#55: Isolamento

Luna crescente. Finalmente tra le coltri leggere del mio letto; cerco di dormire ed ho ancora gli occhi sbarrati come un rapace – una stria, per l’esattezza.

Erano almeno dieci anni che non vedevo le lucciole – quelle vere – svolazzare oltre il canneto. Il Golfo è uno spettacolo di notte, una distesa inquieta di mare e luci elettriche, in contrasto col degrado netto di questi palazzi.

Rimugino sullo scivolare dei giorni, l’andamento fluido ed incessante scandito dal ticchettio ritmico delle lancette dell’orologio che ho al polso.

La mia stanza è stata coperta dal lenzuolo della notte, non altrettanto i miei sfavillanti pensieri, simili ad una old sparky che fa schizzare scintille quando le si trasmette la scarica elettrica fatale.

Forse il mio cervello sta friggendo sotto il caschetto imbevuto d’acqua: lo sento ribollire, a momenti alterni.

È un continuo dondolare tra i riflessi mentali, ora lucidi, ora appannati, una camminata a zig-zag nella terra di nessuno, mentre la cerca dell’uscita da questo bunker antiatomico è diventata quasi accecante, tanta è la furia di tirare il fiato e vedere un raggio di Sole.

Quando subisci un lutto così profondo, le persone attorno sembrano non capire per nulla quale lacerazione ti affligga. Sei un appestato, ai loro occhi, una persona di poco valore. Ti giudicano per gli abiti, per il sorriso divertito, per la chiacchiera facile, gli abbracci ad un amico. Poco conta che tu sia morto dentro, che la piega ridente delle labbra sia solo un modo per schermare lo strazio, confinare e arginare l’onda nera che straripa oltre la diga del tuo cuore. Conta solo l’apparenza; essere invincibili, forti – una forza in realtà flebile ed incerta, che fatica a sorreggersi, il buffetto incoraggiante che spinge il bambino a compiere un altro passo.

Hai visto? Sembra che tutto sia superato. Guarda come si diverte… Ah, esce con troppe persone. Da sola così, con quello che le è successo…

Cosa dovrei fare? Seppellirmi viva e morire anche io? Dimostrare, a chi poi, tutto il baratro irreparabile che mi assorbe senza concedermi un armistizio?

Non mi sono mai integrata nei gruppi, il mio talento è profondere antipatia, quando va bene, oppure indifferenza, quando va meglio. Ma mi rendo conto che il problema sia mio, in quanto “travisabile”, spesso invisibile o emersa solo in parte, simile ad un’isola i cui tunnel sotterranei sono labirintici e sconnessi.

Il 99% delle parole che dico rappresentano appena l’1% di quanto in realtà penso. Non mi capisco e forse non capisco nemmeno gli esseri umani che mi fanno da specchio.

È tutto un tumulto di diverbi, alterchi, conati di vomito, insulti, velati o manifesti, additamenti, incomprensioni. Non sono fatta per le relazioni umane, ‘ché già da principio portano con sé lo stigma avvilente del fallimento.

Difenditi da sola. E lo sto facendo papà, ma contro chi devo combattere, se il mio peggior nemico sono io stessa?

Emano vibrazioni inintellegibili.

Tutto quel che ne deriva è un voluto isolamento.

Silenzio, solitudine e raccoglimento.

Il mondo rallenta, così fa il respiro, la pompa di arterie e vene, il fervore del pensiero.

È così bella la notte, starei per sempre a contemplarla.

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