#50: La vita dopo la morte di papà

L’obiettivo di quest’anno era quello di scrivere una lettera al mese, affrancarla e spedirla o consegnarla a mano, infilarla sotto la porta di casa, lasciarla lì, per caso. Parlare di cose leggere, a mezzo di inchiostro, colori e carta, raccontando pezzi di me, ma soprattutto cercando di trasmettere il mio amore, visto che è facile dimenticarsi di rimarcare che non sia scontata la presenza, l’affetto, la volontà di includere altri esseri umani nella nostra crew di volo. Un gesto simbolico di gratitudine, un piccolo pegno d’amore, senza aspettative, senza troppi pensieri, senza voler nulla in cambio.

Questa è la seconda del mese dove indirizzo i miei pensieri scritti a te.

Immagino ti chiederai com’è la vita senza te, se sia facile fare i conti con la stanza vuota, con la musica che sempre, sempre, non fa che guidarmi morbidamente verso il tuo ricordo, con i tuoi cappelli che siedono sul comodino e sembrano innamorati al porto, in attesa che la nave attracchi e riporti a casa l’amato.

Lo sai, combatto ogni giorno per non scivolare, piedi e bacino, dentro il buco nero vibrante del cavernoso dolore che tiene in pugno gli organi cavi, senza alcuna pietà. Eppure sorrido. Mi circondo di persone amorevoli, dolci, che accolgono a cuore aperto il mio vibrare dissonante e lo tramutano in un arpeggio armonioso.

Sorrido, guardo avanti. E sono spaventata papà. Ho paura che il mio corpo covi la stessa brutta malattia.

Mi siedo spesso, da sola, sul letto, ed aspetto, nemmeno so io cosa.

Non mi ricordo più la tua voce, il timbro, la modulazione. Ho paura di dimenticare le linee del tuo viso. Eppure mi sforzo di aprire le labbra e mostrare il mio lato più sereno. Non ricordo più le tue mani, la loro forma armoniosa, prima che il male le rattrappisse. Sembra sia passato un secolo da quando impugnavi le bacchette o abbassavi con gentilezza i tasti del piano, dondolando la testa o chiudendo gli occhi, senza però far toccare perfettamente tra loro le ciglia, assumendo quell’espressione propria di chi è in estasi…

Sto dialogando con questa entità senza nome, senza tempo, impegnandomi a capire se davvero tutto abbia un senso.

Avrei voluto dirti di più, e cerco segno di te nel vento, nel mare, in tutto quel che vedo.

Chissà dove sei, però, davvero. Aspetto sempre di vederti tornare, quasi che gli ultimi 10 mesi non fossero esistiti e tutta quella sofferenza fosse, per incanto, scomparsa.

Eppure, sorrido. Guardo avanti. E mi ritrovo sul ciglio dei miei pensieri, incapace di scovare il fulcro di questa strana, dura lezione senza senso.

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