#41: Sibilla Aleramo e “Una donna”

In questa giornata uggiosa e fredda di Gennaio ho deciso di dedicarmi alla “recensione” di un libro che, se non avessi fatto parte del book club Pasionaria, non credo avrei mai letto.

È stato però una piacevole sorpresa, per cui è bene parlarne.

Premetto che negli anni mi è capitato di essere stata chiamata “femminista” in modo dispregiativo da più di un uomo, specialmente in ambito scolastico.

E sì, perché mai una donna ha ardito tanto nei miei confronti (a parte chiamarmi puttana alle spalle, ma quello lo fanno anche gli uomini).

Non ho mai sentito di appartere al gruppo femminista per vari motivi, primo fra tutti il loro modo, spesso aggressivo, di trattare col resto del mondo.

Poi un giorno mi sono detta che forse se sono tanto incazzate, ‘ste donne, un motivo valido lo avranno pure. Andando a ritroso nella storia spiccano pochissimi nomi femminili a differenza degli stuoli di medici, pensatori e filosofi  che saturano il panorama culturale.  Non credo, anche guardando molte di quelle che conosco, che le donne di allora fossero meno intelligenti di quanto non lo siano quelle che vivono in tempi moderni, o che mancassero di qualche qualità fisica o cognitiva tale da inficiare la validità del loro pensiero critico. Più semplicemente, l’accesso agli ambienti scientifici, filosofici e culturali veniva loro precluso per ragioni di stampo sessista.

Nella scala sociale la donna era collocata un gradino sotto l’uomo, perché ritenuta inferiore, debole e inadatta ai ruoli di potere.

La società occidentale ha sempre delegato alla famiglia carichi onerosi, come l’allevamento e l’educazione primaria dei figli, affidando distintamente la responsabilità della prole alla madre e quella del mantenimento economico al padre.

L’uomo, grazie al salario, era “libero” ovvero aveva la possibilità di spendere il danaro come meglio credeva, a volte in modo egoistico, altre per le necessità della famiglia. Alla donna talvolta veniva concesso di amministrare le entrate, ma in più di un caso non lavorava ed era quindi dipendente dal marito; le sue necessità venivano scavalcate da altre priorità, spesso legate al benessere dei figli.

In una società in cui l’uomo è “forte” e la donna ha un valore infimo, le violenze a qualsiasi rappresaglia o dissenso manifestato tra le quattro mura domestiche sono all’ordine del giorno.

Ed eccoci arrivare al dunque: “Una donna”. Questo libro viene considerato uno dei capisaldi della letteratura femminista, poiché descrive, talvolta con caratteri irreali e idealistici, avvolti in spirali di anacronismo, l’intera vita di una donna, Modesta, che di modesto non ha nulla. 

La trama si svolge in un vortice di eventi, dipinta sopra un magnifico sfondo siciliano Novecentesco, secolo ricco di avvenimenti che sconvolgeranno la storia mondiale e la storia delle donne italiane.

I temi principali sono la libera sessualità,  l’amore, la prole, l’indipendenza, il lavoro intellettuale femminile e l’eterno dilemma di Eva contro Eva.

Senz’altro da leggere e da “sognare”.

Annunci

#35: Il riassunto delle puntate precedenti e “il libro della vita e della morte”

È arrivato il tanto agognato Settembre!
Ed è anche arrivato il momento di riappropriarmi del mio blog, ché ho dovuto pagare fior fior di sesterzi per rivederlo in funzione!

Bando alle ciance mattutine di un sabato qualunque di Settembre, impugno la mia immaginaria penna e comincio a descrivere, senza troppi dettagli, quanto successomi negli ultimi tempi!
A dire il vero apparentemente proprio nulla dall’ultima volta, ma dentro me sento un tumulto a volte incontrollabile che parte dalle viscere e spesso si muove attraverso i tubi digerenti, poi risale a solleticare le corde vocali sino a sfociare, in seguito ad un misto di contrazioni muscolari di diaframma, gola e bocca, in sonori vaffanciuffo e porci vari, alati per lo più.
Nel giro di poche settimane ho perso entrambe le nonne, le uniche rimastemi oltretutto visto che i nonni hanno avuto troppa fretta di andare via da questo mondo, e sono stata male a lungo.
Non riuscivo ad accettare, specialmente per la madre di mia madre, di non poterle più vedere e salutare… Ho scritto loro una lettera che forse pubblicherò in seguito. Ancora il senso di lacerazione è devastante per potermene liberare del tutto.

Ma tralasciamo per un po’ questo discorso triste per passare nuovamente a cose frivole e prive di valore: FB.
Ho deciso di disintossicarmene.

Questo stramaledetto social media è in grado di logorare anche le menti più solide e plagiarle, piegandole al proprio volere oscuro e contorto.
Molte delle persone che conosco o che mi gravitano attorno, mio malgrado, vivono in questa sorta di bolla continua la cui superficie iridescente costituisce un limite sottile, ma evidente, tra sé stessi nella realtà e all’interno della piattaforma sociale più discussa e chiacchierata del secolo.
Secondo il mio punto di vista, stiamo assistendo alla più grande disconnessione umana mai conosciuta, stiamo annegando dentro un mare di pixel e scambi pseudo intellettuali in contesti del tutto inconsistenti.
Ci stiamo facendo controllare volontariamente, dandoci in pasto per intero a qualcosa che, alla lunga, non riusciremo a controllare.
Per lo meno, io non sono in grado di placare il mio incazzo sociale quando sono abbastanza attiva nelle discussioni riguardanti, ad esempio, l’immigrazione o l’alimentazione. Mi incazzo, punto e basta!

Sì, è ovvio che il problema sta a monte e trova sede in questa mia piccola testolina di innocente gatto sornione, ma la fiera che ho dentro, quando esposta all’arma di distrazione di massa rispondente al nome di facebook, riemerge dagli abissi e mi si possiede con violenza.
Fortunatamente, prima di mettere mano alla tastiera, penso quattrocento volte alle parole adatte da snocciolare con il massimo distacco e cortesia, anche nelle occasioni in cui l’unica risposta sarebbe un gioioso “ardi assieme a tutta la stirpe“.

È una questione soggettiva, forse, ma questa mia continua mediazione tra me stessa e la me-stessa-di-fb ha cominciato a stancarmi. Persino i gruppi di cucina stavano cominciando a diventare metaluoghi di perdizione, angoscia e continui fracassamenti di ovaie.

La nostra società sta divenendo distopica, come già previsto da grandi menti come quella di Orwell e Pasolini, ed a noi poveri inetti non rimane che “guardare” o fare gli opinionisti senza competenza a tempo perso per acchiappare quanti più like da persone sconosciute, che rimpiazzano prontamente il calore delle persone in carne ed ossa.
La nostra totale incapacità di confronto emozionale e personale ha compromesso uno scambio genuino, spontaneo e lo si evince con emerita tristezza anche dalle foto pubblicate a fiumi sulle “seratone più belle dell’anno” o sulla bocca a culo migliore del mese.

Ma voltiamo pagina e dedichiamoci, appunto, alla fatica letteraria di Deborah Harkness, intitolata “Il libro della Morte e della Vita“.

Categorizzato come un libro fantasy dalle tinte dark, questo romanzo narra la storia di una studiosa di storia della scienza, Diana Bishop, la quale entra in possesso di un manoscritto antico ed incantato. La storia si preannuncia piena di soprese e ci sarebbero tutti gli elementi per un ottimo racconto cupo, misterioso e accattivante… se SOLO non ci fosse una stramaledetta storia d’amore strappapalle a rovinare tutta la vera magia!

Cosa mi è piaciuto:
Innanzitutto le ambientazioni nelle quali hanno luogo le vicende sono molto suggestive: il romanzo è infatti ambientato principalmente in Europa, tra l’Inghilterra e la Francia, luoghi che di per sé trasudano storia, evocano alla mente immagini di lontane battaglie, ballate ed intrighi di corte, rafforzandosi nelle descrizioni dei castelli decadenti che richiamano vagamente l’idea romantica che lega indissolubilmente amore e morte in una danza, prima lieve e poi calzante.

La lettura è scorrevole ed il lessico di facile comprensione.
La narrazione è abbastanza lineare e trova compimento in questo primo libro, chiaramente ideato per avere un seguito.

Cosa NON mi è piaciuto:
Premetto di non aver mai letto Twilight, in compenso ho guardato Buffy per tutta la mia adolescenza.
Se c’é una cosa che mi urta davvero i nervi, quasi come sbattere il mignolo sullo stipite del mobile, è l’amore impossibile tra l’umana ed il vampiro che diventa possibile di colpo, contro tutto e tutti, persino contro qualsiasi logica e buon senso.

Scompattiamo per un secondo questo grande blocco rappresentato dal legame amoroso tra i due.

Matthew è attratto da Diana perché lei è la prescelta, l’unica capace di ottenere il manoscritto senza il minimo sforzo.
Diana più volte lo rifiuta, percependolo come pericoloso, ma lui non demorde ANZI diventa più pressante, presente ed asfissiante, tanto che arriverà al punto di entrarle in casa mentre lei dorme.
Allora, questo a casa mia si chiama essere degli stalker e siccome il libro è indirizzato a giovani adulte (ma leggasi pure adolescenti), il messaggio che passa è totalmente sbagliato, ovvero che quando una donna ti rifiuta in realtá è solo perché vuole fare la preda.
Ragazzi miei cari, NO vuol dire esattamente NO, non mi sembra così difficile da comprendere. Ed anche voi donne e scrittrici del nostro tempo, BASTA con queste minchiate dell’amore nato dallo stupro o più in generale dalla violenza. Capisco che possa capitare, ma è un caso su quanti?!

Diana viene descritta come forte, determinata e capace di badare a sé, ma quando Matthew, il vampiro bello e maledetto, entra in gioco, qualsiasi suo rifiuto, anche e soprattutto se esplicito, viene disciplinato dalla volontá di lui.
Proprio a causa di questa sua forza caratteriale, Diana è un personaggio scomodo, pertanto la scrittrice americana ha ben deciso di dare al vampiro stalker e protettivo, ma allo stesso tempo famelico cacciatore, il ruolo di educatore.

Man mano che il racconto prosegue, Diana diventa nel contempo una supereroina piena di poteri iperperfetti ed allo stesso tempo un piccolo animaletto indifeso di cui tutti DEVONO prendersi cura, la volontà di lei si rivela votata con dovizia all’incontrovertibile risolutezza del vampiro-padre-padrone-stalker.

Potrei andare avanti a distruggere ogni minimo dettaglio di questa storia d’amore, addentrandomi nell’insidioso rapporto suocera-nuora, ma mi astengo perché lo trovo talmente ridicolo che è al limite del pensabile.

Le citazioni storiche sono spesso fumose, inesatte e collocate in maniera casuale nel testo. Una eclatante è quella in cui a Caterina de’ Medici viene affibbiato l’appellativo di “regina italiana”.
NO.
Al massimo è stata regina consorte e poi reggente di Francia, ma l’Italia vedrà la sua prima regina “italiana” nel 1861 e sarà Margherita di Savoia moglie di Umberto I!

Consiglierei questa lettura?
Ni. Se non avete di meglio da leggere, CERCATE ANCORA!

image

#30: Rispetto? Si mangia?!

Partiamo dal presupposto che tutti siamo destinati a lasciare questo mondo crudele.
Un dato di fatto, appurato, così è e così ci tocca.

La morte ci ossessiona talmente tanto che qualcuno ha sentito la necessità di aprire pagine come questa, di creare classifiche e premi ironici (tipo il premio Darwin) chiaramente consegnati a gggenteintelligente, capace di autoeliminarsi da questo allegro circo o compromettere la possibilità di riprodursi in modo irreversibile e davvero inconcepibile, ma fattibile, eh!

Confesso che qualche volta mi capita di farmi quattro o cinque risate, leggendo qua e là di come gli esponenti del genere umano ci tengano a confermare la teoria di Einstein sull’idiozia, ma secondo il mio modestissimo ed inutilissimo parere esiste un limite chiamato “decenza”, sconosciuto ai più.

Di recente in Italia ci sono stati vari lutti nel mondo dello spettacolo.
Ecco come vengono annunciate le morti nella mia homepage di FB:

1.”Ehy, adesso non rompete i cogl****i con questo st*** di ****, perché non era un c*** di nessuno.”
[con foto annessa del defunto, logicamente, giusto per non creare inutili equivoci!]

2. “Non ve lo siete cag**** in vita, adesso è un santo. Ma andate affan**** voi e pure lui

3. “Ciao ****, insegna agli angeli a suonare/cantare/ballare/fare l’attore. ANZI, fatti insegnare qualcosa visto che quando eri vivo non valevi proprio niente.

E via di “like“, come se piovesse! Tutti felici, tutti talmente soddisfatti da darsi delle pacche sulle spalle e fare finta che l’autodeterminazione di sé inizi e finisca con i “mi piace” ricevuti o, peggio, con i commenti degli amici-opinionisti, il cui spessore è talmente piatto che rasenta il sottosuolo.

Tutti loro, infatti, conoscono perfettamente la vita del neo-trapassato, dalle passioni ai dolori, poichè hanno partecipato e/o contribuito alla formazione di un percorso, facendo proprie le vittorie guadagnate con fatica, i traguardi raggiunti o anche le cocenti sconfitte. Hanno tenuto la mano di uno di quei parenti in lacrime, sostenendolo nel tragico momento del distacco finale…
Cazzo, ma se parlassero così di VOSTRA MAMMA? o di vostro padre, nonna, sorella, fratello, amico del cuore e del culo?

Questa ipocrisia schifosa mi crea davvero un disagio sconfinato e penso alla pochezza di quanti, di fronte alla tastiera del loro computerino, il cui uso si limita alla pubblicazione di cattiverie gratuite che non servono DAVVERO a nessuno, si sentono dei super-eroi, quelli che non-devono-chiedere-mai, quelli che “ma io dico solo quello che penso“, “ma io dico quello che tutti pensano e che non dicono perché sono ipocriti“.

AH, ma davvero?! E non vi prendete ALMENO un minuto per pensare a come non urtare il prossimo? Ma no, voi siete quelli troppo toghi, quelli che “la verità prima di tutto”, ma IO prima ancora della verità e soprattutto davanti a tutti quanti voi messi insieme.
I capofila delle teste lucide, insomma.

Poi sono gli stessi idioti che quando muore il loro idolo dell’underground si sprecano in piagnistei patetici, erigendo altari fatti di fuffa e aria fritta e stilando un epitaffio degno di Leopardi. Però voialtri, a cui non arriva la profondità del mito alternativo che è stato un pilastro degli anni X, perché era uno sperimentatore estremo, un grande, un vero intellettuale, uno per cui vale la pena di spendere due o tre parole DOPO che è morto, VOI (ripeto!) non avete diritto di ideare una dedica, di esprimere un pensiero positivo nei confronti di uno (chiunque esso sia) che per voi ha contato qualcosa perché magari ha accompagnato momenti della vostra vita, componendone la colonna sonora, per esempio, perché finireste subito con l’essere bersagli sensibili dei capofila che vi bombarderebbero (sui propri profili privati) di insulti indiretti (e se voi chiedeste “Ma era per me?”, vi sentireste rispondere “MA QUANDO MAI! MA SCHERZI?!“. No, non sto scherzando, idiota.).

Ecco, tutto questo ha a che fare col rispetto.
Una parola che vuol dire tutto e tutto il suo contrario. Tutti VOGLIONO rispetto, pretendono di spalare montagne di schifezze addosso a chiunque, in nome del “rispetto” (ovvero, tu devi rispettarmi, io però posso fare quello che mi pare con te, coi tuoi sentimenti, con la tua inutile e miserrima vita).
Ma cos’è questo “rispetto“?
Forse è rispettoso tacere, qualche volta, e piantarla di comportarsi da veri duri dal cuore di titanio.

#9: Diamo un taglio netto ai rami secchi!

Credi che la tua vita senza certi elementi non abbia senso?

Provi un senso d’angoscia ogni qual volta il tuo telefono resta muto per giorni?

Hai mai avvertito uno strano fastidio quando i tuoi “amici” si mettono in contatto con te solo per utilizzarti come degno rimpiazzo?

“Essi” si fanno vivi esclusivamente per raccontarti:

1. Quanto sia figa la loro vita
            o

2. Quanti problemi non riescano ad affrontare, piangendosi puntualmente addosso e cercando il tuo totale appoggio?
E tutto questo senza chiederti MAI
(nemmeno quando hai la febbre più aggressiva della storia e pensi di aver contratto l’ebola mutante) come ti senti, quasi fosse un tabù oppure semplicemente perché di te gli interessa meno che della suola delle proprie scarpe?

Allora fai come me!
Dai un taglio ai rapporti pesanti, appassiti, inutili con un bel colpo di forbici!
Lascia cadere nell’oblio quel che ti fa soffrire, che ti toglie il sorriso o che ti procura stati d’animo negativi!

Ora, bando alle ciance
Quest’anno ho avuto modo di riflettere sulla veridicità dei miei strani rapporti d’amore e d’amicizia e, no, non ho raggiunto nessuna conclusione sensata.

Più che altro, osservando in modo distaccato i legami che intercorrono tra i singoli o tra i gruppi, ho potuto notare un latente distacco, un velo che divide l’uno dall’altro in un modo che appare indefinibile, ma è in realtà preciso.
L’insieme dei rapporti è relegato ad una grande bolla formata da piattaforme “social“, che di social hanno solo il nome!

Tra me e te
, a veder bene, c’è di mezzo un “mediatore“, che mi sottrae dal doverti guardare negli occhi mentre parlo/i, dal dover(ti) ricevere(trasmettere) la tua(mia) energia, mi esime dal viverti fattivamente, dal sentire la tua voce inondare la mia testa.
Mi dispensa dall’esprimere me stessa (nel bene o nel male), infine, di fronte ad una persona che, per quanto diversa, riconosco come mia simile.

Attraverso i social, poi, ognuno mostra solo una parte di sé, ovvero la “porzione” ritenuta migliore, nella quale vorremmo che gli altri ci identificassero!

Si arriva a sentirsi in dovere di indossare continuamente una o più maschere, per ovviare alle nostre insicurezze più radicate. Ma così facendo, molte delle nostre tonalità vanno disperdendosi o modificandosi.
Ed i rapporti diventano un agglomerato indistinto di gesti e parole artefatti.

Il detto lo dice (appunto!):
Meglio soli che mal accompagnati

Se è vero che a volte il problema siamo noi, è altrettanto vero che certe altre lo siano gli altri. Già farsi un esame di coscienza ci porta di un passo più vicini alla consapevolezza!

Ed ora, caffè! Beviamo assieme? ;3

#1: Del perché sono su Facebook sotto mentite spoglie (Ssssh!)

Once upon a time there was a sweet little girl. Everyone who saw her loved her.

C’era una volta una dolce piccola donna (che noi chiameremo la Nero), tutti quelli che la incontravano finivano con l’innamorarsene perdutamente.
MA ANCHE NO, grazie!

Questa è la storia di come gli stalker hanno infestato la mia vita nell’ultimo anno (e di come Nerdy volesse prima scovarli con metodi degni di un giocatore di softair – quale lui è-, poi materialmente eliminarli dalla faccia della terra, architettando qualcosa di atroce ed estenuante).

Partiamo subito dal

  • SOGGETTO N.1: il milite ignoto.

No, non è risorto dalla tomba ed arrivato a noi, dal 1918, come un vagante in puro stile Pet Sematary.
È piuttosto un uomo in divisa di circa quaranta/quarantacinque anni, con moglie e figli a carico. Uno di quelli che già dopo il primo figlio, aveva ponderato la possibilità di troncare con sua moglie perché stufo del menage fami(g)liare, della routine quotidiana, del sesso sempre piatto, della lavastoviglie col filtro sporco, del cane da portare a far la passeggiatina notturna per fargli vuotare intestino et vescica (o come si dice da queste parti “scende il cane a pisciare”).
Uno di quelli che, siccome la vita di coppia è uno schifo, “proviamo a risanare il rapporto con un altro figlio ed un altro ancora (sino a raggiungere un numero ennesimo, che a noi non è dato sapere)”, col risultato di ammazzare anche l’ultimo, remoto barlume di speranza rimasto.
Agisce contattandoti tramite facebook, anche se potrebbe fermarti di persona dato che lo vedi quotidianamente, facendo domande stupide, poi cercando di tastare il terreno credendo di giocare a “campo minato”. Chiede appuntamenti informali con tono innocente, tipo: <<ci facciamo un caffè? Un bicchiere di vino?>>, con l’unico scopo di guardarvi il culo come se fosse l’ultima fetta di torta del Cafè Sacher di Vienna.
Dissemina le vostre foto di “I like”, appesta ogni vostro pensiero con un commento inutile come “bellissimo” intendendo in realtà “sei bellissima”, lanciandosi prontamente in una chat della quale non ve ne facevate nulla prima, figurarsi DOPO, dichiarandosi appassionato al vostro essere. In qualsiasi forma esso (il vostro essere, dico) compaia in questo lembo di terra.

Ok. Grazie. Però basta.
Dopo innumerevoli <<disturbo? Sai io e mia moglie non facciamo patapimpatapam, non ci si diverte, non si legge, non si guarda il mare, non si respira, non si parla, non si fa altro che litigare>>, ripetuto in loop per mesi, alla mia legittima domanda <<perché non la lasci?>>, la risposta è <<NON E’ FACILE>>.

Ho capito, quindi? Quindi in sostanza quello che vuole il milite ignoto sei TU, proprio TU, sempre TU, nient’altro che TU.

Arma usata: so chi è tua moglie.

  • SOGGETTO N. 2: il mutaforma.

È un tipo davvero carino. I suoi modi sono gentili, ti insegna la sua lingua (perché devi sapere che il mutaforma è straniero. Non uno straniero qualunque, lui ti insegna l’urdu!), ti invita a bere un caffé, ti fa assaggiare il roti, ti parla della sua religione e, nonostante appaia lievemente invasato con quest’ultima, conquista la tua fiducia. Vi scambiate numeri di telefono, indirizzi dei social, email.

Dopo mesi di chiacchiere e qualche coccola, che secondo la tua cultura si riterrebbe abbastanza innocente, il mutaforma comincia con le avances. Le quali vengono puntualmente respinte, con la classica delicatezza che contraddistingue noi donne della generazione X.

Il mutaforma non tollera che i “no” provengano dalla bocca di una donna, come la definisce lui, occidentale, allora decide di diventare sempre più pressante, presente. Quando ti giri senti il suo alito sul collo, i suoi occhi sulle spalle.
Le sue gentilezze continuano, ma si alternano in modo sempre più veloce ad insulti di vario genere, minacce di violenza.
Sei costretta a parlare con poliziotti, ufficio immigrazioni, Nerdy, parentado, amici e colleghi, cosicché tutti sappiano.

Il mutaforma è capace di incontrare qualcuno che conoscete entrambi e parlare bene di te, giusto per farti “arrivare il messaggio”.

L’unico modo per liberarsene, oltre a denunciarlo, è IGNORARLO, bloccandolo da/con qualsiasi mezzo.

Arma usata: ti denuncio.

  • SOGGETTO N.3: La donna che si finge uomo.

Hai presente catfish? Se sì, sei già arrivat* pienamente al concetto di cui vorrei parlare. Se non hai mai visto questo programma, be’, dovresti!

Attacca con complimenti di vario genere, sforando nell’irreale. Ti racconta una storia che sfiora il melodrammatico, con accessi da commedia comica di serie Z. Si spaccia per un uomo/donna. Il suo affacciarsi nella tua vita si protrae per giorni, mesi, a volte anni.
Spesso sembra avere l’alzheimer perché, inventandosi tutto e non avendo una memoria di ferro, cade in contraddizioni ilari!
Finché un giorno il grillo parlante non ti sussurra che qualcosa davvero non va, ti armi di coraggio e, come Nev e compagno, ti lanci in una ricerca incrociata assurda, scoprendo chi si celi realmente dietro quella falsa identità.

Arma usata: so chi sei.
Ora, essendomi creata un account con nome+cognome palesemente fittizi, posso PRIMA DI TUTTO seguire cosa/chi realmente m’interessa, senza che qualcuno si offenda vedendo la propria richiesta di amicizia rifiutata o decida di eliminarl* – previo avviso – dai contatti o scriva qualche mia opinione politically incorrect. DOPO DI TUTTO, posso circolare su facebook senza dover necessariamente scambiare le mie idee, perle di filosofia, canzoni, citazioni di libri, foto dei pasti, di gatti, di cani, di bambini morti (possibilmente in modo cruento, altrimenti i “I like” non salgono abbastanza sulla pagina), di veganicontrocarnivoricontrofruttarianicontroentomofagi o semplicemente posso farlo senza che qualcuno si senta ferito nell’intimo.

PER TUTTO IL RESTO, c’è il blog.