agli spostamenti: si trova a due minuti  a piedi dalle fermate di Bowery e Grand Street, tutta la zona è inoltre piena zeppa di ristoranti aperti anche sino alle 23:00 ed è ad uno schioppo da Little Italy, casomai voleste mangiare un piatto di pasta aglio e olio per la modica cifra di 13 dollari (anche se al Piccolo Bufalo abbiamo speso 71 dollari in tre, prendendo un’insalata, tre primi, un sorbetto ed un dessert).

● Link all’hostel su booking ●

Com’è Chinatown?
Di giorno Chinatown è strapiena di bancarelle di frutta, verdura e pesce fresco con tutta la testa, il che è una vera rarità! Gli occhi sono colpiti da mille colori diversi, insegne in lingua cinese (non so se mandarino o cantonese o…), le orecchie invece dal continuo vociare e contrattare. Per le strade il lezzo di urina e scarti del cibo fa spesso stringere lo stomaco o storcere il naso, ma talvolta si viene investiti dal profumo inebriante dei dolci appena sfornati ed è praticamente impossibile resistervi!
Queste strane bakery hanno dei tavolini e ci si può sedere a degustare queste paste a mille sfoglie, che sono un tripudio di bontà, vaniglia, zucchero, burro, colesterolo… emh, con la possibilità di accompagnarvi una tazza di latte o tè o caffè caldo o un glaciale bubble tea (ewww!)
Ci sono dei market che vendono moltissimi prodotti, etnici e non, in cui vengono sfornati dei buonissimi bun a prezzi imbattibili.
Diciamocelo, Chinatown è superabbordabile. Ma è anche supersporca. Negli angoli delle strade troneggiano cataste di buste d’immondezza il cui percolato è disgustoso e va a comporre rivoltanti rigagnoli oleosi ai margini della strada,  nei quali potersi romanticamente specchiare… Aaaah

La lingua parlata non è l’inglese, ma un miscuglio incomprensibile. Spesso i venditori ti ignorano o sembrano infastiditi dalla tua presenza, poi però capisci che dopo 30 anni di lavoro continuativo, alzandosi alle 4 del mattino, lavorando sino alle X di sera, “shine or rain” (includiamoci anche snow) e senza manco il barlume di un giorno libero, magari abbiano un lieve vorticamento di eliche e tutta sta voglia di sorriderti l’abbiano persa assieme ai buoni propositi di inizio anno cinese.

Chinatown, che ci piaccia o no, merita di essere vista e vissuta

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Comprare o non comprare il citypass?

Ero partita con l’idea di acquistare un pass per le maggiori attrazioni della città, poi per una serie di eventi fortuiti non l’ho comprato e MENO MALE!
Tralasciando la simpatica parte in cui mi sento male in vacanza con capogiri terribili che ancora mi fanno sentire come se la mia testa fosse una palla con dentro l’acqua e la neve, non siamo stati in grado di visitare nemmeno la metà dei musei e degli edifici che ci eravamo riproposti.
Probabilmente con questo avremmo risparmiato qualche fila o alcuni dollari, ma alla fine per me è stato molto più rilassante decidere dove andare e quando, senza sentirmi vincolata in alcun modo.

Non avrò visto NYC dalla corona della Statua della Libertà, ma ho comunque immortalato il momento a modo mio, fotografando PPB e Nerdy intenti a contemplare la magnificenza del panorama urbano.

● Link alla compagnia ufficiale che si occupa dei transiti da/per Ellis Island e Statua della libertà ●

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Ci sarebbero innumerevoli cose da dire su questa strana città che raccoglie sotto lo stesso cielo milioni di persone con background a volte tanto simili a volte agli esatti opposti, che ti rapisce, ti abbandona e ti fa sentire piccola come una formichina lontana dal proprio formicaio, ma per ora mi fermo qui, lasciando qualche foto…

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E voi? Avete visto NYC?

#32: Altro che 365…

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Pensavo fosse passata qualche settimana dal mio ultimo post… Altro che 365 notti, qui “si batte la fiacca SoldatA Nero.” (Soldata, sì!)

La verità è che ho dovuto rincorrere il tempo, come Alice col bianconiglio, mettere una pezza al mio inglese, prestarmi come operatrice a tempo determinato, tentare di recuperare la mia decadente forma fisica, stare dietro alle sregolatezze della PPB e riassestare gli acciacchi di Nerdy a colpi di yoga-fai-da-te.
Dopo aver smesso le vesti di Wonder Woman (scusate la modestia), ho realizzato di aver trascurato drammaticamente il mio diario virtuale. Eppure mi ero ripromessa di

Ecco promessa e ripromessa, mannaggia a me.

Nel frattempo, per alleggerire il carico, ho aperto un nuovo diario, stavolta cartaceo e alimentare, dove annotare tutti i miei lauti pasti, le ricette più light e sane, i miei (frequenti) sgarri, il peso, le misure, i battiti cardiaci, l’acqua (seh… acqua…) tracannata, i passi, gli esercizi fisici e gli sforzi mentali per tenere a bada quella bestiolina che è rinchiusa da qualche parte dentro la mia anima e grida, come un’ossessa, testuali parole:

IO. ODIO. LE. REGOLE.

Ed è anche un po’ colpa sua se il mio piccolo, adorabile e verdeggiante giardino virtuale di tanto in tanto s’inaridisce.

Cos’ho fatto in questi mesi nella terra scoperta dal Cristoforone nostro?

1) Ho mangiato.
   Tutte le cose più buone e grasse e lucide conosciute al mondo.

2) Ho estratto un dente del giudizio.
Veramente me l’hanno estratto alla modica cifra di 434 verdoni, ma il risultato è lo stesso…

3) Ho criticato i costi della sanità.
Ma ne ho elogiato la rapidità e l’efficienza.

4) Ho provato a capire come ragionano i nativi.
Non ci sono ancora riuscita. Ed il massimo della mia perplessità è stato raggiunto di fronte ad una maglietta con la scritta “I’m NOT sorry.”
Se questo è il massimo della ribellione che riuscite a manifestare, amici a stelle e strisce, allora
Ma l’importante è crederci! (E loro ci credono duro e puro, siori e siore!)

5) Ho guardato qualche telefilm.
Ma di questo voglio parlare in un altro momento.

6) Ho aperto un account pinterest.
Dice:”E che non ce l’avevi ancora?”
E no! Non ce l’avevo!
Appena capirò come, lo sincronizzerò a questo disgraziato diario!

Ammazza se vola il tempo!

Ad ogni modo ECCOMI, o meglio ri-eccomi, a scrivere nuovamente!

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#28: you’re going to have an “A”!

L’avrò sentito (e scritto) giusto?
Ebbene, sono passati 2 mesi e mezzo. Diggià? Are you kiddin’ me, dude?
Unfortunately I’m not.

In questi due mesi e mezzo ho “passato” 2 test, il primo con 96, il secondo con *rullo di tamburi* 100!

Ok, ok. Non sono ad Harvard o a Yale. Sono una semplicissima studentessa di una scuola che insegna l’inglese yankee e that’s it!
Il mio obiettivo è imparare e imparare ancora.

Nerdy ancora bestemmia per la sua F. I’m so sorry, come dicono di continuo qui – anche quando non sono sorry proprio per niente.

Per festeggiare questo traguardo ho deciso di ricominciare ad avere un’alimentazione accetabile in termini nutrizionali. Questo significa che mentre gli altri oggi si abbufferanno con le lasagne e tiramisù, io mangerò la mia insalata col tonno e pomodori ed i miei 60 grammi di riso integrale.

Come dolce, cosa gradisci Man? Un caffè, grazie.

Dimenticavo un dettaglio…
Dev’essere senza zucchero.

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Coff… Coff…

#27: Il tacchino, la neve e lo shopping sotto le stelle.

Passiamo con la macchina affianco al cimitero ricoperto di neve. Attraverso i finestrini, riesco a vedere le lapidi ricoperte di un sottile strato bianco di cristalli ghiacciati che risplendono quando toccati dalla luce dei fari.
PiccolaPesteBubbonica, seduta nei sedili posteriori, canticchia qualcosa assieme ad un’amica brasiliana. Sono circa le nove e mezzo di sera e stiamo andando a fare shopping.
Nella mente ho un milione di pensieri. No, forse due. Miliardi. Di milioni.
Abbiamo passato una giornata a mangiare e chiacchierare a casa di un’amica/collega, che ha preparato una tavola meravigliosa imbandita di ogni grazia di Dio. In verità erano due: una per il salato e l’altra per il dolce. Il clima era quello che trovi dentro casa tua durante la cena della vigilia di Natale: pace, amore, calore e voglia di stare insieme per condividere le cose belle della vita ( e anche quelle meno belle, diciamocelo).
E certo che si ha voglia di stare vicini e spartire! Siamo, chi più chi meno, lontani almeno 10,000 miglia da casa nostra, con una voglia matta di essere amati e accettati per come siamo. Niente di più facile, giusto?
Eh
Thanksgiving.
Parliamone.
Ringraziamento… E chi devo ringraziare?
Non posso mettermi proprio ora a stilare una lista delle persone a cui devo tutta la mia gratitudine. Come potrei? Rischierei di battere sulla tastiera migliaia di nomi, migliaia di ragioni, scartabellando faticosamente i fogli impilati sulla scrivania della mia mente, esaminando i ricordi, uno dopo l’altro.
Sono grata. Sappiatelo. Sono riconoscente verso tutto e tutti. Verso ogni respiro che lascio andare e che riprendo dentro me, sono grata del cielo, del Sole, della pioggia, del vento e del Sole mentre piove e fa vento. Sono grata di essermi svegliata stamattina, di aver potuto vivere questa meravigliosa giornata con delle persone che, come me, si sforzano di sorridere nonostante le difficoltà. Dico grazie per i frutti del mio raccolto, per l’amore che mi circonda. Per avere con me due gioie (PPB e Nerdy), ed è per loro che la mattina mi alzo e faccio tutto quello che posso.
Grazie, grazie, grazie. Grazie anche a chi mi ha fatto del male, a chi mi ha dato delle lezioni, a quelle parti della mia vita che sono state come brutti schiaffi perché sono state motivo di crescita.
Sempre più spesso ho paura che questo incanto possa infrangersi da un momento all’altro. Ho tantissime paure che cerco di tenere nascoste dentro me. E che per oggi rimarranno silenziose. Voglio pensare che questa magia possa durare eternamente, rinchiusa in questo infinito attimo.

Ok. Poi al Mall ho comprato una caffettiera nuova. Elettronica. E fa 12 cups di caffè.
E anche la bilancia elettronica. Ho bisogno di riprendere a mangiare come un essere umano.  (e smetterla di mangiare queste cose buonissime e piene di zucchero, burro, olio, colesterolo, grasso…)

Thanksgiving-Day-1

#23: Impressioni (di Settembre)

Cos’è cambiato rispetto ad Agosto?
Sostanzialmente niente, togliendo nove ore di aereo, un appartamento con moquette, una scuola di lingue multietnica ed il caffè aromatizzato alla vaniglia e nocciola.

Analizziamo in sequenza:

  1. Nove ore di aereo:
    Tutti quelli che mi conoscono sanno che già una sola ora di aereo rappresenta per me un enorme scoglio insormontabile.
    La sera prima del decollo verso una qualsiasi meta quasi non dormo, passando una terrificante notte insonne (un romantico esempio qui. Seh! Me piacerebbe. Un esempio concreto di non-ho-chiuso-occhio-nemmeno-per-errore cliccando qui... Ma perché quando cerco immagini di donne stressate o stanchissime, vengono fuori solo signorine rilassatissime?! Forse per affermazione delladottrina dei contrari…). Per me, abituata alle traversate con le compagnie low-cost – il che include una serie di vantaggi fichissimi controbilanciata da svantaggi considerevoli -, viaggiare con quella di bandiera è stata veramente un’esperienza unica. Mentre PPB sonnecchiava e Nerdy tentava invano di imitarla, mi sono dedicata alla visione di “The Wolf of Wall Street” e, devo dirlo, mi è piaciuto parecchio. (Leo, sono una tua fan e sono riuscita a portare dalla mia anche l’uomo-in-arancione, ora anche lui vuole il tuo autografo! “Ma quanto sono poraccia?“)
    Comunque sì, in nove ore sono passata da casa di mammà al Paese-Laggiù.
  2. Un appartamento con la moquettah:
    Cosa odio dopo l’aereo? Ovviamente la moquettah. Che è marrone, pure, e sa sempre di “ehy, passami sopra l’aspirapolvere perché sono un posto perfetto per gli acari e per solo-il-signore(chiunque esso sia)-sa cosa.”
    Questo “carpet“, che nulla ha a che fare con quello red e fashion degli Awards, è vecchio, macchiato di varechina ed emette un odore acre ed indescrivibile.
    Le pareti della casetta sono bianche, sicuramente tinte di fresco.
    Le finestre sono ampie e la luce ci può agilmente svegliare alle sei e mezza del mattino, assieme agli uccellini che cinguettano gioiosi ed agli scoiattoli che si affacciano allegramente sulla nostra camera da letto, abbracciando una ghianda o trasportando un legnetto.
    Ho cercato di convincerli di essere in presenza di Biancaneve, cantando una canzoncina su come rifare i letti tirando su le lenzuola con zampette e becco, ma non mi sembrano affatto persuasi
    Di fronte a casa c’è un centro commerciale ed un cimitero. Insomma, Eraclito potrebbe aver avuto un’illuminazione sulla sua dottrina esattamente qui, nella Smallville de noantri.
  3. Una scuola di lingue multietnica:
    Una ovviamente vuole andare da una parte X del mondo per interiorizzare la lingua, la cultura e lo stile di vita.
    Qual è la soluzione a tutto ciò? Trovare una scuola che risponda alle nostre esigenze. Facile, no?
    Sappi che però non sarai l’unico personaggio dei cartoni animati, ma incontrerai anche varie Mulan, Cenerentola, Rapunzel, Merida, Tiana, Belle, Ariel, Koda, Bambi, Mowgli, Pumba, Timon, Simba & so on…
    Preparati anche a sentirti un* complet* idiota. Sì, perché tutti quelli in classe con te conoscono QUESTO Paese che ti ospita da molto più tempo. Parlando come veri nativi.
    Grazie.
  4. Caffè aromatizzato alla vaniglia e nocciola:
    Ero decisamente scettica in merito alla commistione di caffé ed “altre porcate emerite”.
    Poi è arrivata questa miscela del demonio, da mettere dentro la moka.
    Ah, che buono l’odore del caffè che ti sveglia al mattino. Profuma di bei ricordi…Trovata su: http://www.dissapore.com/

#21: Il preavviso

Guarda che bel cielo azzurro qua fuori, PiccolaPesteBubbonica!

Hey, Nerdy! Domani finalmente finiremo di riempire le scatole! Abbiamo ancora DUE giorni di ferie!

È tutto perfetto, studiato nel minimo dettaglio. Ogni cosa si svolge come dovrebbe, dallo smistamento del vestiario all’imballaggio degli utensili, passando per un trallallá ed un “a presto!“.

Poi l’espressione di Nerdy alle 18:00 in punto muta di netto e quello che prima sembrava uno spensierato sorriso da puer in locus amoenus, svanisce, sostituito da un feroce ghigno.

Oh amato Nerdy con paresi da Joker, cos’accade?!“, chiedo con un occhio a PPB e l’altro alla montagna di pacchi che invade casa.

La notizia quasi sembra non voler abbandonare le pallide e rabbiose labbra dell’uomo-in-arancione, per paura che il suono di quel temibile segreto possa concretizzare l’inevitabile.
Le ipotesi sono:

A. Decesso di felino
Ti è morto il gatto?
Scuote il capo.

B. Appuntamento procrastinato
Il dentista ha detto che la pulizia semestrale salta?
Di nuovo no.

C. Catastrofe naturale
Un meteorite ha colpito casa della suocera?
Ancora niente.

D. Fenomeni paranormali o incontri del terzo tipo
Gli alieni sono venuti in visita nel piccolo paesello industriale?
No, no e no!

Qualcosa però si muove, risalendo l’oscuro abisso delle interiora dell’uomo Nerd. Lui, un pezzo di protonpack in mano e uno smeriglietto nell’altra, mi guarda attraverso i suoi occhiali da saldatore con espressione immobile. Così rassegnato l’ho visto solo quella volta che eravamo in ferie e… Ohcacchio!
Sibilando striscia, arrancando tra lingua e denti, la frase che nessun essere vivente vorrebbe mai sentirsi dire.

“C O S A?!” rispondo io, armata di calzini e reggiseni appena tolti dalla fune.

Sì, avete capito bene.

Nero e Nerdy sono stati richiamati al lavoro dalle ferieper esigenze di servizio” con un preavviso di dodici ore esatte.
Mapporc

#20: Salem, la serie TV

Hai un segreto amore per i riti esoterici e nessuno a cui confidarlo?

Sei attratt* dal paranormale, ma la mamma ti ha sempre detto che-non-si-fa?

Aspetti con ansia l’uscita di un film dai toni darkeggianti, tetri ed amalgamati all’horror spiccio che non fa paura nemmeno a pagarlo?

Ti piace che nei film/telefilm  lo zombie sia un vero zombie, con carne che penzola e mugolii sconnessi, che il licantropo sia un uomo lupo rivestito di ispido pelo nero o marrone bruciato, che il vampiro sia un autentico succhiasangue sensuale e un po’ perverso, che nutra per gli umani una pietà che rasenti l’inesistente?

we-want-you


****AUCHTUNG****
Si avvisano i cortesi naviganti che le immagini seguenti potrebbero causare ansia, vomiti, capogiri, svenimenti, crisi isteriche da fanatismo, probabile sproloquio e turpiloquio contro la sottoscritta.

Si ricorda, inoltre, che qualsiasi contenuto scritto vuole solo essere un punto di vista personale di Nero.

PROCEDERE ORA SULLA PASSERELLA A1 e prendere posto sul primo sedile libero.

Vi auguriamo una piacevole traversata.


Ecco alcuni esempi di come, secondo il mio modestissimo parere, NON dovrebbe essere, in ordine, uno zombie:

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un licantropo:

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un vampiro:

image(pensavate che avrei messo il vampiro “brillante” di twilight, eh? Eh? EH!? Troppo facile, dai!)

Quello che mi aspetto di trovare in una serie TV che parli di streghe, sono prima di tutto le streghe (ok, avete ragione è un po’ scontato, ma insomma ci sono certi film che vogliono parlare di zombie e vampiri, e poi te li ritrovi a petto nudo dovunque e comunque a vantarsi dei propri addominali. Un po’ di decenza, perbacco!), il magico, l’esoterico, gli amuleti, le pozioni, i calderoni, gli scenari cupi, il mood sempre un po’ teso, sul chi vive, e la suspence. Ma quello che rende interessante, ai miei occhi, uno show di questo genere è lo stereotipo.
Intendo per stereotipo tutta quella serie di simbologie, atti, fatti, parole, locazioni e credenze comunemente sentiti come “veri” in una cultura, che non per forza deve essere quella occidentale, attingendo dalle realtà storiche presenti e/o passate.

In soldoni: la “strega” ( o qualsiasi personaggio mitologico, mitico e leggendario) deve rispecchiare determinati canoni (essere strega= donna, veste di nero, fa riti col sangue oppure donna, parla con gli alberi o ha il potere di curare/far morire le persone etc…), appartenenti ad un dato ambiente sociale (città europea o americana o asiatica, villaggio africano o piccola tribù sconosciuta degli Appalachi etc…) e ad un preciso momento storico (epoca dei lumi, periodo della Santa Inquisizione, rinascimento, era delle invasioni barbariche etc), e la sua presenza dovrebbe essere una risposta o un ostacolo alle esigenze/paure che scaturiscono dalla mentalità predominante.

Ed è esattamente quello che succede dentro questo magic box che è Salem.

Siamo nel 1600, epoca degli ideali di conquista e dominio del Mondo. L’Inghilterra, la Francia e la Spagna concorrono per il possesso di nuovi territori e, ovunque arrivino, perseguono, sottomettono o schiavizzano gli indigeni.
L’America ha la fama di essere “vergine” e “prolifica”, di fatto è stata scoperta  da circa cento-centocinquant’anni ed è in assoluto la terra delle grandi opportunità, nessuno sa chi sei e tutto è possibile.
Tutto, anche la stregoneria.
È esattamente in questo clima di entusiasmo coloniale, in cui molti hanno un passato scomodo, che i personaggi si muovono, agiscono ed intessono trame non troppo intricate costellate da tiepidi colpi di scena.

Le figure principali sono tre: Mary Sibley, il capitano John Alden ed il reverendo (protestante) Cotton Mather, attorno alle quali si evolvono le vicende della cittadina di Salem.
Esistono due fazioni opposte, puritani e streghe, che sembrano suddividersi in gruppi più piccoli e contrastanti, così a volte i membri del medesimo schieramento entrano in conflitto tra loro, cercando di eliminarsi vicendevolmente.
Esistono gli outsider, alleati di nessuno, perlopiù folli ma allo stesso tempo “lucidi” e “saggi” – il classico pazzo che vede dove gli altri non riescono.

Il clima percepito sta a metà tra quello respirato durante l’Inquisizione e l’ascesa dei padri pellegrini.

In questa serie vengono espresse frammentariamente le passioni dell’animo umano e spesso la cattiveria, di norma additata come espressione del demonio, non è altro che frutto della perversione insita nell’uomo.

Sostanzialmente è l’amore – e tutto ciò che ne consegue collateralmente- l’elemento trainante.
Secondo me c’è ancora tanto da sviluppare, magari la seconda serie ci darà risposte sulle domande lasciate in sospeso nella prima!

  • Cosa mi è piaciuto: l’ambientazione, i costumi, i colori, Anne (soprattutto il contrasto tra le vesti ed i capelli), i riferimenti al mondo esoterico, gli scenari notturni, gli interni della casa di Mary, il fatto che la serie prenda il nome da una delle cittadine in cui sono davvero avvenuti accadimenti legati alla stregoneria.
  • Cosa non mi è piaciuto: il fatto che certe parti siano state lasciate lì a marcire per tutta la serie, poi le si sia usate proprio alla fine come a dire “Hey, abbiamo ancora questa carta da giocare!“. Sì, OK, e quindi?
    I cambi di recitazione a volte mi sembravano un po’ forzati, ma forse erano necessari.

E voi l’avete visto Salem? Conoscete film o telefilm che parlino di streghe?

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Nessun critico cinematografico si senta offeso, queste sono opinioni personali, prive di basi accademiche.