#60: Lakshmi, l’innocenza perduta

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Lakshmi è un film biografico del 2014, scritto e diretto a Nagesh Kukunoor.

L’intento di questa pellicola è di traslatare sul grande schermo le aberranti azioni invisibili di esseri umani senza scrupoli, attraverso immagini forti, a volte spietate, ma necessarie al fine di far affiorare sulla superficie dell’Oceano dell’omertà una realtà che è dura a morire, ossia il traffico di bambine e giovani donne e la loro introduzione forzata nel mercato illegale della prostituzione.

E’ necessario comprendere che l’essere femminile e di conseguenza il suo ruolo sociale, specialmente in un contesto patriarcale e fallocrate come quello indiano, è sottostimato, marginale, di molto inferiore a quello elitario maschile e che sebbene le caste siano state abolite attorno agli anni Cinquanta del Novecento, la loro proiezione incide sul vissuto quotidiano comunitario.
La donna, riassumendo, è vista come una proprietà esclusiva dell’uomo: in tenera età del padre, del fratello, dello zio, poi, una volta raggiunta l’età della fertilità – sorvolando per un attimo l’annosa questione delle spose bambine – del marito, del cognato e del suocero.

N.b. i matrimoni sono spesso frutto di combinazioni tra famiglie, un modo “indolore” per sfuggire alla povertà estrema e per liberare i genitori delle ragazze dall’onere di sostentarle economicamente.

 

In India la povertà è una piaga innegabile e negli agglomerati rurali la miseria è tangibile: è già tanto avere un tappetino di canne sul quale dormire, figuriamoci avere un tetto che ripari da vento, pioggia e sole. Molte famiglie vivono la loro esistenza all’aria aperta, senza sapere se per pranzo ci sarà un pugno di riso a sfamarli o un velo a coprire le membra.

E’ proprio in questo scorcio bucolico che prende vita la storia di Lakshmi, un’adolescente senza identità, la cui unica colpa è quella di essere nata povera e di non godere di tutela alcuna, né da parte della famiglia, né da parte delle autorità.
Dopo un viaggio su un mezzo fatiscente in compagnia di altre ragazze, Lakshmi approda in un brothel, dal quale tenterà ripetutamente la fuga, appellandosi persino alla polizia locale, che, per tutta risposta, la riporterà dritta nell’inferno dal quale cerca di scappare.
Per una serie di eventi fortuiti, la giovane si ritroverà a fronteggiare i suoi oppressori in un’aula di tribunale, vincendo la causa e creando un importante precedente giuridico che dona speranza a tutte le vittime innocenti della tratta umana e del connesso traffico sessuale.

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Il film si divide in due parti, una più romanzata, dove gli atti carnali non vengono mostrati in modo sfacciato, l’altra caratterizzata da tinte meno rosee, con scene cruente ed esplicite che raggiungono rapidamente lo spettatore e hanno l’effetto sgradevole di una doccia fredda.

La protagonista non manca di carisma, nonostante la giovane età, e rappresenta l’esatta purezza dei suoi anni, tra sorrisi e tenerezza, opposti in modo brutale alle spregevoli umiliazioni che la mettono in ginocchio, non penetrando tuttavia la vigorosa determinazione, ma temprando, di volta in volta, il suo ammirabile spirito guerriero.

Perché guardare Lakshmi?
Quando si parla di femminismo, si fa spesso riferimento a quella cerchia di donne chiuse nel loro guscio, probabilmente lesbiche, come se l’orientamento sessuale facesse in qualche modo la differenza, fallofobiche, impregnate di pregiudizi e incapaci di proteggere altri esseri come loro, se non a determinate condizioni.
In realtà questo movimento culturale e intellettuale si pone l’obiettivo di garantire la parità dei diritti per TUTTI GLI ESSERI VIVENTI, prescindendo l’età, il genere, l’etnia, la posizione lavorativa e l’estrazione sociale.
Nel 2018 si rende ancora NECESSARIO parlare di disparità tra sessi, di lotta agli abusi e all’indifferenza di contorno, di coesione collettiva e “Lakshmi” lo fa, a modo suo, mettendoci di fronte alle brutture del Mondo nel quale viviamo. Pensiamo che l’India sia tanto lontana da noi, perché i suoi modelli ci sembrano arcaici e caduti in disuso.

Siamo davvero sicuri che sia così?

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#37:Lunchbox

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Lunchbox” è un film del 2013, ambientato in un’India recente, successiva o subitaneamente contemporanea al 1995, data in cui Bombay è divenuta Mumbai, luogo in cui la vicenda prende vita.
I personaggi principali sono tre: Ila, che incarna la tipica madre, moglie e casalinga indiana, ligia al proprio dovere di angelo del focolare, Sajaan, che lavora nell’ufficio contabilità di una importante compagnia, e Shaik, un orfano senza arte né parte che verrà affiancato sul lavoro come apprendista a Sajaan.

La vicenda fa perno su una falla del sistema di consegna del cibo, in particolare quello recapitato agli uffici durante le pause pranzo, che a Mumbai è affidato ai dabbawallah, “fattorini”che si muovono su bici in mezzo all’ intenso traffico cittadino e che sono spesso analfabeti. Nonostante questo piccolo neo, la loro conoscenza complessiva delle strade gli permette di limitare gli sbagli nella distribuzione dei viveri.
Sarà proprio per un errore di consegna che Ila “incontrerà” Sajaan.
Tra loro inizierà uno scambio di piccoli biglietti, attraverso i quali i due si narreranno l’un l’altra le proprie perplessità sulla vita. Il cibo diviene non solo un mezzo per nutrire il corpo, ma soprattutto per sfamare l’anima.

Sajaan durante il momento del pranzo ricerca un’intima solitudine per godere e del pasto e delle parole di Ila, per quanto poche, ma viene spesso interrotto dall’apprendista.
Ad un certo punto i due uomini si ritrovano a pranzare allo stesso tavolo. Il protagonista invita il giovane ad assaggiare le portate ed il ragazzo, favorevolmente colpito dalla bontà del cibo, chiede che venga ordinato anche per lui un pranzo del genere per i giorni a venire, ma Sajaan, mentendo, asserisce che a breve il ristorante che fornisce lui il quotidiano pasto verrà chiuso, perché in India, anche di fronte ad un lavoro svolto ottimamente, non viene riconosciuto “il merito”.
L’ovvia critica al sistema politico Indiano, per quanto all’interno del contesto appaia come una debole lamentela, innesca nello spettatore un senso di disagio e di riconoscimento immediato nei due protagonisti: quante volte al ristorante o al bar o a casa, di fronte ad un piatto caldo, ci si è ritrovati a maledire l’inefficienza dello Stato? Penso che persino ora, da qualche parte, qualcuno stia argomentando in merito.
Inoltre la critica è avvalorata dalle immagini proposte, che risultano quasi uno schiaffo morale e visivo: le strade, le costruzioni e le persone vengono rappresentate nella loro crudezza e verità. Il sudiciume e il caos  urbani si riflettono nella vita quotidiana, anzi ne fanno pienamente parte.

Nonostante i leit motiv di questo film siano in un certo senso la quotidianità, l’amore e l’intimità personale, viene introdotta anche una tematica a me molto cara, che è quella della condizione femminile all’interno della società indiana.
Anche se le figure femminili all’interno della pellicola sono ben presenti, la loro essenza è inscritta in quello stigma sociale che pervade la struttura della società complessa dai suoi albori.
L’opposizione, contrastata dalla rassegnazione riguardo l’archetipo di donna-madre, donna-casalinga e donna-sottomessa  prende voce gradatamente sino a raggiungere il proprio acme in una scena che vede come protagoniste Ila, sua figlia e sua madre di fronte al letto del padre malato.
Ila, accortasi della precaria situazione economica in cui versa la sua famiglia d’origine, si propone di prestare/regalare una certa quantità di soldi per le cure del padre; la madre rifiuta dicendo << Siamo donne, ti sembra bello chiedere continuamente i soldi? >> sottolineando che se il padre malato avesse scoperto tal fatta, l’umiliazione derivata avrebbe in un certo modo macchiato l’onore familiare.

 
Lo scambio di epistole tra Ila e Sajaan iniziato così per caso, prosegue in un fiume discorsivo tra i due sconosciuti protagonisti e si tramuta in un dialogo con il proprio inconscio; le riflessioni sulla vita vissuta conducono ad astrazioni, viaggi più profondi dentro la psiche dell’uomo.
In una scena che mi ha colpita molto, Saajan dice : << Verso sera mentre andavo alla stazione con Shaikh – Shaikh ed io lavoriamo insieme -, mi sono fermato a guardare i quadri di un pittore: sono quadri tutti assolutamente identici, ma se li guardi da vicino, molto da vicino, vedi che sono diversi. Ognuno leggermente diverso dall’altro: qui un’automobile diversa, lì un passeggero sull’autobus diverso, perso nei suoi pensieri, un cane randagio che attraversa la strada, qualunque cosa avesse attratto l’attenzione del pittore quel giorno… e in uno di quei quadri ho visto me stesso! O almeno penso si tratti di me.
Mi sono concesso un risciò.
Le vecchie case dei bambini con cui giocavo da piccolo non ci sono più. E anche la mia vecchia scuola.
Ma alcune cose sono rimaste le stesse: il vecchio ufficio postale c’è ancora e l’ospedale dove sono nato, dove sono morti i miei e mia moglie.
Penso che dimentichiamo le cose quando non abbiamo qualcuno a cui raccontarle
.>>

Mi è piaciuto questo film?
Decisamente!

Lo consiglio?
Se vi piacciono le commedie drammatiche, dategli una chance.

#12: India, India.

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India, India, quante volte ti ho vista sulla cartina e ti ho sottovalutata.
India terra di santi indiani poeti indiani navigatori indiani.
Gange fiume che ti bagna fiume che ti parla
non vorrai rovinare un cosi’ bel rapporto
lungo il fiume milioni di proseliti
un signore canta una nenia misteriosa…

(Ciao, Elio!)

 

Uno dei miei sogni più grandi è partecipare all’Holi festival

E cos’è l’Holi festival?

Premettiamo che una delle mie passioni è il cinema Bollywoodiano (vi lascio di seguito una delle canzoni che uso per allenarmi, anzi ve ne lascio due: una tratta dal film “Devdas“, l’altra da “Goliyon Ki Raasleela Ram-Leela“).

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